SCIENZA POLITICA
Ascesa e declino delle civiltà
La teoria e l’attualità del percorso teorico e intellettuale di Arnold J. Toynbee nell’analisi di Luca G. Castellin
Libri, MilanoPubblicato: 29 luglio 2010
di Damiano Palano *
Era quasi inevitabile che, al principio del XXI secolo, il pensiero di Arnold J. Toynbee (1889-1975) tornasse al centro del dibattito intellettuale e della riflessione sulla politica mondiale. Se fino agli anni Cinquanta il nome e le opere dello studioso britannico avevano incontrato una straordinaria fortuna, a partire dagli anni Sessanta sulla riflessione di Toynbee è invece progressivamente calato un velo di oblio. I motivi erano molti, ma tra questi il principale era forse la straordinaria complessità di un’opera che non può che sfuggire a qualsiasi classificazione e dunque risultare “straripante” rispetto ai criteri metodologici delle scienze umane contemporanee. Il lavoro principale di Toynbee, A Study of History, una storia comparata delle civiltà dalle origini dell’umanità fino alla Guerra fredda, è in effetti un’opera d’altri tempi. Non soltanto per la sua struttura – che la rende, come è stato scritto, la più lunga opera in lingua inglese – ma soprattutto per lo sforzo titanico che la sostiene, per la mole sterminata di fonti consultate, per l’arco temporale considerato. Anche per questa estrema complessità, la prospettiva di accostarsi al lavoro di Toynbee è apparsa a molti scoraggiante. È invece proprio questo il compito che si pone Ascesa e declino delle civiltà. La teoria delle macro-trasformazioni politiche di A.J. Toynbee, un volume di un giovane politologo dell’Università Cattolica, Luca G. Castellin, da poco pubblicato da Vita e Pensiero. Inoltrandosi nel labirinto di A Study of History e ripercorrendo tutte le tappe del percorso teorico, politico e intellettuale di Toynbee, Castellin propone infatti nel suo libro una chiara ricostruzione delle coordinate che guidano la riflessione del pensatore britannico. E, soprattutto, dello sguardo effettivamente “globale” che spinse la ricerca dell’intellettuale inglese ben oltre i confini – geografici e culturali – dell’Occidente.
Nella propria rilettura, Castellin si concentra in particolare sulle grandi trasformazioni delle civiltà mondiali, e cioè su quello che fu, probabilmente, il nodo cruciale dell’indagine di Toynbee. Come ricordò lo studioso in un’annotazione autobiografica, gli inglesi avevano creduto per decenni che la storia si fosse conclusa con la battaglia di Waterloo. Dopo un secolo, il 1914 e lo scoppio della Prima guerra mondiale infransero drammaticamente quelle convinzioni, mostrando invece come fossero fragili le basi anche di quell’Impero dall’estensione globale e all’apparenza così solido. L’intera ricerca di Toynbee può essere intesa, al tempo stesso, come un riflesso di quella disillusione e della riconquistata consapevolezza della caducità delle civiltà umane, oltre che, forse, come il tentativo di “frenare” (se non di invertire) la marcia della decadenza. Proprio sull’onda della drammatica disillusione provocata dalla fine dell’egemonia britannica, Toynbee si volse infatti alle grandi civiltà del passato, per ritrovare nella loro storia le sequenze che ne avevano scandito l’ascesa, l’apogeo e il declino. Ma anche per individuare quali fossero gli elementi in grado di spiegare il successo di determinate civiltà, collocate persino in aree geograficamente inospitali e accerchiate da potenze rivali, e l’insuccesso di altre, dotate invece di risorse potenzialmente più favorevoli.
La risposta di Toynbee – che Castellin restituisce nella sua complessità – è ovviamente articolata, ma può essere ricondotta soprattutto a un elemento “culturale”, ossia alla capacità di rispondere in modo “creativo” alle sfide geografiche e politiche da parte di ciascuna civiltà, o, meglio, dalle sue diverse élite. Negli studi di Toynbee può essere infatti intravisto il tentativo di costruire una storia realmente “globale”, capace di considerare i rapporti fra Stati e le relazioni fra i diversi sistemi internazionali del passato. Ma nella sua teoria delle macro-trasformazioni politiche – che Castellin porta alla luce – viene soprattutto attribuito un peso enorme alle “civiltà”, e, dunque, a quel sostrato “culturale” che tiene insieme gruppi di individui e unità politiche, all’interno di aree geografiche più o meno vaste. In questo senso, il pensatore inglese può senz’altro essere considerato come un ispiratore di Samuel Huntington e delle sue tesi sullo «scontro delle civiltà». In realtà, però, Toynbee – come mostra Castellin – ha una visione più complessa delle “civiltà”, se non altro perché tende a considerarle non tanto come strutture monolitiche, quanto come complessi culturali soggetti a costanti mutamenti. D’altronde, non si può dimenticare che lo studioso inglese elaborò l’impianto alla base A Study of History anche sull’onda della suggestione esercitata dal Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, oltre che, ovviamente, come risposta alle tesi del controverso pensatore tedesco. In effetti, se per Spengler il destino di una civiltà sta scritto, in fondo, nelle sue fondamenta “biologiche”, per Toynbee non c’è invece alcun determinismo dietro l’ascesa e il declino delle grandi civiltà. La spiegazione sta piuttosto nella presenza di «minoranze creative», in grado di rispondere in modo efficace alle sfide provenienti dall’ambiente geografico, dalle minacce esterne, dai conflitti interni. Al contrario, nel momento in cui la minoranza smarrisce la capacità di innovare, anche se non perde il proprio ruolo politico, inizia a trasformarsi in una minoranza dominante e spinge così la civiltà sulla china di un declino per molti versi inevitabile.
Non è certo casuale che l’espressione «minoranze creative» ritorni spesso nel lessico di Benedetto XVI. In un’epoca che si preannuncia come segnata da enormi mutamenti, e contro ogni retorica sul declino dell’«Occidente» e della sua civiltà, la riflessione di Toynbee ci mette infatti in guardia contro ogni determinismo. Un ammonimento valido ovviamente per la lettura dei mutamenti culturali, ma che deve essere tenuto ben presente anche per l’interpretazione delle trasformazioni della politica internazionale. Non solo perché le previsioni fondate solo sulle dotazioni di risorse materiali sono state spesso smentite da sviluppi inattesi. Ma soprattutto perché, anche nella politica internazionale, le idee, le identità e i principi morali sono elementi fondamentali. Elementi soggetti a un cambiamento costante e che non possono essere mai ricondotti a “essenze” monolitiche, sempre uguali a se stesse. Anche per questo, la «teoria della macro-trasformazioni politiche» elaborata da Toynbee – e riportata ai suoi elementi fondamentali nel libro di Castellin – offre ancora oggi straordinarie sollecitazioni. E, soprattutto, ci aiuta a riformulare in modo diverso la domanda, sempre più ricorrente, sul declino politico ed economico dell’Occidente, imponendoci di capire se l’Occidente e l’Europa sapranno svolgere il compito di un’autentica «minoranza creativa». Il compito di fornire una risposta “culturale” e “politica” alla crisi – non solo economica – dell’inizio del nuovo secolo.
* Docente di Comunicazione politica alla facoltà di Scienze politiche










