Milano, 14 maggio 2012. Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano in Aula Magna, con i ministri Lorenzo Ornaghi e Piero Giarda

«L’unità italiana non è solo un fatto politico, non è il frutto di quel conflitto politico, ha radici più profonde, che affondano nella tradizione storica, letteraria, artistica e religiosa del paese, e che ne costituiscono i caratteri distintivi e gli elementi decisivi». Parole del preside di Lettere e filosofia Angelo Bianchi, pronunciate il 14 maggio nell’aula magna dell’ateneo alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che con la sua partecipazione ha onorato il convegno “Tradizione cristiana, identità culturale e unità italiana”, promosso dalla facoltà, dal Dipartimento di Scienze Storiche e dal Centro di ricerca “Letteratura e Cultura dell’Italia Unita”, collegandolo idealmente alle iniziative per i 150 anni dell’unità d’Italia.

Ad aprire i lavori della prima sessione, dopo i saluti del prorettore vicario Franco Anelli e del cardinale Dionigi Tettamanzi a nome dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, il professor Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, lo storico Francesco Traniello, docente dell’Università degli Studi di Torino, e Agostino Giovagnoli, docente di Storia Contemporanea e direttore del Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università Cattolica. In sala, accanto al Capo dello Stato, i ministri e professori dell’ateneo, Lorenzo Ornaghi, Piero Giarda e Renato Balduzzi, insieme al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e a molte altre autorità civili e militari.

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Al centro della sessione inaugurale “Il contributo dei cattolici all’unità italiana”. Riccardi, ripercorrendo le tappe salienti del rapporto tra Chiesa e Stato all’indomani dell’Unità d’Italia, ha messo in luce come l’istituzione ecclesiastica sia rimasta l’unica erogatrice dell’assistenza religiosa in un momento in cui il governo scelse di non giocare la carta della riforma religiosa. Tuttavia, ha continuato Riccardi, avviene una trasformazione profonda per la Chiesa. «Con l’Unità questa si rimodella sulla dimensione della nazione, per la prima volta in una storia bimillenaria. Fino all’Unità, la Santa Sede nominava liberamente solo i vescovi degli Stati Pontifici, mentre per gli altri Stati italiani negoziava con i sovrani cattolici. Il papa perde il potere temporale, ma guadagna l’episcopato italiano». Guardando ai tempi più recenti, Riccardi ha ricordato la visione di Giovanni Paolo II sulla missione dell’Italia, che viene dalla sua storia, dalla cultura e dalla fede: «Una missione che ritorna in un tempo in cui, come diceva Wojtyla si soffre per mancanza di visione. Un problema che attanaglia oggi non solo la classe politica, ma anche la cultura, un po’ tutta la società italiana. La visione non è erudizione, ma capacità di coniugare senso del passato e indicazione per il futuro. Sono convinto – ha concluso Riccardi - che, nel patrimonio storico e culturale del cattolicesimo italiano, ci siano materiali per una visione del futuro».

Il professor Traniello ha delineato il carattere composito del Risorgimento italiano, i cui protagonisti presero differenti posizioni rispetto alla questione cattolica. Il contributo dei cattolici al Risorgimento trovò la sua spinta soprattutto dalla profonda voglia di rinnovamento della Chiesa che spinse alcuni celebri esponenti cristiani a diventare padri della futura patria: Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini, citati da papa Benedetto XVI nel messaggio inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Figure fondamentali della nostra storia, da affiancare ad Antonio Rosmini, Alessandro Manzoni, Silvio Pellico, san Giovanni Bosco, del quale Ratzinger ha ricordato le parole: «Essere cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa».

Nell’intervento conclusivo, Giovagnoli ha presentato alcune riflessioni sulle conseguenze del rapporto tra il papato e l’Italia: un rapporto che ha favorito la convergenza tra interessi papali e interessi nazionali ed evitato la formazione di una Chiesa nazionale separata o contrapposta all’autorità papale sul modello della Chiesa gallicana. «Non a caso, già all’inizio del XVI secolo Machiavelli enfatizzava – seppure in chiave polemica – il ruolo del papato nello spazio politico italiano, sollecitando il papa a prendere l’iniziativa per la costruzione di uno Stato unitario. Anche dopo che la vittoria spagnola ebbe spento le velleità politiche italiane, il papato moderno non ha smesso di rivolgere una particolare attenzione nei confronti dell’Italia, sostenendo, per esempio, il processo di unificazione culturale delle classi dirigenti e di promozione dell’unità linguistica». Così mentre le occasioni politiche o militari di unificazione fallirono, il vero agente unificatore rimase la lingua letteraria. Secondo Giovagnoli, «un’azione culturale che ha avuto importanti implicazioni politiche: l’unificazione linguistica e culturale ha costituito infatti una premessa decisiva nella formazione di quell’opinione pubblica italiana che, nel XIX secolo, ha animato il movimento patriottico e realizzato l’Unità. Più in generale, la dialettica tra il papato e i grandi Stati europei ha costituito una sorta di protezione degli interessi italiani e, secondo alcuni, ha rappresentato anche in varie circostanze una difesa delle coscienze nei confronti del potere assoluto».

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