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RICERCA ETNOGRAFICA

Benvenuti a non-piazza Cadorna

Secondo uno studio condotto dagli studenti del laboratorio di Psicologia della comunicazione la gente che la vive, nonostante la recente riqualificazione, non la percepisce come piazza. Dati che rilanciano la validità della progettazione partecipata

Studi e Ricerche, Milano
Pubblicato: 28 maggio 2010

di Emanuela Gazzotti

Piazza Cadorna nella percezione delle persone che la fruisconoHanno lo stesso nome sulla targa, ma nella percezione delle gente sono altra cosa. Piazza Cadorna e piazza San Fedele a Milano rappresentano due diversi modi di intendere uno stesso concetto, se non nelle intenzioni degli architetti, almeno nella testa delle persone che le vivono. Luogo di aggregazione e di incontro, cuore pulsante del paese o non-luogo di passaggio? Insomma, Piazze o non-piazze? La domanda è il titolo della ricerca condotta  durante il laboratorio biennale dagli studenti della laurea specialistica in Psicologia della comunicazione dell’Università Cattolica, con la supervisione della psicologa Rita Ciceri, e gli architetti di Dagad Fabbrica del Vapore, Paolo Righetti e Marta Carlon, negli anni accademici 2008/09 e 2009/10. Sottotitolo: Dati sul benessere soggettivo di tre piazze milanesi: Cadorna, San Fedele e Medaglie d’oro.

I giovani psicologi hanno sentito il parere di 250 soggetti fruitori delle piazze, sia attraverso le interviste individuali in loco e sia con l’osservazione etnografica, cioè analizzando il loro comportamento in diversi momenti della giornata e della settimana. Conclusione? In alcuni casi “piazza” è una parola che sta solo nella toponomastica e i luoghi presi in considerazione, a dispetto della visione degli architetti, si rivelano piuttosto delle non-piazze.

In particolare Cadorna, piazza centrale riqualificata nel 2000 con la scultura "Ago, Filo e Nodo" realizzata dagli artisti Claes Oldenburg e Coosje Van Bruggen, è vissuta dai suoi fruitori come caotica, mal organizzata, poco sicura e poco piacevole. I cittadini che la vivono, prevalentemente la attraversano per passaggio (40%) o per aspettare un mezzo pubblico (32%), parlando al cellulare (17%) o ascoltando l’iPod (12%), e sottolineano la visione parziale e non complessiva della piazza (presenza centrale della scultura) che è posta fuori dal loro punto di vista e quindi non fruibile. L’emozione prevalente che la caratterizza è la preoccupazione (60%) e solo il 14% degli intervistati la trova divertente e stimolante.


Le slide di presentazione della ricercaPer contro, si mostrano soddisfatti e “accolti” i soggetti che transitano in piazza San Fedele (78%), prototipo della piazza che raggruppa municipio e chiesa, proprio perché raccolta, con confini ben definiti, sicura e tranquilla. I fruitori la vivono durante le pause pranzo, per riposarsi (60%) o sostare con amici e colleghi (41%) o per serene passeggiate.

Infine, la rilevazione di pericolosità e di preoccupazione, accompagnata da una valutazione di scarsa cura e disordine, caratterizza piazza Medaglie d’oro, che, a ricerca appena iniziata, conferma la valutazione negativa dei cittadini. Traffico, rumore, percorsi non ben definiti sono gli elementi che minano la sensazione di benessere che una piazza dovrebbe comunicare. Il cambiamento che sfida la città di Milano anche dal punto di vista architettonico appare dunque visto con sospetto dai milanesi che ne sembrano travolti e ribadiscono il bisogno di vivere piazze come luoghi dove la sosta sia possibile.


Piazza San Fedele a Milano (da Wikipedia)Come si può definire una piazza in termini architettonici e come invece in termini psicologici? Possono questi due diversi linguaggi confrontarsi e integrarsi, per definire città più adatte ai loro cittadini? Un punto di partenza potrebbe essere un confronto tra i criteri architettonici che guidano la progettazione degli spazi pubblici e i bisogni impliciti che guidano i fruitori a ricercare negli spazi le risorse utili a soddisfarli, al fine di percepirne uno stato di benessere.

Emanuela Gazzotti


PSICOLOGI E ARCHITETTI, ATTRAZIONE RECIPROCA

Per chi ha visto “Dogville” di Lars Von Trier, dovrebbe risultare scenograficamente chiaro il limite luoghi privati e spazi condivisi: una chiave di lettura che sta alla base sostanza dell’incontro “Spazio pubblico e benessere soggettivo”, organizzato lo scorso 20 maggio in Università Cattolica dal Laboratorio Psicologia della comunicazione e dal Dagad, Centro studi e ricerche sull’architettura e il design, per presentare la ricerca Piazze o non-piazze? Dati sul benessere soggettivo di tre piazze milanesi. «Fra architetti e psicologi esiste una curiosità reciproca – spiega la psicologa Rita Ciceri – che cerca di fornire una risposta al concetto di benessere». Un punto di vista condiviso dall’altra metà del dibattito, gli architetti: «Se un privato commissiona un progetto – sottolinea Paolo Righetti del Dagad – per i costruttori è facile individuare le attitudini e il gusto del cliente. Ma quando l’intervento serve per rivalutare o costruire uno spazio pubblico i problemi aumentano, e così diventa necessario l’aiuto di professionisti che sappiano come le persone vivono e abitano, collettivamente, un luogo».
Alcune nozioni di base della psicologia possono suggerire ai creativi metodi di ricerca e costruzione efficaci per il benessere collettivo. A partire, ad esempio, dal concetto di biofilia, la naturale tendenza di tutti ad apprezzare ciò che è naturale, il paesaggio spontaneo. «Per la bellezza artistica – rivela la psicologa Gabriella Gilli – talvolta si utilizzano delle categorie sintetiche, culturali. L’estetica della natura, invece, risponde a parametri condivisi globalmente, che l’uomo possiede da sempre». «Un mio amico paesaggista ama ripetermi – aggiunge Sebastiano Brandolini, professore a Firenze – quando un progetto è terminato gli architetti sono molto contenti perché il loro lavoro è visibile, mentre gli spazi verdi sono ancora vuoti. Io, allora, penso a quando, fra 50 anni, gli alberi saranno rigogliosi e alti di fronte a palazzi cadenti e bisognosi di manutenzione». Un rapporto, quello fra ambiente e architettura, che si è evoluto nel tempo, e che oggi ha acquisito la consapevolezza del legame fra comportamenti etici e spazio comune: «Una società fondata sul privatismo – sottolinea il professore di Bologna Marco Costa – dimentica che l’architettura degli spazi pubblici tende alla coesione sociale. Gli edifici pensati e costruiti come aree di condivisone – collegi, caserme, monasteri – agevolano il controllo dell’uno sull’altro determinando conoscenza reciproca, affiatamento e riduzione della conflittualità». «Il fulcro rimane la bellezza – conclude Gabriella Gilli – concetto scivoloso ma verso cui, la psicologia insegna, non si può restare indifferenti, è necessaria una replica, una reazione, un’esperienza». Perché, come confermava Le Corbusier, se la “Costruzione” assolve il compito essenziale di “tenere su”, “l'Architettura è per commuovere”.

Gregorio Romeo


Libri

Hopkins’s “Terrible” Sonnets. A Commentary

di Luisa Conti Camaiora, EDUCatt, Milano 2011, pp. 106, € 6,00

La parola in scena

La comunicazione teatrale nell’età di Shakespeare. Franco Marenco, EDUCatt, Milano 2011, 238 pp., 14,50 €