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Sharing economy, cui prodest

A fronte di chi pensava di avere a che fare con una rivoluzione dal basso dell’economia, c’è chi ora solleva dubbi sulla natura di questo modello della condivisione. Così almeno la pensa il professor Mario A. Maggioni (al centro nella foto), docente di Economia dell’innovazione alla facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica, autore di un recente volume dal titolo “La sharing economy. Ricordando un evento sulla sharing economy organizzato nel 2013 fa in Università Cattolica con Collaboriamo.org, Ivana Pais (a sinistra nella foto), docente di Sociologia economica, ammette che l’euforia di allora sia stata sostituita da una fase di riflessione sul fenomeno. Già nel 2013, nel pieno dell’esplosione di quelle nuove forme di economia, il professor Maggioni metteva in guardia dai modelli di business proposti, piuttosto tradizionali, e dalla mancanza di un quadro normativo certo. Tutte le tecnologie che utilizzano la rete godono di economie di scala non soltanto sul lato dell’offerta, come nelle imprese classiche, ma anche sul versante della domanda, a causa dell’esternalità di rete. E pensare che Internet, fin dalla sua creazione da parte di Vint Cerf, nasce con l’idea di liberare la cultura e di permettere una comunicazione p2p. Non è un caso che «lo stesso servizio possa essere percepito in maniera diversa a seconda dei Paesi in cui opera» come afferma Andrea Saviane (al centro nella foto), parlando della piattaforma di car pooling BlaBlacar di cui è country manager .

 
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