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IL LIBRO

Milano? Una cozza...

Sette ragazzi per quattro racconti. La raccolta di brani curata dal prof. Luca Doninelli ha visto la partecipazione attiva degli studenti della facoltà di Sociologia. E già si lavora al secondo capitolo.

Studenti, Milano
Pubblicato: 24 giugno 2010

di Luca Aprea

Storie di sushi e kebab, acqua depurata e long island. E ancora, studenti e avvocati, immigrati e pensionati. Sullo sfondo Milano, che lavora e si diverte, studia e sperimenta. In continuo movimento, mai uguale a se stessa. In evoluzione. Tutto questo è ‘Milano è una cozza’, una raccolta di brani (tra cui quello che da’ il nome al libro) curata da Luca Doninelli, scrittore e critico letterario nonché docente nella facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano dove è titolare del laboratorio di Etnografia narrativa.

E proprio alcuni studenti di questo laboratorio sono tra i protagonisti della sezione ‘Indagini’ del libro (completano l'opera i racconti degli allievi della scuola di scrittura Flanney O'Connor del Centro culturale di Milano e due brani dello stesso Doninelli): «Dobbiamo tornare a raccontare il territorio. E' importante che tutti siano in grado di farlo, non solo gli scrittori. Per questo motivo è ritengo necessario insegnare a raccontare. Lo scopo del libro - spiega Doninelli -  era quello di imparare a scrivere della propria realtà quotidiana. Non mi interessa un reportage su via Padova fatto da un giornalista che magari c’è stato solo per un’ora. Voglio il racconto del ragazzo che ci è nato e che ci vive da 25 anni . Lui sì che la conosce».

I brani scritti dagli studenti della Cattolica sono quattro: Il sushi di Camilla Motta e Federica Sacchi, La casa dell’acqua di Giacomo Balduzzi, Happy Hour. La Milano da bere…e quella da mangiare di Giovanni Castiglioni, Arianna Cavenago e Daniela Rossetti e I love shopping… con kebab di Sabrina Zanconi.

Giovanni Castiglioni è tra i coautori del racconto dedicato all’happy hour, uno degli elementi più caratteristici della società meneghina: «Abbiamo deciso di affrontare questo argomento perché uno dei temi trattati durante il laboratorio – spiega - è stato quello dell’Expo 2015 che si occuperà dell’alimentazione. E ci siamo chiesti, 'Cosa mangia la gente a Milano?' La scelta di parlare dell’happy hour è stata una conseguenza quasi naturale. Nella nostra città ci sono circa 300 locali che offrono la possibilità di fare l'aperitivo e le modalità sono assolutamente originali. L’happy hour ha origini anglosassoni ma oltremanica la caratteristica che lo contraddistingue è quella di offrire due bevute al prezzo di una. E’ mirato su ciò che si beve piuttosto che su ciò che si mangia. Da noi invece è il cibo l'elemento chiave. E' un tratto distintivo dell’aperitivo italiano, milanese in particolare».

«Per questo motivo esso diventato un modo veloce e economico di cenare. Inoltre è occasione per socializzare. Si fa l’happy hour perché è comodo e informale. Inoltre dalla nostra esperienza abbiamo poi scoperto che spesso questo momento della giornata viene utilizzato per pianificare il proprio futuro: il lavoro, la vacanza, gli studi, il weekend ecc. Una sorta di break dove è possibile fare in tranquillità il punto della situazione con colleghi e amici. In particolare abbiamo individuato veri e propri aperitivi tematici dove si incontrano persone appartenenti alla medesima categoria lavorativa come ad esempio gli avvocati che parlano del loro happy hour nel nostro racconto».

Sabrina Zanconi ha invece scritto il racconto dedicato al mondo dei cosiddetti kebabbari: «Ho voluto parlare di questo argomento per mettermi alla prova. Avevo un atteggiamento di chiusura rispetto a questa realtà. Tanto per dirne una non avevo mai mangiato un kebab in vita mia».

«In un primo momento è stato decisamente difficile riuscire a entrare in contatto con queste persone – spiega - perché ho incontrato un muro di diffidenza dato che infondo rappresentavo un soggetto estraneo alla loro cultura. E poi ero una donna. Poi il prof. Doninelli mi ha affiancato una ragazza musulmana di seconda generazione che mi ha permesso di rompere il ghiaccio. Insieme a lei ho girato per via Vitruvio dove i venditori di kebab sono molto numerosi. Grazie alla sua presenza sono riuscita ad avere molte informazioni. Per esempio mi è stato raccontato il rituale con cui vengono uccisi gli animali che prevede tra l’altro l’invocazione di misericordia ad Allah».

'Milano è una cozza' rappresenta comunque soltanto la prima puntata di un progetto che già guarda alla prossima edizione. E al prossimo libro, già in fase di lavorazione. Spiega Doninelli: «Il libro che contiene i racconti dei ragazzi del nuovo laboratorio è già in preparazione. Tra i temi toccati dai ragazzi ci sono le analisi di due paesi, Cerchiate e Consonno, due realtà molto diverse fra loro come una farmacia dell’hinterland e un centro commerciale, un racconto sulla vita in via Padova scritta da un ragazzo nato e cresciuto in quella zona e il tentativo, corredato da documenti storici, di provare a rispondere a un quesito che in molti si sono posti ovvero perché da Bergamo a Milano ci vuole un’ora e da Brescia a Milano solo mezzora…»

Luca Aprea


«Voglio affiancare al narratore l’etnografo del territorio, guardare i luoghi con nuovi occhi senza i soliti pregiudizi. Perché non si può negare che l’Italia sta cambiando. Bisogna lavorare nell’intersezione fra mutamento e autobiografia». Con queste parole Luca Doninelli spiega perché ha chiesto a dei sociologi in erba e non a degli aspiranti romanzieri di scrivere un racconto sul territorio milanese. Il metodo di lavoro richiesto ai ragazzi è semplice: «Andare in gira muniti di penna e taccuino. Prendere nota di tutto quello che si vede. Camminando con l’occhio predisposto alla curiosità si possono cogliere tantissimi particolari che ci sfuggono quando siamo distratti».

Gli studenti lo hanno preso in parola e dalle aule si è presto scesi in strada. Ma non è stato certo facile «perché i ragazzi all’inizio del laboratorio mi erano sembrati abbastanza sfiduciati, depressi. La crisi, tanti problemi e un’insoddisfazione che si toccava con mano. Alla fine però erano davvero felici, entusiasti. Quello che avevano fatto e scritto si era trasformato in qualcosa di concreto. In un libro. Per me è stato motivo di grande soddisfazione».

E gli allievi concordano. Per Giovanni Castiglioni il laboratorio è stata «un’esperienza assolutamente stimolante. La cosa più bella, per quel che mi riguarda, è stata lavorare sul campo, mettere in pratica quanto studiato sui libri. Per raccogliere le informazioni - spiega il coautore del brano sull’happy hour - abbiamo sfruttato le nostre conoscenze di metodologia di ricerca sociale poi è chiaro ci siamo anche letti qualche testo specifico sull’argomento, senza dimenticare quel tocco di fantasia creativa che è alla base del progetto e che più in generale era l’obiettivo del corso».

Sabrina Zanconi, autrice del racconto sul mondo dei cosiddetti kebabbari conferma l’impressione avuta dal prof. Doninelli all’ inizio corso: «All’inizio eravamo diffidenti – ammette - ci chiedevamo cosa c’entrasse la scrittura con la sociologia. Poi col passare del tempo ci abbiamo preso gusto. L’etnografia in fondo è così, non è una disciplina fredda. Alla fine del testo è necessario l’intervento in prima persona dell’autore, il suo punto di vista, quello che ha provato. Bisogna parlare di se stessi e non posso negare che scrivendo questo racconto ho scoperto molte cose di me che non sapevo. Questa è l’essenza della scrittura».


Libri

Hopkins’s “Terrible” Sonnets. A Commentary

di Luisa Conti Camaiora, EDUCatt, Milano 2011, pp. 106, € 6,00

La parola in scena

La comunicazione teatrale nell’età di Shakespeare. Franco Marenco, EDUCatt, Milano 2011, 238 pp., 14,50 €