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Il personaggio

Severgnini, intervista con pepe

Il giornalista del Corriere in Cattolica per una lezione alla cattedra di Giornalismo radiofonico e televisivo spiega gli ingredienti e le dosi perché un'intervista riesca gustosa e mai banale

News dalle Sedi, Milano
Pubblicato: 12 maggio 2010

di Paolo Massa

Beppe Severgnini

Qual è il segreto per fare una buona intervista? Per Beppe Severgnini l’acronimo infallibile è PEPE: Personalità, Educazione, Preparazione, Empatia. Il giornalista giramondo del Corriere della Sera l’ha spiegato agli studenti dell’Università Cattolica durante una lezione organizzata dalla cattedra di Giornalismo radiofonico e televisivo del professore Giorgio Simonelli. All’incontro è stato presentato Farsi prossimo a Milano, la videointervista di Egidio Bertazzoni al cardinale Carlo Maria Martini sul bisogno della carità nel capoluogo lombardo. «Non è vero che sono il principe degli intervistatori italiani», si è schernito Severgnini che di chiacchierate in televisione con personaggi famosi – da Bruce Springsteen a Madonna fino a Michael Moore  - ne ha fatte parecchie in giro per il mondo.

D’altra parte, le sue più grandi passioni sono due: i viaggi e le interviste. Con la solita arma d’ordinanza, quella dell’ironia, Severgnini ha spiegato come l’intervista (scritta o televisiva) sia «uno dei modi di fare giornalismo», e che quasi sempre avviene in presenza di due persone: l’intervistato e l’intervistatore. Non è sempre così, però, ha scherzato il giornalista ricordando l’incontro con Dolce & Gabbana che si portarono dietro anche il cane. Come a dire: quando si fa un’intervista può succedere di tutto, basta farsi trovare pronti. Ecco perché è importante avere personalità, «non troppa ma neanche troppo poca». Per Severgnini non bisognerebbe mai essere eccessivamente aggressivi, come spesso succede nel mondo anglosassone dove è facile trovare due tipologie di giornalisti: «Gli aggressivi stupidi e gli aggressivi bravi». Altra regola imprescindibile: mai e poi mai gareggiare in egocentrismo con il proprio intervistato, senza però fargli da zerbino. Cosa buona e giusta sarebbe anche quella di studiarsi le varie tecniche di risposta possibili per non farsi cogliere impreparati. Mostrando l’intervista fatta per la Rai a Bruce Springsteen, Severgnini ha evidenziato una delle migliori qualità che un intervistato possa avere: pensare in fretta.

Educazione prima di tutto: è l’ulteriore suggerimento del giornalista, se si vuole evitare che «l’intervistato si chiuda in se stesso, smetta di rispondere alle domande o addirittura si alzi e vada via». Tenendo presente che «le persone preferiscono sempre e dovunque farsi intervistare da uomini di fiducia, la scortesia non fa mai buon giornalismo». Altre regole fondamentali: «Prepararsi ma non troppo» nella consapevolezza che «bisogna andare oltre Google per fare le proprie ricerche» e «non chiedere conferme su cose che chi parla ha già detto in altre interviste». D’altra parte, compito del giornalista è di «far esprimere idee nuove alla persona che si intervista».

Non da meno è la creazione di un rapporto di empatia tra intervistato e intervistatore. Severgnini ha fatto l’esempio dell’intervista scritta senza registratore – quella che gli inglesi chiamano portrait – dove chi risponde alle domande è quasi ostaggio di chi le fa: viene a crearsi così «una sindrome di Stoccolma dell’intervistato di cui non bisogna mai abusare». Ma il vero segreto della buona intervista è abbandonarsi alla serendipity, l’arte di trovare quel che non si sta cercando: «Lasciate spazio alla sorpresa – ha detto Severgnini – e ascoltate le risposte dell’intervistato». Sempre. 

Paolo Massa



Libri

Hopkins’s “Terrible” Sonnets. A Commentary

di Luisa Conti Camaiora, EDUCatt, Milano 2011, pp. 106, € 6,00

La parola in scena

La comunicazione teatrale nell’età di Shakespeare. Franco Marenco, EDUCatt, Milano 2011, 238 pp., 14,50 €