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Lo humour? Una cosa seria

Brescia Lo humour? Una cosa seria L’umorismo, col suo potere attraente e liberatorio, può rappresentare un valido sostegno al lavoro degli operatori nel lavoro sociale ed educativo. L’utilità dell’umorismo è riconosciuta come stru¬mento di coesione (“lubrificante sociale”, secondo un’immagine ricorrente tra diversi autori), veicolo per la qualità dei legami ma pure fenomeno complesso che, se rafforza l’appartenenza, può anche indebo¬lire la coesione di un gruppo o mortificare le persone. Va detto però che dell’umorismo conosciamo anche un impiego dannoso nelle interazioni sociali quotidiane: l’umorismo, infatti, può esser impiegato in modo negativo per esprimere disprezzo e derisione, può funzionare come strategia di pressione, e ancora, può sviare l’attenzione, così da evitare questioni problematiche. Ciò significa che la capacità di creare umorismo consiste nel saper cogliere in modo originale i legami esistenti fra esseri viventi, oggetti o idee, e acquisire un nuovo modo di vedere le cose, una nuova comprensione di sé, una maggiore consapevolezza dei condizionamenti interni ed esterni. È opportuno allora prendere sul serio l’umorismo, che può rappresentare un valido supporto per il lavoro degli operatori nel lavoro sociale ed educativo, offrendo nuove prospettive e sollecitando iniziative. Livia Cadei (Università Cattolica) introdurrà le riflessioni in merito alle possibili ricadute nel lavoro socioeducativo che può occupare uno spazio nella relazione d’aiuto, ma può altresì rafforzare l’identità professionale degli operatori. Bruno Humbeeck (Université Mons-Belgio) orienterà la riflessione sull’importanza di saper riconoscere la differenza fra umorismo e derisione che significa saper distinguere le azioni che producono legami, inclusive da quelle che separano ed escludono.

 

Cinque ragioni per investire in formazione

cattolicapost Cinque ragioni per investire in formazione Secondo il rapporto OCSE Education at a glance 2017 l’Italia è tra i Paesi che destinano meno risorse a questo settore. A suonare il campanello d’allarme è il recente rapporto OCSE Education at a glance 2017 , che ci posiziona (anche quest’anno) tra i Paesi che poco investono in formazione, fanalino di coda al pari di Messico e Turchia. Solo il 18% degli italiani è infatti in possesso di un titolo di laurea: l’esatta metà della media dei Paesi OCSE. A preoccupare è anche un altro fenomeno: i Neet , i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano, raggiungono nel nostro Paese il 26% della popolazione. La fotografia può mutare, in meglio o in peggio, a seconda delle variabili geografiche (nord-sud), di genere (maschi-femmine), di titolo di studio (diploma-laurea) ma la sostanza non cambia. Lavoro inteso come luogo di crescita individuale e sociale, ambito di creatività e di ingegno, trama di relazioni e di soluzioni da ricercare. Investire in formazione, partecipare a un master, frequentare corsi di aggiornamento, significa anche diventare più competitivi nel mercato del lavoro, acquisire quelle skills che fanno la differenza, aumentare la propria employability e risultare interessanti per i datori di lavoro.

 
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