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Giustizia

Crimini internazionali, la lezione di Silvana Arbia

Alla vigilia del vertice di Kampala sul Trattato di Roma, la Registrar dell’International Criminal Court, ha raccontato le difficoltà di assicurare una "vera" giustizia per le vittime ma anche le opportunità di un Tribunale dove tutelare i propri diritti

News dalle Sedi
Pubblicato: 04 giugno 2010

di Katia Biondi

Dare voce alle vittime di genocidi, di crimini di guerra e contro l’umanità. E intervenire, in virtù del principio di complementarietà, a dispetto degli Stati che non mostrino la volontà o la capacità di portare avanti indagini e processi. Sono solo alcune delle funzioni svolte dall’International Criminal Court (Icc), la Corte permanente creata dalla comunità internazionale per porre fine alle impunità di autori di crimini gravi e contribuire, così, a prevenirli. Silvana Arbia dal 2008 è a capo del Registry, il principale organo amministrativo della Corte penale internazionale. Lo scorso 14 maggio, alla presenza dei professori di Diritto internazionale Ugo Draetta e Marinella Fumagalli Meraviglia, ha incontrato gli studenti della facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica per parlare di Complementarità della giurisdizione della Corte penale internazionale e partecipazione delle vittime dei crimini internazionali ai procedimenti celebrati davanti ad essa.



Dal suo osservatorio privilegiato il magistrato ha raccontato le difficoltà e le sfide cui ogni giorno deve far fronte. «L’ostacolo maggiore consiste nel creare le condizioni per far sì che la Corte penale internazionale sia pensata come un organismo di giustizia che appartenga realmente agli Stati», ha sottolineato Silvana Arbia, che in passato ha svolto le funzioni di primo sostituto procuratore e di Chief of prosecutions presso il Tribunale penale internazionale per il Rwanda.

Stabilita dallo Statuto di Roma, entrato in vigore il 1° luglio del 2002 e ratificato da 111 paesi, Italia inclusa, attualmente la Corte conduce indagini su presunti crimini commessi in Uganda, nella Repubblica democratica del Congo, nella Repubblica centrafricana, nella regione del Darfur, in Sudan e in Kenya. «La vera novità è il ruolo delle vittime nei procedimenti davanti alla Corte - ha detto la registrar Arbia -: per la prima volta nella storia della giustizia penale internazionale hanno la possibilità di partecipare ai processi e di richiedere risarcimenti. L’intento è  raggiungere una piena giustizia dando voce diretta alle loro sofferenze». In sei anni di attività, sono già 2000 le persone che hanno chiesto di partecipare ai processi, di cui buona parte a quello a carico dell’ex vice presidente della Repubblica democratica del Congo, Jean-Pierre Bemba.

Un lavoro difficile, quello svolto dalla registrar, che consiste nel seguire tutti i casi e i processi in corso, vigilando in egual misura sul rispetto dei diritti dei sospettati e degli accusati, dei diritti delle vittime e sulla protezione dei testimoni. Col rischio che, talvolta, le emozioni possano influenzare importanti decisioni. «Bisogna stare attenti a non lasciarsi coinvolgere dai diversi casi - ha precisato il magistrato -, cercando di tenere in mente il fine ultimo che si vuole raggiungere». Dal 31 maggio all’11 giugno, a Kampala, in Uganda, si è tenuta la prima Conferenza di revisione dello Statuto di Roma. Un’occasione importante alla quale hanno partecipato sia i 111 Stati che finora hanno ratificato lo Statuto, sia le delegazioni di alcuni Stati che non lo hanno ancora ratificato, fra cui gli Stati Uniti. «Un momento di verifica per fare un primo bilancio sulla reale efficacia del Trattato di Roma - ha concluso Arbia, presente in qualità di panelist -, introdurre modifiche e definire il principio di aggressione, già incluso tra i crimini di competenza della Corte». Con la speranza di ridurre sempre di più il numero delle impunità.


Silvana Arbia è Registrar della Corte penale internazionale, capo del principale organo amministrativo della Corte, dal febbraio del 2008. Con una lunga esperienza in materia di diritto penale, diritto internazionale ed in amministrazione giudiziaria internazionale, prima di ricoprire la carica di Registrar della Corte, l’On. Arbia ha svolto le funzioni di primo sostituto procuratore e di Chief of prosecutions presso il Tribunale penale internazionale per il Rwanda, dove è stata responsabile per le indagini e la conduzione di alcuni dei più importanti processi. Inoltre, ha partecipato alla stesura dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale come membro della delegazione italiana alla Conferenza diplomatica di Roma, nel 1998.

Il Registry è uno dei quattro organi della Corte penale internazionale, responsabile per tutti gli aspetti non giuridici dell’amministrazione, per il deposito e la notifica degli atti della Corte e per altre mansioni giudiziarie. Ne è a capo il Registrar, eletto per un mandato di cinque anni e principale funzionario amministrativo della Corte. Il compito del Registry è assicurare il supporto amministrativo e giudiziario agli altri organi della Corte (la Presidenza, le Camere, l’Ufficio del Procuratore) in maniera neutrale ed equa.

Tra gli sviluppi giudiziari più recenti che la Registrar Arbia sta seguendo figurano: l’inizio del processo a carico dell’ex vice Presidente della Repubblica democratica del Congo, Jean-Pierre Bemba, che avrà inizio il 5 luglio, e la decisione, lo scorso febbraio, della Camera di appello di far riesaminare alla Camera preliminare la richiesta di inclusione del crimine di genocidio tra i capi d’accusa contro l’attuale presidente del Sudan, Omar Al Bashir.

 

Katia Biondi


La Conferenza di revisione della Corte penale internazionale
Un importante appuntamento nella lotta contro l’impunità dei crimini internazionali

Dodici anni dopo l’approvazione del Trattato istitutivo (Roma, 17 luglio 1998), si svolge a Kampala (Uganda), dal 31 maggio all’11 giugno 2010, la conferenza di revisione della Corte penale internazionale (www.icc-cpi.int).

È un evento molto importate per i sostenitori del diritto internazionale. Alla conferenza prenderanno parte i centoundici Stati che, sino a questo momento, hanno ratificato lo Statuto della Corte. E vi prenderanno parte anche le delegazioni di alcuni Stati che non hanno ratificato lo Statuto, in primo luogo gli Stati Uniti d’America, oltre a più di trecentocinquanta sigle non governative riunite sotto il cappello della Coalition for the International Criminal Court (
http://www.iccnow.org/).

Dinanzi a tale scenario, la conferenza di Kampala rappresenta un’occasione importante per fare il punto sulla giustizia penale internazionale. E non solo perché nel corso dei lavori verrà discusso l’annosa questione della definizione del crimine di aggressione (che al momento dell’approvazione del Trattato sulla della Corte, il 17 luglio 1998, si preferì lasciare indefinita… limitando la competenza materiale di tale istituzione al crimine di genocidio, ai crimini contro l’umanità ed ai crimini di guerra), ma anche perché sul tappeto dei negoziati si affronteranno un rilevante novero di altre questioni, che vanno dall’allargamento della definizione di crimine di guerra, alla interrelazioni tra le esigenze di giustizia e quelle della pace.

Nonostante siano in corso alcune analisi preliminari che sarebbero in grado di ‘coprire’ situazioni relative a ben quattro continenti (ci riferiamo alle analisi concernenti le situazioni in Afghanistan, in Colombia, in Costa d’Avorio, in Palestina e in Guinea), al momento in cui si scrive, pochi giorni prima dell’inizio della conferenza di revisione, l’ufficio del Procuratore ha aperto cinque inchieste relative tutte a situazioni africane. Esse concernono: l’Uganda; la Repubblica democratica del Congo; la Repubblica centro-africana; il Darfur (Sudan) e il Kenya.
Il risultato pratico di questo ‘sforzo africano’ è però perfettibile, dal momento che solo quattro sono i detenuti effettivamente ospitati presso le strutture penitenziarie della Corte e che solo tre sono i procedimenti aperti (nessuno dei quali ancora ‘giunto a sentenza’). In definitiva, i mandati d’arresto complessivamente spiccati dalla Corte sono, ad oggi, tredici. Ad eccezione di un mandato ritirato in seguito al decesso dell’accusato, sono ben otto le persone interessate da questi mandati attualmente in fuga e tra questi ultimi risultano alcuni nomi eccellenti, come Kony, leader del Lord's Resistance Army in Uganda, e Al Bashir, capo di Stato sudanese (occorre tuttavia notare che la Corte non ammette la possibilità di un giudizio in contumacia, e che al contempo essa non dispone di proprie forze di polizia, dipendendo, per la la cattura delle persone indagate, dalla cooperazione degli Stati).
Bisogna concludere che la Corte penale internazionale rappresenta un’istituzione ancora priva di incidenza pratica ? Assolutamente no. La Corte si è affermata negli ultimi anni come un significativo attore nelle relazioni internazionali, ed essa rappresenta un decisivo progresso sia rispetto alle esperienze dei tribunali militari internazionali di Norimberga e di Tokyo che hanno seguito la fine della seconda guerra mondiale, sia rispetto alle esperienze dei Tribunali ad hoc per l’ex Iugoslavia e per il Ruanda istituiti, dopo la caduta del muro di Berlino, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Rispetto ai primi, la Corte penale internazionale non rappresenta più una ‘giustizia dei vincitori’, dal momento che il relativo Statuto istituivo è costituito da un trattato internazionale aperto all’adesione di tutti gli Stati della Comunità internazionale. Confrontata con i secondi, si caratterizza per non rappresentare più una giurisdizione costituita ex post facto, ma ex ante, con tutto ciò che consegue sul piano del rispetto della funzione preventiva della pena.

Gabriele Della Morte
(Ricercatore di diritto internazionale presso la Facoltà di giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano e Professore aggregato in “Regimi internazionali – istituzioni e regole”)

 

 


Libri

Hopkins’s “Terrible” Sonnets

A Commentary. Luisa Conti Camaiora, EDUCatt, Milano 2011, pp. 106, € 6,00

La parola in scena

La comunicazione teatrale nell’età di Shakespeare. Franco Marenco, EDUCatt, Milano 2011, 238 pp., 14,50 €