Il cardinale Mauro Piacenza in aula magna. Milano 7 marzo 2012«La Chiesa non esiste per sé stessa. Essa non è il punto d’arrivo, ma deve inviare oltre sé (…) verso quell’Altro, con la A maiuscola, da cui proviene e a cui conduce». Sono parole dense di significato quelle di Benedetto XVI, pronunciate durante l’omelia del 19 febbraio scorso e riprese dal cardinale Mauro Piacenza, mercoledì pomeriggio nell’Aula magna dell’Università Cattolica. Invitato per tenere una lezione introduttiva ai corsi di Teologia rivolti agli studenti di tutte le facoltà, il prefetto della Congregazione per il clero ha iniziato con una domanda: cos’è la Chiesa? O meglio, chi è la Chiesa?

«Non si tratta di dare una visione esteriore, ma di guardare dentro le cose, per comprenderne meglio la natura - ha precisato, introducendo l’incontro, monsignor Sergio Lanza, assistente ecclesiastico generale dell’ateneo -. Le notizie di cronaca rischiano di farci cadere nel gossip e non afferrano la verità dell’opera della Chiesa nel mondo». L’opera e la presenza della comunità cristiana nel mondo sono state, invece, vero centro della Lectio del teologo, che, alla presenza del prorettore vicario Franco Anelli, ha iniziato affrontando il rapporto tra identità della Chiesa e relativismo nell’epoca moderna.

«La Chiesa non è che il prolungamento dell’avvenimento di Cristo nel tempo e nello spazio», ha detto Piacenza. Al centro della nostra fede, infatti, c’è una presenza: Gesù di Nazareth. «Per questa ragione, possiamo dire che la Chiesa è il luogo dove noi “partiamo” verso Dio. Infatti, solo perché la meta, seppur non conosciuta fino in fondo, è intuita, vale la pena di mettersi in cammino. Fino alla consumazione della storia la Chiesa sarà in movimento.

«È abissale la differenza tra il relativismo ecclesiale - che rimanda a Dio - e il relativismo culturale in cui siamo immersi», ha spiegato Piacenza. Se il primo implica una relazione - e quindi un’apertura - il secondo nega la possibilità di qualsiasi rapporto profondo tra l’uomo e la realtà, che si accontenta perciò della convenienza dell’immediato. Ma chi è più libero? «Chi conosce la meta del proprio viaggio e ne gusta le tappe, o chi è costretto a vagare da un luogo all’altro», cercando qualcosa che lo soddisfi? E chi è più moderno? Chi vive il presente, intuendone il significato, o chi del presente è prigioniero? «Non c’è nessuno che ama la libertà, il progresso e la modernità più della Chiesa, perché essa è la compagnia di coloro che da Cristo sono stati liberati».

Attraverso queste provocazioni il cardinale ha proposto una riflessione sull’esistenza della chiesa nel mondo: «Una presenza viva. Che vive in modo contemporaneo». E che dà così fastidio alle ideologie, le quali «cercano di ridurne la portata», non accettando che l’avvenimento diventi Storia. Il contenuto della fede, invece, è ciò che «nessun relativismo potrà mai infrangere, perché niente sarà in grado sopprimere le domande costitutive del cuore umano». Solo da questo riconoscimento nascono le opere di carità e il compito missionario della Chiesa, sempre al servizio della verità. Ma per i cristiani, - ha ricordato Piacenza - «la verità non è un concetto ma una persona. Io sono la via, la verità e la vita. Nonostante la persecuzione, che durerà fino alla fine del tempo e della storia, la Chiesa non potrà mai fare a meno di testimoniare Cristo. Perché Egli “è ciò che abbiamo di più caro”».