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PIACENZA

Stefano Spalla e il test del pomodoro

Il neo-dottore di ricerca in Chimica agraria ha inventato un test che permette alla grande industria di accertare la provenienza territoriale della “materia prima”, per garantire una perfetta tracciabilità del prodotto.

News dalle Sedi, Piacenza
Pubblicato: 18 marzo 2010

di Alessia Scurati

pomodoro

Dal campo alla bottiglia della conserva industriale. È uno dei percorsi che prendono i pomodori. E non sempre sono lineari. Qualche volta per chi si trova a vendere il prodotto finito, come per il consumatore, non si diradano i dubbi sulla reale origine della materia prima. Per tracciare questo percorso in modo sicuro Stefano Spalla, dottore di ricerca in Chimica Agraria della sede piacentina, ha dedicato la sua tesi proprio al pomodoro dall’origine fino alla passata. Una ricerca innovativa, considerata tra le migliori realizzate nello scorso biennio solare in tutte le sedi dell’Università Cattolica.

Con il suo studio, Metodi chimici per il riconoscimento dell'origine geografica degli alimenti, coordinata dal professor Sandro Silva e seguita dal professor Claudio Baffi, Stefano ha affrontato il tema della rintracciabilità alimentare del pomodoro da industria, cercando di trovare degli indicatori chimici (markers) che siano in grado di discriminare prodotti provenienti da aree geografiche differenti, affrontando così il tema della tipicità, che consiste nel legame esistente tra l'alimento e il territorio nel quale viene prodotto. Nella tesi sono indagati gli elementi appartenenti al gruppo delle terre rare e i rapporti isotopici degli elementi pesanti quali lo Stronzio. Le tecniche analitiche utilizzate hanno permesso di determinare con precisione e accuratezza tutti gli elementi appartenenti al gruppo delle terre rare nei comparti della pianta di pomodoro e nel terreno. La misura dei rapporti isotopici dello stronzio ha permesso di discriminare prodotti provenienti da aree geografiche differenti.

«La novità del mio studio – spiega il dottor Spalla - è stata la messa a punto di un metodo di analisi sulle terre rare e gli elementi che si trasferiscono riferito al pomodoro, un alimento sul quale non esisteva ancora della bibliografia, mentre alcuni studi simili erano già stati fatti su altri alimenti. Abbiamo iniziato la ricerca con la raccolta di campioni, nello specifico alcuni pomodori provenienti dai campi di Piacenza e provincia e altri che si trovavano sul mercato industriale. In seguito è avvenuta una prima fase di campionamento, seguita da una messa a punto del metodo analitico, ovvero il modo in cui si studiano le sostanze, e infine c’è stata un’analisi dei risultati. In questa fase per confrontare i nostri outcomes ci siamo anche avvalsi di aiuti esterni molto preziosi. Ora la ricerca prosegue e siamo alla ricerca di finanziamenti per creare un eventuale database dove raccogliere tutti i risultati finora ottenuti».

Stefano lavora oggi al Joint Research Centre della Commissione Europea con sede a Ispra, in provincia di Varese. In particolare, si occupa della salute del consumatore e dell’impatto sull’ambiente dei packaging alimentari presso l’unità dell’Institute for Health and Consumer Protection: «Il dottorato della Cattolica mi ha aiutato molto perché sono stato assunto con una borsa di studio post dottorato di tre anni. All’Institute for Health and Consumer Protection ho imparato tantissime cose, e mi ritengo molto fortunato, perché il mio posto di lavoro è molto buono sia dal punto di vista formativo che dal punto di vista della retribuzione economica. Avere un titolo di dottorato è forse considerato più importante all’estero, ma con la crisi nel mondo del mondo del lavoro, l’attività di recruiting di giovani dottori di ricerca è diventata fondamentale. Per questo sono convinto che il dottorato sia un ottimo investimento sul proprio futuro».

Alessia Scurati



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