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SEMINARIO

Abito, dunque sono

Nelle diverse epoche storiche “monumentum” è simbolo dell’incontro dell’uomo con il divino. Nel seminario della Cattolica un viaggio dagli antichi Egizi agli architetti di oggi, dal Tamil Nadu alle piazze cinesi

News dalle Sedi, Milano
Pubblicato: 10 maggio 2010

di Carlotta Garancini

La città proibita. Immagini dal film

L’uomo esiste in quanto abita; abita in quanto è abitato. E “monumento” è ogni costruzione, casa, tempio, in cui l’uomo mette se stesso in rapporto alla sua esperienza col divino. L’uomo è in sé religioso e questo suo incontro col divino, il suo essere nel mondo si manifesta dunque nel “monumento”, attraverso la storia. Sono gli assunti chiave del seminario internazionale organizzato dal Centro di ateneo per la Dottrina sociale della Chiesa e dall’Archivio Julien Ries sul tema Monumentum - L'Abitare, il Politico, il Sacro, che si è tenuto in largo Gemelli lo scorso 27 aprile. Lo spunto inaugurale del rettore Lorenzo Ornaghi è stato colto da Evandro Botto, direttore del Centro di ateneo, che ha citato l’opera di Ries come immensa illustrazione di un concetto: «La religiosità non si può circoscrivere in un arco spazio-temporale ma è la dimensione essenziale dell’umano e ha che fare con l’abitare nella casa, il coabitare nella città».

Per Silvano Petrosino, docente di Teoria della comunicazione e di Filosofia morale all’Università Cattolica, se il religioso appartiene all’umano, a volte rischia di trasformarsi nel suo opposto, il contro-religioso. Petrosino attraversa il pensiero di Heidegger elaborandovi una personale riflessione: come gli altri esseri viventi l’uomo è gettato nell’esistenza e qui inizia a costruire a modificare la natura. Si “prende cura” di ogni cosa ed entra in relazione con un’alterità. Ma solo l’uomo fa esperienza dell’altro, nel senso di un’eccedenza che non è riducibile a sé e che per questo diventa allo stesso tempo un limite. «Dio per primo ha posto un’alterità creando l’uomo – ha affermato -. Lo ha creato a sua immagine e somiglianza, cioè capace dell’altro. La natura però non è scritta, ma attende la risposta dell’uomo. Abitare è dunque scrivere».

La scrittura che precede la parola. Illuminante in merito l’intervento di Christian Cannuyer dell’Università Cattolica di Lille e presidente della Società belga di Studi orientali, che ha presentato un saggio sulla scrittura geroglifica egiziana: «Si distingue dalle altre scritture del Vicino Oriente antico per la propria tenacia nel mantenersi figurativa». Nella scrittura egiziana i simboli sono sempre rimasti immagini riconducibili a realtà concrete, ma secondo un’analisi più profonda, condotta dallo studioso Orly Goldwasser, alcuni simboli fungerebbero però da classificatori, cioè rimanderebbero a categorie semantiche aperte. Così sembra essere per il simbolo che gli studiosi hanno collegato alla rappresentazione della casa, ma che sembra indicare invece un monumento liminale, uno spazio stabile che permetta di andare e venire, un’interfaccia tra visibile e invisibile, tra l’umano e il divino. Nel simbolo sarebbe racchiusa dunque la concezione degli Egizi di un’eterna liminalità dell’esistenza, dove la morte non è altro che il passaggio a un altro stato dell’essere, “un’uscita alla luce”.

La riflessione sulla modernità è stata affidata a Maria Antonietta Crippa e Pierluigi Nicolin, architetti e docenti del Politecnico di Milano. La questione centrale è quella del restauro del monumento. Bisogna rifiutare il restauro in quanto cancellazione del tempo, e quindi anche l’aggettivo di storico, che astrae l’oggetto rispetto alla sua identità specifica? Piuttosto che di conservazione sarebbe meglio parlare di instaurazione, di una riprogettazione inserita nel presente? Nel rapporto con l’alterità, nel «venire alle mani con l’altro – come ha affermato Petrosino - l’uomo può anche rischiare di distruggerlo». La monumentalità sembra alquanto incompatibile con l’architettura moderna dove il neo-monumento sarebbe spesso un appiattimento del presente sul passato che produce feticismi.

In questa prospettiva è interessante l’analisi di Nicolin nel Tamil Nadu, dove si osserva il monumento diffuso, che include cioè altri elementi del paesaggio, costruito senza prospettiva storicistica e dove è in atto un eterno presente. Lo stesso avviene nelle civiltà Mesoamericane, come spiega Davide Domenici, archeologo ricercatore dell’Università di Bologna: «Sono civiltà che rinnovano, che non hanno l’idea della conservazione dell’antico. La concezione del monumento si rifà alla visione che hanno del mondo. È un espressione propagandistica, attraverso le dimensioni megalitiche dei monumenti, della loro partecipazione, interazione con la natura».

Si tratta della ricerca di un’armonia universale dunque, la stessa a cui aveva teso la civiltà cinese. Una necessità, spiega Christine Barbier Kontler, sinologa e ricercatrice alla Sorbona di Parigi, che si esprime nell’opera di realizzazione della città imperiale. La pianta urbanistica ricrea l’unità del mondo attorno al sovrano: il Cielo e la Terra, il mondo fisico e quello morale, il perpetuarsi delle cose garantito dall’imperatore investito di poteri divini. Ma sopra la città imperiale la Repubblica Popolare costruisce nuovi spazi il cui centro diventa la piazza con il suo valore politico e ideologico. A entrambe le visioni si sovrappongono infine le linee della metropoli moderna, la cui comprensione ancora sfugge agli studiosi.

Carlotta Garancini



Libri

Hopkins’s “Terrible” Sonnets. A Commentary

di Luisa Conti Camaiora, EDUCatt, Milano 2011, pp. 106, € 6,00

La parola in scena

La comunicazione teatrale nell’età di Shakespeare. Franco Marenco, EDUCatt, Milano 2011, 238 pp., 14,50 €