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Brasile, uno psicologo “obrigado”

Charity Work program Brasile, uno psicologo “obrigado” Davide , neolaureato in Psicologia , ha trascorso il suo Charity Work Program in una comunità di recupero per tossicodipendenti e in un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale. Ho cercato di lasciare a casa ogni tipo di aspettativa, pensiero, pregiudizio e cercare di vivere ogni singolo istante di questa esperienza. Di questa realtà fanno parte un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale e tre comunità terapeutiche per persone con dipendenza chimica: una femminile e due maschili, di cui una in un’altra città a circa 300km da Porto Velho. Chiacchieravo con loro della loro vita, delle loro esperienze, ma allo stesso tempo partecipavo ai loro gruppi come osservatore affiancando lo psicologo. Un momento molto importante in cui avevo l’opportunità di ringraziarli direttamente e far capire loro che ero lì solo con la speranza di poter imparare qualcosa e di lasciare qualcosa di me a loro. Ho cercato di spogliarmi di qualsiasi pregiudizio su di loro così come loro hanno fatto nei miei confronti. Oltre all’esperienza nella comunità terapeutica, insieme alla mia compagna di avventura, Cecilia, ho trascorso una settimana anche nel centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale.

 

Filippine, lezioni di economia

charity work program Filippine, lezioni di economia Ilaria , studentessa di Economia a Roma, ha organizzato un piccolo corso per le mamme dei villaggi. dicembre 2017 di Ilaria Canonico * Sono stata nelle Filippine due mesi e prima di luglio: non ero mai stata fuori dall’Europa, non avevo mai fatto uno scalo, cambiato valuta, o atteso al Gate qualcuno che non conoscessi. Vi era una serie di villaggi in cui le case erano tutte uguali; molte di esse avevano in veranda dei piccoli negozietti dove comprare beni di prima necessità o Street Food, e i bambini giocavano tutti insieme davanti alle porte delle loro case. Trascorrevo le mie giornate prevalentemente in ufficio per organizzare e preparare le lezioni di economia o nella bakery dove venivano prodotte e confezionate tortine, biscotti e pizzette deliziose che venivano poi portate alle scuole del circondario o di Manila. Solitamente invece il sabato andavamo nella comunità di Trece Martires per fare attività di gioco con i bambini e quelli sono stati probabilmente i miei momenti preferiti perché giocando ogni tipo di barriera culturale cade e rimangono solo le risate e la voglia di conoscersi e divertirsi. Nelle ultime settimane del mio soggiorno ho tenuto delle piccole lezioni di economia per le mamme dei ragazzi della comunità ed è stato bellissimo! Devo essere sincera non mi aspettavo una partecipazione così attiva, la loro voglia di fare e di apprendere è stata sorprendente. Le Filippine non sono un paese facile in questo momento: la politica e l'Isis hanno reso molti luoghi così pericolosi che anche le suore delle comunità locali hanno paura ad avvicinarsi per svolgere il loro compito di sostegno alla comunità.

 

Cura, non solo medicina

charity work program Cura, non solo medicina In Uganda, Carmelo, futuro dottore in formazione al campus di Roma, ha scoperto significati nuovi nella relazione medico-paziente: offrire ascolto attivo all’umanità del malato. dicembre 2017 di Carmelo Sofia * Dopo diverse ore di volo atterriamo in Uganda, all’aeroporto di Entebbe a ridosso dell’Equatore. Avverto, al pari dei miei tre compagni di viaggio, un misto di disorientamento, euforia e curiosità alla vista di un paesaggio tanto particolare: è il colore rosso della terra ugandese a catturare la mia attenzione. Dopo un solo giorno comincio a trovarmi a mio agio, come se fossi entrato già a far parte di una grande famiglia: dopotutto al BMC si respira un clima di grande festa per la celebrazione dell’anniversario della Scuola Bishop Cipriano Kihangire, adiacente all’ospedale. Purtroppo rimango a volte amareggiato per la rassegnazione e lo sconforto di alcuni che non hanno sufficienti disponibilità da destinare alla cura di sé o dei propri familiari. Spinti dal desiderio di scoprire le bellezze di questa terra, ci dirigiamo verso il nord dell’Uganda abbandonando il traffico e lo smog di Kampala. Ogni qual volta metto piede fuori dal centro ho la sensazione di non passare mai inosservato ed è curioso sentire delle voci alla nostra vista che esclamano “Muzungu, muzungu!” in riferimento appunto all’ “uomo bianco”; riscopro come il colore bianco della pelle rimanda dopotutto a specifici significati.

 

Non l’avrei mai detto

charity work program Non l’avrei mai detto Giuseppe, studente del quarto anno di Medicina, non immaginava che il Charity Work Program in Uganda sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della sua vita. Non l’avrei mai detto che sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della mia vita (finora). Questione di cultura, e lo si vede nelle piccole cose come magari trovare la mattina l’intera famiglia del paziente dormire per terra pur di stare il più possibile con il proprio caro ricoverato. E allora ti rendi conto che, davanti a te, in quelle stanze, non hai solo una persona ricoverata con un numero di letto, che ha questo o forse quest’altro problema che oggi o magari domani riuscirai a risolvere. Davanti a te hai un uomo con una famiglia vicino con cui parlare, discutere, con cui gioire in caso di successo o piangere quando capisci che la soluzione c’è ma non hai i mezzi per raggiungerla. Già perché al Benedict Medical Centre non ci sono i mezzi più sofisticati e costosi ovviamente, ma tutto si basa sul dialogo, sul contatto fisico col paziente: un altro modo di vivere non solo la medicina ma la vita quotidiana. Ma quelle stesse tre settimane che sembravano lunghe prima di partire, non sono state, purtroppo, abbastanza: lo capisci quando dici addio a quei bambini con cui hai giocato tutto il giorno sotto il sole con un pallone bucato, rendendoli felici perché tu eri il loro muzungu , uomo bianco.

 

Sentirsi utili fa bene

charity work program Sentirsi utili fa bene Arianna, studentessa di Scienze linguistiche, ha speso il suo Charity Work Program nel “Giardino degli Angeli” di Canavieiras, in Brasile, in mezzo ai bambini della zona più povera della città. Dopo un viaggio quasi interminabile, a Ilheus ho conosciuto Alessandro: è il compagno di Regina, direttrice dell’asilo “Jardim dos Anjos”, che è situato nella zona più povera della città di Canavieiras e accoglie gratuitamente bambini dai 3 ai 5 anni. L’arrivo al Jardim è stato come una festa: i bimbi erano schierati davanti al cancello, con trombette, occhiali a forma di cuore e palloncini, ed è subito stato un turbinio di abbracci, baci, e vocine che chiamavano: “Tia, tia!”. Il Jardim è come un’oasi felice posta in mezzo a una realtà di gran lunga più difficile, che abbiamo potuto conoscere da vicino grazie alle visite settimanali alle famiglie in cui accompagnavamo Regina e Renata, la vice-direttrice. L’impegno a visitare periodicamente le famiglie è incredibile: si accertano che le cose vadano bene, cercano di risolvere i problemi, fanno in modo che tutti i bambini vadano a scuola. Delle visite che abbiamo fatto, una in particolare mi è rimasta particolarmente impressa, quella alla casa di una signora di nome Damiana, bisnonna e nonna di sei nipoti, che vivono con lei e di cui lei sola si occupa. Quella del Charity Program è stata un’esperienza di volontariato incredibile: posso dire con certezza che sia stata anche la migliore che ho vissuto finora.

 

Il Brasile, il sorriso e la speranza

È strano non vederli più impegnati a colorare, cercare di imparare a comporre le lettere dei loro nomi o scrivere i primi numeri su un foglio e poi mostrarti fieri il risultato. È strano non entrare più in cucina prima di pranzo e aiutare la cuoca Sara a preparare i piatti per i bambini, vederla cantare e scherzare con noi, sempre allegra, e anche cercare di insegnarmi a ballare la samba, nonostante io fossi completamente negata. Il primo giorno, svoltando l’angolo e imboccando la strada per raggiungere l’asilo, li abbiamo visti, già da lontano, fuori dal cancello ad aspettarci, con gli occhiali da sole e le trombette colorate. Dopo i primi giorni, in cui mi sentivo a tratti spaesata e non capivo sempre quello che mi era richiesto, abbiamo imparato a conoscere la routine della giornata, ben scandita nei suoi diversi momenti, e a capire come muoverci e cosa fare. Così le giornate hanno cominciato a susseguirsi in maniera sempre più naturale e veloce: dopo la mattinata trascorsa con i bambini più piccoli, dalle 13 ci aspettavano i bambini del doposcuola, con un’età compresa tra i 6 e gli 11 anni suddivisi in tre classi. Il nostro compito era aiutarli nelle diverse attività, come matematica, inglese o portoghese, dove però il rapporto si invertiva ed erano più loro che cercavano di insegnare a noi nuove parole e parlavano lentamente, così che riuscissimo a capire. Durante queste visite ho conosciuto persone con una forza incredibile, che, nonostante avessero vissuto grandissime difficoltà e subito molte perdite, continuano a vivere, giorno per giorno, con il sorriso e la speranza che le cose possano migliorare.

 

Medico e uomo crescono insieme

dicembre 2017 di Daniele Di Natale * Ricorderò sempre con grande emozione ogni singolo momento, ricreativo e non, di questa esperienza in Uganda. Il Charity Work Program è senza dubbio un'occasione di crescita professionale e ancor di più personale, qualcosa che dovremmo fare tutti almeno una volta nella vita per apprezzare la diversità e le ricchezze di un contesto a noi totalmente estraneo. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda. Scopri la scheda del progetto in Uganda .

 

Charity, la solidarietà fa crescere

charity work program 2017 Charity, la solidarietà fa crescere Tra luglio e ottobre, 45 studenti hanno frequentato, in 17 Paesi in via di Sviluppo, la “scuola” che apre gli occhi sul mondo e fa bene al Cv, come rivelano i racconti di viaggio. Giunto alla sua nona edizione, il programma di volontariato internazionale dell’Università Cattolica ha assegnato 45 scholarship della durata di 3-8 settimane a studenti e a laureati iscritti a dieci delle dodici facoltà dell’Ateneo. Per questo il Charity è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di specifiche facoltà, privilegiando percorsi collegati alle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo». Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Con l’obiettivo di offrire questa opportunità a un numero sempre maggiore di studenti, quest’anno il Cesi ha promosso, per la prima volta dall’avvio del progetto nel 2009, un’ edizione invernale del Charity Work Program. Nel mese di febbraio 2018 due studentesse iscritte alla facoltà di Scienze della formazione si recheranno a Shire, in Etiopia , dove affiancheranno gli insegnanti della scuola gestita dalla Missione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida.

 

La collina dell’amore

Invece, noi che fuori dall’Europa non avevamo mai viaggiato, non riuscivamo a immaginarci cosa avremmo trovato in questo barrío della capitale boliviana La Paz. Sapevamo soltanto che saremmo andate dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, sotto l’Equatore e in cima alle Ande. L’impatto all’arrivo è stato forte: nella luce fioca delle sei del mattino riuscivamo a intravedere baracche e case pericolanti, furgoncini (che presto avremmo imparato a chiamare “mini” e “micro”) che si affollavano disordinati per le strade e donne anziane sedute in terra pronte a vendere alimentari e stoffe. I modi simpatici e premurosi di padre Fabio, il parroco della parrocchia dove avremmo alloggiato, e il sorriso di Elsa, la direttrice del centro dove avremmo lavorato, ci hanno però fatto capire che eravamo in buone mani. Presto avremmo anche imparato che la prospettiva migliore per conoscere La Paz non è “al di qua” di un finestrino, ma è dal cassone esterno del pick-up. Ci siamo lasciate coinvolgere in numerose attività della vivace comunità di Munaypata e ci siamo immerse così nella realtà di un luogo tanto povero di beni materiali quanto ricco di tradizioni affascinanti (dalle danze popolari ai costumi tradizionali delle “cholitas”) e di una popolazione dal carattere solare e accogliente. Tra le strade sterrate e sempre in salita di La Paz ho ritrovato le motivazioni più profonde che mi hanno spinta ad intraprendere il mio percorso universitario e ho scoperto in me risorse che non sapevo di avere. Dall’altra parte dell’Oceano, sotto l’Equatore, a 3800 metri di altezza ho vissuto intensamente un insegnamento che sempre porto nel cuore: “Dicono che capendo noi stessi, capiremo meglio gli altri, ma io vi dico, amando gli altri impareremo qualcosa in più su noi stessi.”.

 

A scuola di cooperazione

dicembre 2017 di Ivano Scarcia * Come volontario, sono stato inserito nell’ambito del progetto "Escuelas de Líderes" formulato, sviluppato e gestito da Escuelas Populares de Don Bosco (Epdb), partner locale della Ong italiana Vis. In particolare ho lavorato con quattro unità educative che appartengono alla gestione di Epdb Cochabamba. Tutte queste tematiche hanno toccato articoli importanti presenti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: così è stato possibile coniugare l’importanza dei temi trattati, con l’esistenza di diritti specifici che appartengono a tutti e che ognuno ha la facoltà di esercitare. Sono stato anche inserito anche nella formulazione di questionari per interviste che ho fatto, insieme alla mia compagna di viaggio, Giorgia, in diverse unità educative, a professori e direttori, nell’ambito della tematica dell’educazione inclusiva nelle scuole del dipartimento di Cochabamba, con lo scopo di fare ricerca su tale tema. Dal punto di vista professionale ho invece avuto la possibilità di sviluppare skills molto importanti come la preparazione di lezioni frontali, da tenere dinanzi a una platea di ragazzi. Grazie alla Ong italiana Vis ho avuto inoltre la possibilità di imparare a scrivere un diagnostico di un progetto di sviluppo, nonché formulare un questionario per sviluppare interviste con l’obiettivo di ricerche sul campo. Al di là delle skills professionali acquisite, che sicuramente mi aiuteranno nel mondo del lavoro e nell’ambito del percorso di studi che sto affrontando, i due mesi in Bolivia mi hanno arricchito molto anche dal punto di vista culturale. Se ti potesse definire la Bolivia con una sola parola, io la descriverei con il termine spagnolo “compartir” che in italiano significa “condividere”: i bambini, i ragazzi e gli adulti tutti, hanno condiviso con me, il “gringo” di turno, anche quello che non avevano.

 

La bellezza della semplicità

Ma qualcosa in più: la certezza di aver intrapreso il giusto percorso di studi in cooperazione internazionale. La verità, che abbiamo compreso poi, è che non avere nulla ti spinge a dare di più. Ma allora cosa c’é di più umano di questo? Perché, nonostante tutto, a me manca sempre qualcosa? Perché in fondo non mi soddisfa nulla? Il punto di svolta, per me è stato tutto qui: la Bolivia. L’importante è tener vivo quel desiderio che ci spinge a costruire parchi giochi, a mettere in scena un cortometraggio o un teatro, a improvvisare un X-Factor Boliviano o che ti spinge ad andare dall’altra parte del mondo per scoprire te stessa. Mi ha dato qualcosa in più: ho capito che davvero “voglio vivere così.”. L’esperienza del Charity Program mi ha dato la certezza che ho intrapreso il giusto percorso di studi e non perché salverò il mondo, ma perché sono sicura che le realtà con cui condividerò parte della mia vita mi insegneranno a ridurre il mio essere felice alla bellezza della semplicità. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

In Etiopia a donare e ricevere

charity work program In Etiopia a donare e ricevere Alessandra , studentessa di Scienze linguistiche, era partita per Debre Birhan con l’idea che il volontariato potesse fare bene a chi riceve aiuto ma anche a chi lo dona. Le Suore ci hanno accolto calorosamente nella loro casa: già si sentiva il profumo dell'ospitalità e della gentilezza che caratterizzano queste meravigliose donne, che mettono a disposizione tutte loro stesse per il prossimo. La missione delle suore dove alloggiavo era composta da una serie di case in cemento, il tutto circondato da mura: era un po’ la nostra fortezza calda e confortevole, da cui ho subito sentito, però, il bisogno di uscire per esplorare il mondo esterno. Due angeli custodi hanno accompagnato me e la mia amica Martina in questa scoperta: due fratelli Leul e Diyan (18 e 17 anni) che ogni anno accolgono le ragazze che arrivano nella missione delle suore. Ho imparato da loro che cosa significa volersi veramente bene tra fratelli, che cosa significa dedicare tempo per il prossimo e cosa significa sentire la mancanza di chi si vuole bene. Visto che avevamo carta bianca sulle attività da svolgere con gli studenti che frequentano la scuola delle suore, abbiamo deciso di dedicarci ai bambini dell'asilo (4 anni). Eppure ad attendere quei bambini, che ho tenuto in braccio, che ho fatto ballare, a cui ho soffiato il naso, c’è un destino diverso da quello dei ragazzini che facevo giocare ai grest estivi in Italia.

 

Etiopia, a scuola dai bambini

charity work program Etiopia, a scuola dai bambini Martina , di Scienze linguistiche, è partita per il Charity Work Program in Etiopia, con l’idea di fare qualcosa per i bambini ma è tornata ricevendo di più. dicembre 2017 di Martina Vernuccio * Avevo bisogno di qualcosa di nuovo, che mi mettesse alla prova. Pur non avendo esperienze di volontariato alle spalle, ho capito che il Charity Work Program poteva fare al caso mio. Certo, dopo essere stata selezionata, insieme a un po’ di euforia ho provato anche l’ansia di non essere all’altezza. Hanno sicuramente reso questa esperienza ancora più speciale: sono loro che ci hanno accompagnato a esplorare la città e il mercato, che ci hanno tenuto compagnia durante le giornate e che ci hanno aiutato coi più piccoli quando la barriera linguistica era troppo difficile da superare. In quei momenti ciò che più notavo era la genuinità e la bontà di queste persone, così accoglienti e calorose, che facevano di tutto per farci sentire a casa. Sono partita avendo l’idea di dover fare qualcosa, di aiutare più che potevo i bambini, ma devo ammettere che sono proprio loro ad avere aiutato me e ad avermi dato tanto. Ricorderò sempre la malinconia del giorno in cui siamo partite per fare rientro in Italia e l’immensa tristezza nel salutare i bambini, Leul e Dyian, le suore e tutti quelli che sono entrati a far parte di questa magnifica avventura.

 

La potenza del dialogo

E due mesi in Ghana hanno modificato la mia percezione nel vedere gli eventi, portando davanti ai miei occhi un popolo aperto, generoso, ospitale e accogliente. L’impressione è che diritti umani basilari (quali il patrocinio di un avvocato, un giusto processo o una pena equa) siano ancora violati, nonostante le formali adesioni ai protocolli internazionali da parte dei governi Ghanesi. Non dimenticherò mai la soddisfazione di David, il logista di Accra, dopo essere riusciti a ottenere il permesso per svolgere un questionario da sottoporre agli adolescenti del riformatorio. Tra i tanti, due sono i luoghi il cui ricordo rimarrà indelebile nella mia mente: il primo è il campo profughi liberiano di Accra e il secondo è la Brong Ahafo Region, regione ghanese con il maggior tasso di migrazione. Aver visto le case delle persone che lì vi dimorano, sentito i loro racconti e le loro storie, mi porterà ancora di più a pensare tenendo conto delle diverse prospettive, soprattutto riguardo al fenomeno migratorio. Devo ringraziare Gianpaolo, rappresentate paese della Ong Vis in Ghana e costante e fondamentale punto di riferimento, perché senza la sua preziosa guida tutto ciò non sarebbe stato possibile. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

Non colpevoli ma responsabili

charity work program Non colpevoli ma responsabili Angela , nel suo Charity Work Program in Ghana, si è misurata con il fenomeno della migrazione e della miseria che l’accompagna. dicembre 2017 di Angela Roberto * Il Ghana è il paese più ricco dei suoi vicini ma la povertà è tangibile. Quello che mi ha colpito di più all’arrivo è stata la quantità di gente che cammina per strada portando sulla testa bevande, cibo, vestiti e qualunque oggetto vendibile. Io e Andrea, il mio compagno di Charity Work Program, abbiamo aiutato nella campagna di sensibilizzazione in Brong Ahafo Region (la parte con il più alto tasso di migrazione verso l’Europa), incontrando personalità del luogo e parlando direttamente con la gente del posto. Addentrarsi così a fondo nel fenomeno migratorio mi ha permesso di guardare la realtà attuale con occhi diversi, con un’empatia maggiore nei confronti di chi non ha avuto la possibilità di nascere nella parte del mondo in cui muoversi liberamente per viaggiare o cercare lavoro è la normalità. Non è stato facile accettare la realtà di questo Paese perché le sue contraddizioni mi sono sembrate tante volte inaccettabili, ma allo stesso tempo mi sono stupita di come, una volta entrata nella mentalità ghanese, tutto risulti più naturale. E ringrazio Gianpaolo, il nostro capo progetto, per avermi fatto capire che la strada che ho intrapreso è quella giusta e questo è solo l’inizio di mille racconti.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Un caos pieno di vita

charity work program Un caos pieno di vita L’Africa, con i suoi bambini, il traffico, le canzoni e il suono dei tamburi trasuda voglia di vivere. Quella che hanno Rosalba e Giulia , di Scienze politiche e sociali, che hanno misurato a Dakar la loro vocazione alla cooperazione allo sviluppo. dicembre 2017 di Giulia Bomba e Rosalba d’Aniello * Dakar, capitale del Senegal, è una città molto grande e caotica. Le strade sono sempre trafficate e piene di tassisti con i quali la contrattazione è all’ordine del giorno dal momento che il prezzo richiesto per il tragitto è sempre superiore a quello reale. Dakar, con il suo Monument de la Renaissance africaine , la Grand Mosque , i mercati tipici, la pittoresca isola di Gorée, patrimonio dell’Unesco, conosciuta come “isola degli schiavi” (nome che deriva dal suo passato in epoca coloniale), l’isola di Ngor e le isole della Madeleine, anch’esse patrimonio dell’Unesco. Nei due mesi trascorsi in Senegal, abbiamo avuto l’occasione di avvicinarci al mondo della cooperazione allo sviluppo e di conoscere una cultura molto lontana dalla nostra. Al termine del viaggio abbiamo maturato una consapevolezza nuova che porteremo nel cuore per tutta la vita: “l’Africa, con i suoi bambini, il costante traffico, le canzoni e i il suono dei tamburi rappresenta il caos, un caos pieno di vita!”.

 

Lezioni di vita a Colombo

charity work program Lezioni di vita a Colombo Il Charity Work Program nella capitale dello Sri Lanka ha permesso a Maria Elisa , Tommaso e Lisa di capire il valore delle diverse culture e di imparare a vivere lontani dal lusso delle nostre società, imparando ad apprezzare l’essenziale. dicembre 2017 di Maria Elisa Beretta, Lisa Mazzon e Tommaso Zonta * Vivere una vita dignitosa fondata sulla giustizia, l’uguaglianza, la pace, e la libertà è solo una delle lezioni di vita che ci portiamo a casa dal nostro Charity Work Program in Sri Lanka. Oggi l’organizzazione è gestita da Sujeewa, che coordina tutte le attività promosse dall’ente, insieme al prete gesuita padre Ranjiit, entrambi molto ospitali e carichi di esperienza di solidarietà internazionale. La lingua principale in cui i bambini vengo istruiti è quella cingalese, ma considerata l’importanza che riveste la minoranza di lingua e cultura tamil che vive nel Paese, le maestre insegnano anche diversi vocaboli, tra cui ovviamente l’alfabeto e numeri, in tamil e anche in lingua inglese. Inoltre, abbiamo avuto l’opportunità di tenere lezioni di lingua inglese alle maestre degli asili e di visitare le famiglie della città assistite dallo staff di Shanti , che vivono in condizioni di estrema povertà. Oltre alle escursioni attorno allo Sri Lanka, tra cui le città di Kendy e Trincomalee e il Parco Nazionale di Sigiriya, abbiamo avuto l’opportunità di vivere la cultura cingalese di tutti i giorni. Partecipare a questo matrimonio, così come entrare nella vita di tutti i giorni di persone culturalmente diverse da noi, cercando di dare il nostro semplice contributo è stato ciò che più di tutto ci ha permesso di crescere come persone.

 

Il dono della terra da alegria

charity work program Il dono della terra da alegria A Canavieiras, nella scuola materna “Giardino degli Angeli”, hanno visto il confine tra la ricchezza della città e la povertà delle favelas. Appena arrivate in Brasile siamo state travolte da un’atmosfera di gioia, dalla musica che risuonava alta in ogni angolo delle strade, dai colori accesi dei paesaggi e dall’accoglienza e dalla vivacità delle persone. Da 13 anni donano speranza ai bambini più bisognosi, trasmettendo loro importanti valori quali l’amore, l’amicizia, il rispetto, l’importanza dello studio e infondendo loro la consapevolezza di poter aspirare a un futuro migliore. Le nostre giornate iniziavano con le travolgenti grida, i baci e gli abbracci dei bambini della creche (dai 3 ai 6 anni), che accompagnavamo nelle attività quotidiane: disegnare, colorare, scrivere e contare; giocare in giardino; fare il bagnetto e il riposino pomeridiano. Abbiamo conosciuto famiglie allargate, ragazze, nostre coetanee, già madri di più figli, sorelle che devono prendersi cura di molti fratelli, madri e figli abbandonati dai padri, padri morti a causa della droga, una grande piaga di questo Paese. Abbiamo vissuto il Brasile a 360 gradi: grazie ad Alessandro e Regina, durante i fine settimana non sono mancate gite in barca alla scoperta delle foreste di mangrovie, giornate al mare, momenti di svago alle feste di paese e di condivisione e scambio delle proprie tradizioni culinarie e culturali. Di certo il Brasile è un Paese che ha tanta strada da percorrere in termini di emancipazione femminile, qualità dell’educazione e condizioni di vita, ma non per quanto riguarda l’ospitalità e l’accoglienza dei suoi cittadini.

 

Oh vita, miracolo tra le mani

Il padre ha voluto dargli il nome del babbo della futura dottoressa, che adesso, attraverso quegli occhietti, ha portato un pezzo di Africa nel suo cuore. L’emozione più grande che ho provato è stata far partorire un bellissimo bambino da sola, avere avuto la possibilità di aiutare nel dare alla luce un bambino. Io sono rimasta a bocca aperta, non ci volevo credere, mi si è sciolto il cuore al sentire quelle parole e da allora ogni settimana mi sento con la mamma che mi manda delle foto del piccolo Paulo che cresce, e mi chiamano “auntie Fede”. Questo è ciò che può accadere in Africa, un’emozione speciale e unica che ti rimane nel cuore per sempre. Tra le cose che più mi mancheranno ci sono i bambini con quegli occhietti sempre così genuinamente sorridenti, che con i loro abbracci mi trasmettevano tutto l'affetto del mondo, il loro essere felici semplicemente vedendomi e il loro chiamarmi "muzngu” (uomo europeo). Quello che so è che l'Africa mi ha cambiata profondamente, che mi ha lasciato un segno indelebile, che mi porterò per sempre nel cuore e di cui farò tesoro per migliorare me stessa. Di una cosa sono certa, che ci ritornerò appena potrò, perché le emozioni che ho provato lì non le avevo mai provate prima.

 

Medici in prima linea

dicembre 2017 di Giada Maciocia * Non è stato difficile ambientarsi al BMC, il Benedict Medical Center di Kampala: i medici, le infermiere, gli infermieri, le guardie dell’ospedale, i dirigenti, tutti si sono dimostrati da subito gentili e disponibili. Il BMC è una piccola realtà a Luzira, nella periferia di Kampala: è un piccolo centro, con enormi potenzialità e un grande margine di miglioramento ma molto limitato se confrontato agli ospedali a cui siamo abituati. Come struttura ospedaliera riesce a gestire semplici casi in emergenza, un buon numero di casi ambulatoriali ed è un centro di riferimento per la gente del posto, specialmente per le piccole emergenze. Ho imparato in tre settimane di collaborazione con i medici del BMC molto di più di quello che si può apprendere in un anno intero di tirocinio obbligatorio nei reparti dei nostri ospedali. Ogni popolo, così come gli Ugandesi, deve essere rispettato per le sue particolarità, le sue stranezze e le sue difficoltà: ho visto la bellezza del diverso, dell’inconcepibile, dell’inaccettabile secondo i canoni della cultura occidentale e non ho mai pensato che certe cose dovessero essere stravolte. C’è molto da costruire ma c’è anche più di quello che mi aspettavo: l’Uganda sta crescendo, la popolazione è attiva e dinamica ma il divario sociale ed economico tra le varie classi sociali è ancora un problema da risolvere. Il Charity Work Program mi ha dato la possibilità di collaborare con medici, infermieri, personale sanitario, drivers e amministratori: ognuno di loro si impegna ogni giorno per fare il meglio che può con i mezzi a propria disposizione.

 

Attraversare la sofferenza

Attraversando la periferia della capitale, con lo sguardo atterrito guardavo, attraverso il finestrino, quel susseguirsi di strade non asfaltate e tortuose, di bancarelle strapiene di frutta e verdura, di persone scalze e malvestite, di bambini nudi e trasandati. Non si può comprendere fino in fondo, attraverso uno schermo e vivendo nel benessere e a migliaia di chilometri di distanza, in che condizioni vivono tante povere persone. Tante piccole baracche fatiscenti, quelle che per loro erano case: un'unica stanza che fungeva da cucina, soggiorno, camera da letto, con le pareti fatte di fango e una lamiera come tetto. Ho visto dal vivo diversi casi clinici che prima avevo solo studiato sui libri, e che mai avrei pensato di potere incontrare nella mia carriera. Come dimenticare, non appena varcavo la soglia del cancelletto nero dell’orfanotrofio, quel frastuono di bambini che mi correvano incontro, che s’aggrappavano ai pantaloni, che tentavano quasi di arrampicarsi per potere abbracciarmi per primi? Trasmettevano un bisogno di affetto infinito, contagioso. E poi i disegni con le cannucce, le lettere amorevoli, i braccialetti di lana colorati, la palla fatta di stracci e immondizia, che non si bucava mai. Sono cresciuto tanto, sia a livello personale che professionale. È un’esperienza che ti entra dentro, fino alle ossa, che ti lascia un segno indelebile, che ti cambia in poco tempo e irreversibilmente.

 

La gioia di scoprirsi hermana

Sarebbe stata sufficiente qualche raccomandazione per il freddo dei 3640 metri della città di La Paz. Contrariamente alle aspettative che facevano pensare a un impatto a zero gradi, io e Clara, la mia compagna di avventure, siamo state accolte da quattro gradi: due per ciascuna. Durante il tragitto per arrivare alla parrocchia di Munaypata dove saremmo stati ospiti, i nostri occhi continuavano a muoversi rapidamente a destra e sinistra, nel timore di farsi sfuggire anche una sola istantanea di quella realtà a primo impatto così diversa dalla nostra. Man mano che la nostra esperienza proseguiva, mi sono resa conto che le storie di vita dei piccoli che incontravamo si ripetevano: genitori fisicamente ed emotivamente assenti, denutrizione e problemi di salute erano costanti di gravità variabile. Eppure, o forse proprio per questo, ognuno di loro mi ha saputo trasmettere la gioia del portare a casa un pezzo di pane o avere un paio di calze quando il freddo si impadronisce delle strade e delle case. Sono stata anche insignita del titolo di “hermana”: mentre a loro lasciavo la rassicurazione di essere una “suora in borghese” come tante del luogo, tenevo per me la felicità di essere semplicemente la loro sorella maggiore. Grazie al Charity Work Program perché in tempi di incertezze e paura del futuro, avere la possibilità di fare simili esperienze aiuta i giovani a porsi obiettivi e a credere nella possibilità di impiegare in modo utile la propria vita. Ma soprattutto grazie a ogni bambino incontrato per avermi trasmesso gioia, serenità e spensieratezza, per avermi aiutato a riflettere e per avermi dato una conferma sul percorso professionale che ho deciso di intraprendere.

 

Eco-fashion per l’indipendenza

charity work program Eco-fashion per l’indipendenza Marianna, di Scienze politiche e sociali, ha operato con le donne di Hilando Culturas a La Paz: con il lavoro artigianale nella moda etica, custodiscono la tradizione, proteggono l’ambiente sono liberate dallo sfruttamento e mantengono le loro famiglie. Eppure, la cosa che più mi rimarrà impressa nella mente, oltre alla sua bellezza contornata dal monte Illimani, saranno sicuramente i colori allegri e vivaci delle Cholitas , le tipiche donne boliviane vestite con ampie gonne, bombette e lunghe trecce, che sfilano veloci per la città. Proprio grazie a questo progetto è infatti possibile custodire tutte quelle tecniche antiche di tessitura che queste donne si tramandano di generazione in generazione; tecniche complesse, che richiedono tempo e soprattutto pazienza. L’assenza di sfruttamento della manodopera, prezzi giusti in grado di coprire il costo dei materiali e del lavoratore, la trasparenza della produzione, coloranti naturali e rispettosi dell’ambiente: sono tutti aspetti che rendono speciale un progetto come Hilando Culturas. Durante la permanenza ho avuto modo di osservare da vicino il processo di produzione di tutti i capi che le artigiane producono ogni giorno, all’interno di comunità quasi del tutto gestite da donne. In poco tempo mi sono sentita anch’io parte di quella comunità che ci aveva accolte con tanta semplicità, in un Paese in cui le condizioni economiche e sociali sono tutt’altro che semplici. Ma soprattutto non dimenticherò mai i volti di questo popolo così silenzioso che con un semplice sorriso è in grado di parlare più di chiunque altro.

 

Sulle Ande la moda social

In questi anni, infatti, ProgettoMondo Mlal ha analizzato le principali problematiche del territorio, quali la perdita progressiva dei saperi internazionali, le carenze tecnico-produttive, la mancanza di attenzione alla qualità dei prodotti, la difficoltà di accesso ai mercati nazionali e internazionali e l’assenza di coordinamento tra pubblico e privato. Per anni infatti non è mai stata data la possibilità alle donne di trovare un’occupazione che permettesse loro di contribuire al sostentamento familiare e di portare avanti la tradizione andina ma ora, grazie al progetto Hilando Culturas, ciò è possibile. Nello specifico ho vissuto la mia esperienza lavorando con Comart, una associazione senza scopi di lucro che lavora con 37 laboratori organizzati di artigiani e artigiane, che partecipano all’organizzazione tramite i propri rappresentanti durante le assemblee, seminari. Oltre che per la funzione commerciale è stato deciso di utilizzare il profilo Facebook anche come piattaforma per trasmettere e condividere conoscenza, postando di tanto in tanto notizie sulla storia dei prodotti, sul significato delle rappresentazioni e sull’importanza di salvaguardare la tradizione. Un ulteriore passo avanti è stato quello di consigliare l’apertura di una pagina Instagram, maggiormente dedicata a scopi commerciali, poiché si sta diffondendo molto velocemente l’utilizzo di questo secondo social, specialmente tra i giovani ma non solo. Dal punto di vista commerciale un ultimo traguardo è stato quello di iscriversi a un sito web che permette l’esportazione dei prodotti in qualsiasi parte del mondo, attività non presente prima del nostro arrivo, in passato discussa ma mai messa in atto. Per questo è stato molto utile l’incontro di preparazione a Verona dove abbiamo appreso aspetti importanti di quella che è la loro cultura, il loro comportamento, le loro usanze, la loro religione.

 

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