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Volontari tra foresta e piantagioni

Per Barbara , che studia Food marketing a Piacenza, il Charity è significato incontri con studenti e docenti locali nel nome di un progetto sulla sicurezza alimentare. ottobre 2017 di Barbara Cisternino * Non è stato semplice raggiungere Atalaya, ma una volta arrivata con le mie compagne di viaggio Benedetta e Carolina, è stato ancor più difficile dirle addio. In particolare Richard, un professore d’ingegneria agraria dalle mille risorse, ha messo a disposizione il suo tempo per farci visitare le piantagioni di caffè e cacao dell’università e, con l’aiuto della professoressa Rossio, ha organizzato delle lezioni per approfondire il processo di produzione e di vendita di questi prodotti. I ragazzi dell’università inizialmente hanno avuto un po’ più di difficoltà ad aprirsi, ma sin dai primi giorni alcuni di loro si sono fatti avanti chiedendoci di insegnare loro l’italiano. I peruviani sono pieni di risorse, per non parlare della capacità di adattamento e di trovare soluzioni a tutto: Richard avrebbe potuto costruire un aereo con quello che trovava in giro e con un po’ di colla. Grazie alle direttive di Benedetta, studentessa di Scienze alimentari, e l’ingegno di Richard, siamo riuscite a costruire questo filtro: spero possa essere solo l’inizio di un progetto sulla sicurezza alimentare che si sta cercando di sviluppare tra la UCSS e la nostra università. Leggi il racconto della sua esperienza IN PERÙ A SPORCARSI LE MANI Il Charity Work Program di Carolina , studentessa di Food Marketing a Piacenza, non è stato un lavoro nei campi ma “sul campo”: quello della solidarietà, dell’incontro con gente diversa, della collaborazione a un progetto sulla sicurezza alimentare.

 

La felicità di chi non ha nulla

Charity Work Program La felicità di chi non ha nulla Margherita , di Lingue, è tornata dal suo Charity Work Program in Madagascar con una nuova amica e con una nuova grande famiglia di novanta bambini. Non sono nemmeno 300 km ma ci mettiamo una decina di ore in macchina, e in quest’arco di tempo mi rendo conto di come non potessi nemmeno immaginare cosa fosse la povertà prima di atterrare in questo paese africano, ma così diverso dall’idea di Africa che tutti abbiamo. All’ Orphélinat Catholique di Fianarantsoa, il secondo orfanotrofio più grande d’Africa, ciascuno dei quasi 200 bambini è speciale, e le Suore Nazarene, che lo gestiscono, conoscono perfettamente la storia di ognuno, i loro gusti, le loro peculiarità. C’è Aimée, appena tornata dalla vacanza a casa dei nonni che non hanno i mezzi per mantenerla: ripete tutto quello che dico in italiano ed è una soddisfazione farle capire che la risposta logica al mio “Ciao Aimée” è “Ciao Margherita”. C’è Fanirina, la cui madre soffre di disturbi mentali e che ogni tanto si presenta all’orfanotrofio nella speranza di poter riportare a casa quel concentrato di dolcezza, curiosità e furbizia che è sua figlia. “Margheriiit, Giorgia! Giardaina!”, è l’urlo di Alice, Marceline, Sidonie, di Noeli, Bertrand, Emmanuelle e di tutti gli altri, che ogni giorno vogliono essere accompagnati alla stalla, dove ci indicano ogni animale insegnandoci i loro nomi malgasci. Ma quello che mi rimarrà per sempre dentro sono tutti gli abbracci, tutto l’amore, tutti i sorrisi che mi sono stati donati come un regalo meraviglioso.

 

Benedetta, MacGyver in rosa

charity work program Benedetta, MacGyver in rosa La studentessa di Piacenza, nelle quattro settimane di Charity work program in Perù , oltre a portare le sue conoscenze sulle tecnologie alimentari, ha costruito un filtro per l’acqua assemblato con sabbia e sassi in un territorio ad alto rischio infezioni. Da lì due carretti ci hanno condotto all’Universidad Católica Sedes Sapientiae (UCSS) di Nopoki, la sede universitaria ha ospitato me, Carolina e Barbara, studentesse di Food Marketing e strategie commerciali a Piacenza, per quattro settimane di questa esperienza unica. Ad attenderci il direttore Julio e la professoressa Rossio, nostra principale riferente insieme all’aiuto di due ex alunni, nonché docenti della facoltà di Ingegneria Agraria di Nopoki. Oliver, giovanissimo insegnante di chimica, ci ha sostenuto nel progetto per cui eravamo state selezionate e ci ha portato alla scoperta di luoghi caratteristici nelle vicinanze della cittadina, facendoci scoprire, in particolare, le Quebradas, cascate che loro definiscono come le nostre piscine. Con lui siamo andate alla scoperta della natura e della giungla, abbiamo fatto “escursioni” nelle piantagioni di cacao, di caffè e di ananas, che sono le più importanti materie prime del territorio. Le mie due compagne sono partite con l’obiettivo di trovare una strategia di mercato efficiente, che potesse essere applicata a una realtà forse più arretrata rispetto alla nostra, con l’obiettivo di implementare il mercato locale. Siamo giunte ad Atalaya con moltissimo entusiasmo, con la volontà di conoscere e di farci conoscere, di relazionarci e condividere punti di vista.

 

In Perù a sporcarsi le mani

charity work program In Perù a sporcarsi le mani Il Charity Work Program di Carolina, studentessa di Food Marketing a Piacenza, non è stato un lavoro nei campi ma “sul campo”: quello della solidarietà, dell’incontro con gente diversa, della collaborazione a un progetto sulla sicurezza alimentare. Niente automobili in giro; solo due carrette, una per noi e una per le valigie, per raggiungere l’Università Cattolica sedes sapientiae (Ucss) di Nopoki, dove ci hanno accolto il direttore Julio e la professoressa Rosio, nostro punto di riferimento, insieme a Oliver e Richard, nostre guide in molte circostanze. Tutti si salutano, anche senza conoscersi, basta incrociarsi per strada con qualcuno: un gesto che è diventato così normale anche per me che, al ritorno in Italia, mi veniva spontaneo salutare chiunque incontrassi per strada. Oltre a questo, sotto suggerimento di un nostro professore, ci siamo occupate di costruire, con l’aiuto di Richard e Oliver, un piccolo impianto che serve per filtrare e depurare l’acqua al fine di renderla potabile. Proprio in quest’occasione ho potuto ammirare, nelle persone che ci hanno aiutato, l’arte di sapersi arrangiare con quel poco che si ha, il tutto senza disperarsi, senza arrabbiarsi e senza lamentarsi. In quelle poco più di tre settimane di permanenza ad Atalaya abbiamo avuto anche il piacere di conoscere alcuni studenti dell’università, ragazzi provenienti da popolazioni indigene che quindi, oltre allo spagnolo, parlano una loro lingua nativa. In quel momento Alex, dopo averci spiegato in generale qualcosa sulla sua di famiglia, ha iniziato a parlarne raccontandoci un passato molto difficile che l’ha costretto ad affrontare parecchie difficoltà (e penso che ne abbia raccontato solo una parte).

 

Betlemme, le donne fanno la storia

charity work program Betlemme, le donne fanno la storia In una terra in cui il conflitto è palese, ciò che colpisce sono le esperienze, tutte al femminile, di aiuto ai più poveri e ai più piccoli. Anche la mia. Parla Eliana di Scienze politiche e sociali 25 settembre 2017 di Eliana Coraci * La Palestina è una terra così complessa che non bastano molti libri a conoscerla. Eppure, più della segregazione, più dell’aggressività dei bambini e ancor più delle reti che circondano Hebron da ogni lato, ciò che mi ha veramente colpito del mio Charity Work Program a Betlemme sono le donne che ho conosciuto in Palestina. Come Suor Caterina , georgiana, che lavora instancabilmente per anziani e indigenti alla Società Antoniana di Betlemme; o Flavia , palestinese, che a fianco dell’orfanatrofio Creche ha creato un sistema per restituire dignità alle persone in stato di necessità e per aiutarli a inserirsi nuovamente in società. Oppure le suore di Effetà , centro per bambini sordi, che si dedicano all’istruzione di bambini musulmani, per i quali organizzano anche corsi di Corano. Ma quel mondo lì, quel mondo di oppressione militare e sociale, di povertà, di dignità, di estrema generosità e di speranza ha contribuito a cambiare il mio, di mondo. Leggi il suo racconto LA FATICA DI CAPIRE IL CONFLITTO Più si cerca d’entrare nella questione israelo-palestinese, più si resta confusi: di chiaro ci sono la diversità della vita nei due Paesi e un muro che li divide.

 

La mia Africa, il mio lavoro

Charity Work Program La mia Africa, il mio lavoro Grazie al mio Charity Work Program in Madagascar sono più sicura di aver scelto il percorso di studi che far per me e, da futura cooperante, voglio tornare ad aiutare questo meraviglioso continente. L’impatto con un Paese così povero come il Madagascar è stato forte, e guardandosi intorno si capisce ancor più l'enorme lavoro che fanno le suore Nazarene, che ci hanno trattate come loro sorelle. Ricorderò ogni momento passato a ridere di frasi in malgascio di cui non capivo neanche una parola, e la soddisfazione dei bimbi più grandi quando invece ne capivo qualcuna, il loro "bravaaaa" mi faceva sentire davvero soddisfatta, una soddisfazione che nessun esame e nessun traguardo personale può comprare. I bimbi delle elementari e dell'asilo, i monelli più affettuosi che abbia mai conosciuto, mi hanno regalato oltre che a un allenamento degno di una palestra con il loro correre e saltarmi addosso a qualsiasi ora del giorno, una gioia di svegliarmi che non avevo mai provato. Dal " jardaina " pieno di animali, all'orto, all'enorme " terrain ", non c'era momento in cui non avessi almeno tre bambini per ogni mano, attaccati alle braccia, alla schiena, che mi tiravano volendo farmi vedere cose che mi sono resa conto di dare troppo per scontate. Dopo questa esperienza sono ancora più sicura di aver scelto il percorso di studi che fa per me e lo finirò nella convinzione di voler lavorare per aiutare questo meraviglioso Paese che è l'Africa, e i meravigliosi bambini di cui porterò nel cuore ogni sorriso. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

La fatica di capire il conflitto

CHARITY WORK PROGRAM La fatica di capire il conflitto Più si entra nella questione israelo-palestinese, più si resta confusi: di chiaro ci sono la diversità della vita nei due Paesi e un muro che li divide. settembre 2017 di Monica Abbiati * È stata la mia prima esperienza di volontariato in assoluto e non potevo chiedere di meglio. Ero già stata in un Paese arabo (Marocco) per studiare la lingua, ma ero entusiasta all’idea di vedere qualcosa di diverso, di conoscere più da vicino la realtà israelo-palestinese di cui tanto si sente parlare e di visitare un Paese così ricco e importante a livello storico/religioso. Il primo giorno a Betlemme ero felicissima di essere nuovamente in un paese arabo perché c’è qualcosa nel suo popolo che mi attrae molto: le persone accoglienti e gentili, la lingua, il cibo. La prima sensazione che si prova è quella di sentirsi inutili, perché tutte le persone che incontri se la cavano anche senza di te e, essendo solo di passaggio, una volta ripartiti, continueranno a farlo. Per quanto mi riguarda, queste sono state le esperienze più faticose, a causa anche della lingua palestinese molto diversa dall’arabo classico, ma le più divertenti perché i bambini si affezionano subito e non vedono l’ora di rivederti il giorno dopo per giocare ancora. In questa esperienza ho scoperto la bontà che si può incontrare in certe persone, ho conosciuto la diversità che rende unico il mondo e assaggiato la bellezza che c’è nel volontariato.

 

Quando il volontariato fa Cv

Pensai che come giardiniere/contadino, con una zappa in mano a lavorare nell’orto del convento, me la sarei cavata bene o quantomeno avrei evitato di fare danni: non avevo considerato che la suora potesse aver detto “garten” invece di “garden”. Parlavo con le maestre dell’asilo, simpatiche e sempre con qualcosa da far mangiare ai bambini, e mi chiedevano come fosse l’Italia o mi raccontavano che un loro familiare era riuscito ad arrivarci e che ora viveva molto meglio. Ho poi guardato un gruppetto di bambini che giocava con le costruzioni e in particolare uno in mezzo a loro, di nome Jalaal: aveva costruito un mitra con i lego e così tutti gli altri con lui. Giocavano a spararsi, si inseguivano, cadevano poi ricominciavano. La sensazione che ebbi in quel momento l’avrei avvertita spesso in seguito: circondato dalla tranquillità, dalla bellezza di una terra ricca di storia e abitata da persone stupende, vedere qualcosa di fuori posto e intrinsecamente sbagliato. Nel pomeriggio aiutavamo le Suore di Madre Teresa di Calcutta ad assistere persone con scompensi psico-fisici: cercavamo di parlare con loro, giocavamo e cercavamo di stimolarli facendoli ascoltare musica (come le mie compagne di viaggio mi avevano fatto notare, James Blunt non era il cantante migliore per questo). Dovevamo allontanarli dai loro problemi, sia quelli interiori sia quelli dovuti a ciò che li circondava, e portare loro la nostra banalità: un sorriso, un trucco di carte, un gioco nuovo o una canzone di James Blunt (forse era troppo melanconico ma sono ancora convinto fosse il genere azzeccato). Le persone che ho incontrato e che hanno sorriso con me, il caldo incessante di Gerico e le oasi nel deserto, i monumenti storici di Gerusalemme e i vicoli pieni del profumo dei falafel: tutto questo, nella sua banale straordinarietà resterà con me, sempre.

 

I mille volti della Terra Santa

Charity Work Program I mille volti della Terra Santa L’intreccio armonioso del canto del Muezzin e delle campane delle chiese ma anche il conflitto e il muro di separazione. Sono alcune delle istantanee che Francesca, di Scienze linguistiche, porta via dal Charity Work Program. Anche questi sono i mille volti della Terra Santa: la famosa colomba di Bansky, disegnata su una delle lastre del muro; oppure le torrette di controllo e i checkpoint, da cui i soldati scrutano ogni mossa di coloro che vivono “dall’altra parte”. Durante la visita a Badil Resource Centre, hanno spiegato che è un simbolo dei profughi palestinesi, che sperano di far ritorno alle loro case, un giorno. La maggior parte delle istantanee che porto dentro di me sono legate all’esperienza di volontariato con bambini e disabili. Sono onesta, non è sempre stato facile, alcuni erano molto vivaci e contenere questa loro esuberanza non è sempre stato semplice, però quando mi abbracciavano sapevo che avevo fatto qualcosa di buono. Per molti di loro noi eravamo le uniche persone che vedevano all’infuori delle suore e di alcuni altri volontari, che li raggiungevano nel tardo pomeriggio.

 
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