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Guarda Sanremo e conoscerai l'Italia

Riconoscendo che il Festival è da sei decenni il termometro con cui misurare la temperatura del Paese e la colonna sonora del nostro sentirci nazione. febbraio 2018 di Giuseppe Lupo * Sarebbe una banalità se dicessi che il Festival di Sanremo possiede una capacità seduttiva in grado di coinvolgere qualsiasi individuo, ma voglio correre ugualmente questo rischio: è una manifestazione a cui nessuno, almeno nella serata finale, riesce a opporre resistenza. L’Italia delle bianche colombe, dei papaveri e delle papere (una nazione un po’ ingenua, ma anche sofferente per questa finta ingenuità che le circostanze impongono) finisce quando comincia quella tumultuosa delle manifestazioni operaie dell’autunno caldo e dell’ austerity . E non di rado è accaduto che nei ritornelli più bistrattati, quelli dove troppo facilmente circolavano parole di una quotidianità logora e incolore, sia transitata la vita degli individui destinati a rimanere numeri adatti alle statistiche. Eppure anche da lì è transitata la colonna sonora che per noi italiani ha significato sentirci nazione, sentirci dentro una memoria che si è fatta patrimonio di tutti. Ma il momento più sentito, niente da fare, è stato quando Baglioni e Fiorello hanno cantato “E tu”: il lavoro in sala stampa si è sostanzialmente interrotto per quel lasso di tempo. Una canzone è davvero potente se sa rubare l’attenzione in questo modo, soprattutto se sono passati più di 40 anni da quando si è fatta ascoltare per la prima volta.

 

Il Festival cresce sui social

SPETTACOLO Il Festival cresce sui social Rispetto agli anni scorsi Sanremo è diventato un modo per trovare temi comuni di chiacchiera e di riflessione. Al piano di sotto in “Casa Sanremo” Giorgia Venturini , Giulia di Leo , Serena Cauzzi , Lorenzo Romandini ( nella foto in alto ), i quattro allievi sempre del team della scuola, aspiranti redattori, reduci da interviste al Grand Hotel des Anglais. Un prodigio di design oltre che la scena proprio per la realizzazione e la progettazione di una serie di impianti di fonica, di logistica, anche di relazione con il pubblico in sala. Eravamo in sala anche alla finale del 2015, dove lo show era molto calibrato sula diretta tv, oggi la tecnologia permette di valorizzare l’aspetto teatrale e in presenza del pubblico, possiamo nascondere i cameramen, pilotare macchine minuscole che si celano in pezzi della scena o tra l’orchestra. Da qui la scena monumentale, barocca, sembra davvero di stare davanti ad un monumento in una grande piazza italiana, come a Trinità dei Monti, al Vittoriano, al Colosseo, o a Venezia in San Marco, piazza del Campo a Siena o nell’anfiteatro di Lucca. Non smettono di fibrillare i social; per le prime tre puntate del festival si sono registrate e 13 milioni di interazioni con un aumento rispetto alla precedente edizione del 7%; la piattaforma che registra maggiore crescita è proprio Twitter, 100% in più di interazioni ogni singola serata, dati interessanti. Il Festival diventa conversazione, critica, un modo per trovare temi comuni di chiacchiera e di riflessione, polemizzando, parlando, stando insieme a consumare una birra e una pizza davanti al teleschermo.

 

Mogol, come nacque Pensieri e Parole

Milano Mogol, come nacque Pensieri e Parole Giulio Repetti, ospite del Master in Comunicazione musicale e del corso Cimo, ha raccontato l’origine del celebra singolo interpretato da Lucio Battisti. Famoso soprattutto per il sodalizio artistico con Lucio Battisti, ha scritto testi per tutti i più importanti cantanti italiani del dopoguerra, tra cui Mina, Celentano, Patty Pravo, Gianni Morandi, Riccardo Cocciante e Gianni Bella. Mogol ha parlato della sua esperienza di autore di canzoni lo scorso 31 marzo, nell’incontro con gli studenti del master in Comunicazione musicale diretto da Gianni Sibilla e con gli studenti del Cimo, il corso di laurea magistrale in Comunicazione per l´impresa, i media e le organizzazioni complesse. Non mi piace la definizione di paroliere, preferisco la definizione degli inglesi che chiamano gli autori di canzoni lyric writers , cioè liricisti. L’autore deve sempre scrivere di ciò che ha vissuto in prima persona, anche a rischio di fare riferimenti che il pubblico non capirà. L’autore sono sempre io, nei testi ci sono sempre io. La possibilità di diventare artisti è un dono che spesso non sappiamo neanche di avere e non sfruttiamo». Mogol ha recentemente pubblicato l’autobiografia “Il mio mestiere è vivere la vita” (Rizzoli), da cui ha raccontato diversi aneddoti, tra cui gli incontri con David Bowie e Bob Dylan.

 
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