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Centro Modacult

Moda, accusa alla taglia 42

Un interesse per il look che può sfociare in dipendenze comportamentali come lo shopping compulsivo o, molto più grave, con patologie quali anoressia e bulimia. Questi i temi del FashionAddictions, convegno internazionale del Centro Modacult

News dalle Sedi, Milano
Pubblicato: 13 maggio 2010

di Giulia Dedionigi

Attenzione e ossessione. Tra questi due piatti oscilla la perfida bilancia della moda. Ne hanno parlato in Università Cattolica, al convegno del 7 maggio scorso FashionAddictionsFabiola De Clercq, fondatrice del centro Aba, l’associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia e i disturbi alimentari, Oliviero Toscani, fotografo e comunicatore di fama internazionale, Mariapia Bobbioni, psicanalista, e Lucia Ruggerone, docente di Sociologia e ricercatrice del Centro per lo studio della moda e della produzione culturale (Modacult) della Cattolica promotore dell'iniziativa. L’incontro, moderato dalla giornalista Antonella Appiano ha messo a nudo il difficile rapporto della donna con la moda.

Modacult_relatoriLe relatrici della tavola rotonda si sono chieste innanzi tutto quale sia il confine che separa l’attenzione per la propria immagine con comportamenti patologici come l’anoressia e la bulimia e quanto sia incisivo il ruolo svolto dalla moda: «L’abito spesso risulta più importante di chi lo indossa. La donna viene così declassata ad un porta-abiti, ad un oggetto». Così, Mariapia Bobbioni che apre, critica, la tavola rotonda. E prosegue: «Di fronte a questo scenario di vuoto la moda dovrebbe manifestare una certa eticità, dovrebbe umanizzarsi trovando nuovi canoni di bellezza: corpi diversi e diverse età».
Si discute dunque di una moda "colpevole" che ha prodotto nel mondo occidentale l’equazione “bellezza uguale magrezza”. Al grido di “Il nostro hijab è la taglia 42” prende parola Oliviero Toscani che commenta: «Purtroppo esiste un solo linguaggio nell’alta moda, ed è quello di una sola bellezza. È un mondo che si nutre della bellezza della donna e non nutre, come dovrebbe, le donne di bellezza». Di fronte a quest’attacco vengono in mente le innumerevoli campagne del fotografo, partendo dai primissimi scatti per Fiorucci, passando, negli anni ’80, per Benetton, fino all’ultimo lavoro intitolato La Razza Umana. Con coerenza Toscani ha sempre voluto mostrare gli infiniti giochi con cui la bellezza si declina nell’uomo: «Quando vedo che ragazze già belle devono passare quattro ore al trucco prima di essere fotografate mi rendo conto dell’inganno. Quando chiedi ad una ragazza se preferisce essere bella o intelligente, lei ti risponde “bella” e fa bene perché è solo la bellezza che salverà il mondo. Ma non con gli inganni del trucco».
Modacult_relatoriBellezza, magrezza, giovinezza sono spesso gli imperativi nel mondo professionale femminile: «Bisogna esser capaci di ribellarsi – Fabiola De Clercq fa eco a Toscani -. Spesso ci si lascia suggestionare dalla moda, un mondo che depreda il corpo dalla femminilità, e disincarna la donna come una lisca di pesce».
Si fanno i nomi di Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano: le icone della nostra cultura, modelli di femminilità così differenti da quelli patinati a cui oggi ci siamo assuefatti.
Ma è quando si cita la controversa campagna pubblicitaria di Toscani del 2007 che gli animi si scaldano. Il riferimento è allo scatto a Isabelle Caro, la modella francese che all’epoca pesava 30 chili. Toscani la immortalò sia per sensibilizzare il mondo della moda contro lo sfruttamento di donne affette da problematiche patologie, sia per lanciare un messaggio alle adolescenti fashion-addicted. «È stato uno dei miei lavori più importanti, oggi lo rifarei perché è il modo giusto per fare qualcosa contro l’anoressia – spiega Toscani -. Volevo che l’universo femminile si chiedesse quale fosse la vera bellezza. E se la “barbie-mania” e il “burqua” cui ricorrono le donne occidentali, ossia gli interventi chirurgici invasivi e i vestiti griffati, fossero gli unici modelli possibili». «Nella modernità il dolore è sempre eluso – sottolinea Bobboni – e Toscani ha mostrato la sofferenza, quella caducità rimossa sempre dalla moda». Di tutt’altro avviso è la De Clercq che, proprio quando uscirono quei manifesti pubblicitari chiese - e ottenne - la loro rimozione: «Non si è rispettato un corpo. I genitori dei miei pazienti hanno visto il pudore dei propri figli sbattuto in prima pagina».
È questo chiaramente il nervo scoperto: il nostro sentire e percepire un messaggio. La moda, la bellezza e il corpo della donna. Il motivo del contendere è lo sguardo su un’opera d’arte, su una fotografia giudicata da alcuni illuminante, da altri degradante.
Ma è proprio questo il nodo del problema? Lo sguardo dell’uomo sul corpo non è mai neutro, si nutre della propria e personale capacità riflessiva e del proprio pregresso. Si potrebbero cercare anche nuovi percorsi culturali e artistici affinché la bellezza, a cui di continuo si inneggia, non venga più descritta solo in centimetri.

Giulia Dedionigi


Banner Fashion Addiction

Qual è il confine che separa l’attenzione per la propria immagine con comportamenti patologici come l’anoressia, bulimia. La cura per il proprio corpo con l’ossessione per la perfezione fisica e il conseguente ricorso a interventi di chirurgia estetica o la dipendenza da attività sportive esasperate ed estreme. L’interesse per il look e la moda con dipendenze comportamentali quali lo shopping compulsivo.
Sono stati questi i temi e gli spunti di riflessione che hanno animato FashionAddictions, il XII convegno internazionale promosso dal Centro per lo studio della moda e della produzione culturale (Modacult) dell'Università Cattolica svoltosi lo scorso 7 maggio nella gremita Aula Pio XI dell’Ateneo di largo Gemelli.
Il convegno è stato aperto da Laura Bovone, direttore di Modacult, che ha introdotto gli interventi dei relatori internazionali. Joanne Finkelstein dell’università di Greenwich si è interrogata sulla natura della relazione tra moda e identità, domandandosi se quest’ultima sia simbiotica, di dipendenza o necessaria. Ana Marta Gonzalez dell’università di Navarra ha invece indagato la diffusione dei comportamenti di dipendenza. Per la studiosa spagnola chi ha dipendenze comportamentali cerca di scacciare la noia, inseguendo nuove esperienze ed emozioni forti. Costoro interpretano la vita secondo un approccio estetico o edonistico. Efrat Tseëlon dell’università di Leeds si è infine soffermata sull’image addiction che si manifesta nella moda, nella bellezza e nell’uso di farmaci stimolanti e nel perfezionamento del proprio aspetto fisico attraverso il ricorso varie pratiche come la chirurgia estetica. L’ image addiction non evidenzia solo la commercializzazione del self e del corpo, ma sottolinea anche il ruolo della confezione - pelle, aspetto, corpo – nella definizione e nel marketing self.
L’approfondimento con Raffaella Ferrero Camoletto dell’Università di Torino e con i professori Lucia Ruggerone e Carlo Galimberti della Cattolica ha concluso i lavori della mattina che sono proseguiti nel pomeriggio con una tavola rotonda sul tema Esperienze di Moda che ha coinvolto Fabiola De Clercq, Mariapia Bobbioni, Oliviero Toscani.

 


Libri

Hopkins’s “Terrible” Sonnets. A Commentary

di Luisa Conti Camaiora, EDUCatt, Milano 2011, pp. 106, € 6,00

La parola in scena

La comunicazione teatrale nell’età di Shakespeare. Franco Marenco, EDUCatt, Milano 2011, 238 pp., 14,50 €