Domenico QuiricoHa due occhi profondi Domenico Quirico. Sono gli occhi scintillanti del testimone, di chi ha visto e ha smania di raccontare. Gli occhi dell'inviato, una "specie giornalistica" rara. Due fanali attenti che scrutano la giovane platea impaziente di ascoltare. Qualche secondo di riflessione poi, con voce possente ed empatica, parla e consegna una lezione di giornalismo indimenticabile. È successo l’11 dicembre all’Università Cattolica di Milano dove Quirico era ospite nel corso di “Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico” tenuto da Roberto Fiori.
 
Decide di partire dal momento in cui ha capito che la sua professione sarebbe stata quella dell'inviato. La famosa scintilla che alcune persone hanno la fortuna di provare e la capacità di saper coltivare. Si tratta del Genocidio del Ruanda, una delle guerre civili più sanguinose del ventesimo secolo, nella quale persero la vita 800mila persone. Era il lontano 1994 e Domenico Quirico, pur essendo ancora alle sue prime esperienze professionali, si rese conto che, in quell'occasione, i giornalisti fallirono nel racconto perché arrivarono in Ruanda quando la tragedia era già stata consumata. Descrissero quindi solo il "dopo" tralasciando il racconto dei fatti.

Riflettendo su questo modo di procedere colse, per la prima volta, quella che per lui sarà la vera essenza del giornalismo: «Tra il racconto e la condizione umana di altri uomini esiste sempre un rapporto diretto di responsabilità morale. Ed è proprio in questo rapporto che risiede il senso unico del giornalismo». Tra il giornalista e le vite oggetto della narrazione si deve quindi sempre creare un legame di lealtà che è possibile solo attraverso la condivisione delle medesime esperienze. Il giornalista può quindi assumersi il diritto di raccontare solo quello che ha visto e vissuto: «Il giornalismo è racconto, e il racconto è condivisione, spesso anche attraverso la commozione».

E, dai tempi della tragedia greca, non c'è condivisione più grande che nel dolore. È per questo motivo che Quirico sente la necessità di recarsi nei luoghi lacerati da guerra e sofferenze. Nella guerra, ci spiega, «è possibile conoscere l'uomo in tutte le sue componenti sia positive sia negative». L’inviato della Stampa ha più volte rischiato la vita e continua a rischiarla per trasformare quel dolore muto in conoscenza grazie a un mezzo semplice ma potente: la scrittura. Per essere dei bravi giornalisti - dice - non servono, infatti, grandi strumenti tecnologici, ma solo occhi e orecchi buoni. Di qui la presa di distanza da un modo di fare giornalismo che si affida solo al racconto di altri, o che ha la presunzione di riportare alcune realtà di guerra dal bordo piscina di sicuri e lussuosi hotel.

Per spiegarci meglio questa suo "manifesto giornalistico" Quirico ci regala, per due ore, la possibilità di rivivere attraverso le sue parole molte storie umane. Arriva poi il momento in cui si sofferma anche sul suo rapimento di cinque mesi in Siria. E anche qui il punto di vista è profondo e originale: la sua prigionia ci viene infatti raccontata non solo come una disgrazia ma anche (e soprattutto) come un'occasione per conoscere e capire a fondo i suoi carcerieri.

La grandezza di Quirico risiede proprio in questo, nel suo non fermarsi alla superficie dei fatti, ma nell'essere in grado di comprenderli immergendosi totalmente in essi. Come in un pozzo: «Quando mi dicono di andare in un luogo, faccio come se dovessi calarmi in un pozzo e mi immergo fin dove mi è possibile per poi tornare in superficie con il maggior numero di incrostazioni di acqua, fango e detriti. Quelle incrostazioni costituiscono l'esperienza degna di essere raccontata».