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Fede e canestri, il segreto di Miami

Anche se venerdì notte l’anello andrà ai Los Angeles Lakers (conducono 3-1 la serie finale). Gli Heat hanno messo in campo quanto di più prezioso il basket possa offrire: lo spirito di squadra, la capacità di far fronte alle avversità, la voglia di non mollare mai, la profondità di uomini che hanno trovato nel canestro uno strumento di salvezza. Che i Lakers fossero infatti la squadra da battere in questa anomala stagione Nba era abbastanza prevedibile. Ma poi, mai nome fu più azzeccato: Miami “ Heat”, “caldo”, come il clima estivo di cui beneficia tutto l’anno la città della Florida ma anche come il “calore” con cui viene vissuto questo sport. In quel logo con la palla infuocata che attraversa l’anello del canestro c’è tutta la fame di vincere, bruciante, di una franchigia giovane (nata nel 1988) ma quasi sempre protagonista. Nel 2012 e nel 2013 con la squadra dei “tre tenori”, Wade (ancora lui) con Bosh e LeBron. Ma se dopo qualche stagione difficile sono tornati a giocarsi il titolo, il merito è di due “registi” speciali: Pat Riley, il presidente, e Erik Spoelstra il coach.

 

Dopo Covid, convivere con l’imprevedibile

Da quella pandemia che ha messo in discussione le nostre certezze e che ora ci costringe a rivedere i nostri schemi, sia quelli personali che quelli delle imprese. Sono stati, infatti, ripescati numerosi libri che parlano di epidemia e di virus: quello ad esempio di Sylivia Browne “ Cosa ci riserva il futuro ”, di David Quammen “ Spillover ”, di Niccolò Ammaniti “ Anna ”, di Roberto Burioni “ Virus. Anche l’economia non è una scienza esatta perché legata all’uomo e l’uomo è legato a un avvenire che non è il futuro. Ne è convinto anche Robiglio affermando che «è necessario riappropriarci del tempo per riuscire ancora a fare impresa e che bisogna mettere al centro la persona, le competenze, i saperi come nel Rinascimento; la persona è il vero driver dell’economia e ha bisogno di formazione continua. Abbiamo voglia di mettere la persona al centro dell’azienda? Dobbiamo sapere che la persona è un disastro, si ammala, non è competente, a volte è incapace, complessa. Per Petrosino l’avventura umana non è una passeggiata nei boschi, dobbiamo liberarci dall’idea del successo poiché l’uomo è chiamato a un compimento che non coincide con il successo, nemmeno quello professionale poiché il lavoro non coincide con la professione. Non dobbiamo cadere nella trappola di considerare il fallimento che è ciò che nella vita si incontra, che è una condizione, una obiezione alla vita.

 
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