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Perché serve un nuovo umanesimo

Ovviamente, una volta che abbiamo scelto di considerare l’«uomo», non abbiamo con ciò però ancora detto che esso sia importante o che tutto ruoti attorno a lui, pur avendo notato come ogni cosa di cui parliamo sia in qualche modo imperniata su noi stessi. Il passaggio dall’egocentrismo all’antropocentrismo sembra quasi naturale e, se è così, è logico che nel corso della storia dell’umanità si sia declinato in diverse forme e differenti ambiti. In questa varietà una delle più interessanti è senz’altro l’umanesimo , tra l’altro un fenomeno tipicamente italiano nel suo cespite, che segna una vera e propria cesura tra due diversi «mondi», quello oscuro della media aetas e quello illuminato dei moderni. Anche se sappiamo che nella storia le cesure non sono mai nette e sono invece spesso ricostruite ex post , in questo caso la novità non era semplicemente il frutto di un’autopercezione, ma una categoria decisiva, essendo precisamente lo scopo che ci si prefissava. È da qui che la novità acquista un valore intrinseco, nella misura in cui è la ricerca di essa a caratterizzare l’uomo nell’universo: una ricerca di conoscenza, innanzitutto, e di liberazione, come suo portato. Di qui insomma sia la rinascita delle humanae litterae sia di quella che abbiamo imparato a chiamare la «rivoluzione scientifica», che cercherà di decrittare anche il sempre meno misterioso libro della natura. Va da sé che, come ogni progetto di ampio respiro, anche l’umanesimo debba essere sempre di nuovo declinato e sarebbe dunque iniquo imputargli come difetto il bisogno di una quasi continua riconfigurazione e riproposizione.

 
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