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Welfare aziendale, dimenticare Olivetti

Milano Welfare aziendale, dimenticare Olivetti È la tesi del nuovo libro di Luca Pesenti edito da Vita e Pensiero: migliorare le condizioni di lavoro e di conciliazione non è più solo questione di imprenditori illuminati ma fa bene a tutti: azienda, lavoratori e relazioni industriali. Ma allora, perché dobbiamo dimenticare Olivetti?» Inizia così il nuovo libro di Luca Pesenti , docente di Sociologia generale dell’Università Cattolica di Milano, intitolato Il welfare in azienda. Analizzando i dati però mi sono però accorto che il welfare privato, argomento che ha impegnato alcuni studiosi di ottimi manuali, non era ancora stato oggetto di una analisi più divulgativa. Non è più un problema di imprenditore illuminato , che rimane una rarità, ma è ormai un problema che riguarda la logica dell’organizzazione delle risorse umane perché si è capito che il welfare aziendale fa bene a tutti : all’azienda, ai lavoratori, alle relazioni industriali. Bisogna ascoltarli, una cosa “semplice”, che chiede però una certa dose di umiltà dei quadri dirigenti e una visione che travalichi il modello classico gerarchico e la capacità di rischiare. Perché è importante il ruolo dei sindacati? Possono aggregare i bisogni facendo emergere ciò che conta di più per i dipendenti e fungere da portavoce e da via di comunicazione del piano welfare. Un problema tra l’latro che le aziende dovrebbero porsi non a livello di mercato ma prima: a una azienda conviene avere una platea di dipendenti che invecchia senza un ricambio generazionale? Conviene avere una società che invecchia? Le analisi dicono di no, come altri colleghi in Università, come Rosina.

 
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