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Afghanistan, la nostra solidarietà

Milano Afghanistan, la nostra solidarietà “ Attraverso i loro occhi ” racconta l’intervento dell’Università Cattolica per ricostruire la comunità in un Paese dilaniato dalla guerra. L’Università Cattolica per l’Afghanistan ” (Vita e Pensiero), il quaderno del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale (Cesi) che racconta l’intervento in un Paese dilaniato dalla guerra. Nel corso di un progetto durato dal 2009 al 2013, il Cesi ha partecipato all’impresa di avviare forme di cooperazione sostenibili con l’aiuto di attori civili e militari e della Chiesa locale. Anche il professor Roberto Cauda , direttore del Cesi, ha affermato la straordinarietà di questa esperienza realizzata con il progetto “Attraverso i loro occhi”, «un’occasione per portare in Afghanistan vicinanza, solidarietà e formazione delle nuove generazioni, con un’attenzione particolare alle donne». Il progetto ha dato, infatti, l’opportunità a tutti di conoscere un Afghanistan diverso che ha rivelato la quotidianità della guerra “attraverso i loro occhi” e, allo stesso tempo, alle studentesse afgane coinvolte di esprimersi e dar voce al proprio Paese». Partner importante del progetto è stata la Chiesa locale come ha sottolineato durante l’incontro moderato da Gian Micalessin , reporter di guerra e giornalista de “Il Giornale”, il padre barnabita Giuseppe Moretti : «Fino al 1979 l’Afghanistan era un paese in pace dove si poteva viaggiare e Kabul aveva 500mila abitanti. Ma l’incontro tra gli studenti dell’Ateneo e i loro colleghi afgani è un modello di speranza che si riassume nel progetto “Attraverso i loro occhi” e nell’esperienza della fraternità.

 

Africa, la filosofia della semplicità

charity work program Africa, la filosofia della semplicità I bambini della Bishop Cipriano Kihangire Nursery &; Primary School di Kampala hanno posto domande cui Beatrice non poteva rispondere, neanche forte dei miei studi filosofici. ottobre 2017 di Beatrice Pianetta * Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. L'unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell'Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

 

Agricoltura, lezioni d’alta quota

E poi, prima di arrivare alla destinazione finale, Atalaya, qualche giorno a Lima, una città che è dieci volte Milano con il traffico di Napoli piena di profumi colori e sapori, con le sue maestose chiese piene d’oro. Il viaggio dura circa 7 ore su terra battuta con attraversamenti su barche, diverse volte abbiamo guadato torrenti e percorso tornanti pericolosi, i piloti sono molto esperti e il viaggio diventa una gara di rally col tempo per arrivare in paese prima che cali il buio tra gli alberi altissimi. Al limite delle ultime capanne della cittadina inizia la salita verso il monte che risaliamo con machete alla mano, nella prima parcella c'è il vivaio, sotto un telo ombreggiante dove vengono coltivate centinaia di piantine di cacao e agrumi. È uno dei pochi punti da dove si può scorgere l'intera cittadina che finisce sulla riva del rio Tambo, che pochi metri più avanti si univa con il rio Urubamba per formare come una ipsilon: il rio Ucayally, principale affluente del rio Amazonas. Purtroppo l'integrità di queste comunità non viene preservata dallo stato peruviano: non indossano i loro abiti caratteristici e vivono da contadini poveri, perché aziende e multinazionali hanno fatto delle loro terre, dei loro fiumi e dei loro prodotti ciò che volevano grazie alle sovvenzioni statali. Durante la settimana successiva con Ugo abbiamo realizzato potature e innesti di cacao perfezionando tecniche di gestione dei frutteti, la parte di formazione è fondamentale per garantire una buona produzione e qualità dei frutti. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Al Benedict con i medici di frontiera

CHARITY WORK PROGRAM Al Benedict con i medici di frontiera Nelle corsie dell’ospedale di Kampala costruito da Padre John abbiamo visto la sofferenza di un’Africa che lotta contro malattie che da noi sono curate e lì fanno ancora molte vittime. novembre 2015 di Claudia Mendicino * Rievocando a distanza di qualche settimana i momenti centrali della mia esperienza in Uganda con il Charity Work Program, ci sono alcune immagini particolarmente nitide che si affacciano alla mente. I colori accesi, il paesaggio di un verde brillante e il contrasto con la terra rossa, i rumori, il fiume di persone a piedi che camminano ai lati della strada e i tantissimi bambini sorridenti che ci salutano segnano tutto il tragitto in taxi da Entebbe a Kampala. Quello che colpisce subito è il calore della gente del posto, i sorrisi di benvenuto di infermieri, ostetriche e medici che si mostrano sinceramente contenti di averci lì, i saluti dei bambini per strada. La dimensione del tempo per gli africani è molto diversa dalla nostra: è subito evidente che per loro il tempo non ha lo stesso valore assoluto che assume per noi occidentali. Vediamo le condizioni drammatiche di tanti pazienti, il divario tra quello che si può fare con ciò che i medici locali hanno a disposizione e ciò che si sarebbe potuto fatto in Italia per pazienti in quelle stesse condizioni. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A Nyabula non si fanno rubare la speranza

Charity Work Program A Nyabula non si fanno rubare la speranza Nella missione di Baba Emilio in Tanzania ho incontrati ragazzi che, nonostante le difficili condizioni in cui vivono, non si scoraggiano e affrontano la vita con gioia e con semplicità. Se un anno fa qualcuno mi avesse parlato di andare in Africa, avrei risposto che stavo bene a casa mia. Non era mai stata nei miei sogni. È lì che mi vuole portare il cuore, è lì che metterò a dura prova quella Carmela, ultimamente, piena di paure e con profondi dubbi su come trovare la vera felicità. Nyabula è popolata per lo più da studenti delle scuole superiori che vivono nei dormitori e che riescono a vedere le proprie famiglie solo durante la pausa scolastica e le feste natalizie e pasquali. Quanta semplicità nei loro sguardi e quanta bellezza! Ragazzi che, in sintonia a quanto raccomandato con forza da Papa Francesco, non si sono fatti rubare la speranza e, nonostante le condizioni di vita difficili, non cedono allo scoraggiamento. Ognuno di noi è chiamato a non sottrarsi a quella “buona battaglia” della fede – di cui scrive Susanna Bo – che dà sale alla vita, anche quando questa sembra farsi matrigna. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A scuola di cooperazione

dicembre 2017 di Ivano Scarcia * Come volontario, sono stato inserito nell’ambito del progetto "Escuelas de Líderes" formulato, sviluppato e gestito da Escuelas Populares de Don Bosco (Epdb), partner locale della Ong italiana Vis. In particolare ho lavorato con quattro unità educative che appartengono alla gestione di Epdb Cochabamba. Tutte queste tematiche hanno toccato articoli importanti presenti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: così è stato possibile coniugare l’importanza dei temi trattati, con l’esistenza di diritti specifici che appartengono a tutti e che ognuno ha la facoltà di esercitare. Sono stato anche inserito anche nella formulazione di questionari per interviste che ho fatto, insieme alla mia compagna di viaggio, Giorgia, in diverse unità educative, a professori e direttori, nell’ambito della tematica dell’educazione inclusiva nelle scuole del dipartimento di Cochabamba, con lo scopo di fare ricerca su tale tema. Dal punto di vista professionale ho invece avuto la possibilità di sviluppare skills molto importanti come la preparazione di lezioni frontali, da tenere dinanzi a una platea di ragazzi. Grazie alla Ong italiana Vis ho avuto inoltre la possibilità di imparare a scrivere un diagnostico di un progetto di sviluppo, nonché formulare un questionario per sviluppare interviste con l’obiettivo di ricerche sul campo. Al di là delle skills professionali acquisite, che sicuramente mi aiuteranno nel mondo del lavoro e nell’ambito del percorso di studi che sto affrontando, i due mesi in Bolivia mi hanno arricchito molto anche dal punto di vista culturale. Se ti potesse definire la Bolivia con una sola parola, io la descriverei con il termine spagnolo “compartir” che in italiano significa “condividere”: i bambini, i ragazzi e gli adulti tutti, hanno condiviso con me, il “gringo” di turno, anche quello che non avevano.

 

Attraversare la sofferenza

Attraversando la periferia della capitale, con lo sguardo atterrito guardavo, attraverso il finestrino, quel susseguirsi di strade non asfaltate e tortuose, di bancarelle strapiene di frutta e verdura, di persone scalze e malvestite, di bambini nudi e trasandati. Non si può comprendere fino in fondo, attraverso uno schermo e vivendo nel benessere e a migliaia di chilometri di distanza, in che condizioni vivono tante povere persone. Tante piccole baracche fatiscenti, quelle che per loro erano case: un'unica stanza che fungeva da cucina, soggiorno, camera da letto, con le pareti fatte di fango e una lamiera come tetto. Ho visto dal vivo diversi casi clinici che prima avevo solo studiato sui libri, e che mai avrei pensato di potere incontrare nella mia carriera. Come dimenticare, non appena varcavo la soglia del cancelletto nero dell’orfanotrofio, quel frastuono di bambini che mi correvano incontro, che s’aggrappavano ai pantaloni, che tentavano quasi di arrampicarsi per potere abbracciarmi per primi? Trasmettevano un bisogno di affetto infinito, contagioso. E poi i disegni con le cannucce, le lettere amorevoli, i braccialetti di lana colorati, la palla fatta di stracci e immondizia, che non si bucava mai. Sono cresciuto tanto, sia a livello personale che professionale. È un’esperienza che ti entra dentro, fino alle ossa, che ti lascia un segno indelebile, che ti cambia in poco tempo e irreversibilmente.

 

Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town

Charity Work Program Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town Il Work Charity Program è stato molto più di un’esperienza di volontariato: un uragano che ha cambiato il mio sguardo sulla vita. Appena il tempo di mettere da parte valigie e incertezze, diamo inizio a quella che oggi chiamerei una meravigliosa sfida, un’immersione totale nel mondo dello “Scalabrini Centre” di Cape Town, un centro pensato per aiutare i rifugiati che hanno bisogno di assistenza legale, educazione, supporto economico. Vivere un’esperienza di questo tipo ti scuote dall’interno, ti aiuta a capire quali sono le priorità, ti insegna che la vita è qualcosa di straordinario, perché molto spesso, in Africa, vivere è già un gran privilegio. Durante le consulenze dell’Advocacy Team incontri una donna dello Zimbabwe che ti racconta di essere fuggita dalla guerra civile, di aver contratto l’Hiv, di essere stata stuprata ripetutamente. Eppure ha un sorriso contagioso perché oggi ha appena saputo che il suo Appeal è stato accolto e che quindi potrà avere un permesso per restare in Sudafrica con i suoi figli, senza più essere costretta a tornare ogni mese a Pretoria per rinnovare i documenti. Poi una mamma ti fa notare che è una reazione normale, perché loro una persona bianca non l’hanno mai vista nella loro vita. Il Work Charity Program è stato per me molto più di un’esperienza di volontariato: è stato un uragano che ha scombussolato quella che io prima consideravo la piattezza della quotidianità, fatta di studio, amici, famiglia.

 

Benedetta, MacGyver in rosa

charity work program Benedetta, MacGyver in rosa La studentessa di Piacenza, nelle quattro settimane di Charity work program in Perù , oltre a portare le sue conoscenze sulle tecnologie alimentari, ha costruito un filtro per l’acqua assemblato con sabbia e sassi in un territorio ad alto rischio infezioni. Da lì due carretti ci hanno condotto all’Universidad Católica Sedes Sapientiae (UCSS) di Nopoki, la sede universitaria ha ospitato me, Carolina e Barbara, studentesse di Food Marketing e strategie commerciali a Piacenza, per quattro settimane di questa esperienza unica. Ad attenderci il direttore Julio e la professoressa Rossio, nostra principale riferente insieme all’aiuto di due ex alunni, nonché docenti della facoltà di Ingegneria Agraria di Nopoki. Oliver, giovanissimo insegnante di chimica, ci ha sostenuto nel progetto per cui eravamo state selezionate e ci ha portato alla scoperta di luoghi caratteristici nelle vicinanze della cittadina, facendoci scoprire, in particolare, le Quebradas, cascate che loro definiscono come le nostre piscine. Con lui siamo andate alla scoperta della natura e della giungla, abbiamo fatto “escursioni” nelle piantagioni di cacao, di caffè e di ananas, che sono le più importanti materie prime del territorio. Le mie due compagne sono partite con l’obiettivo di trovare una strategia di mercato efficiente, che potesse essere applicata a una realtà forse più arretrata rispetto alla nostra, con l’obiettivo di implementare il mercato locale. Siamo giunte ad Atalaya con moltissimo entusiasmo, con la volontà di conoscere e di farci conoscere, di relazionarci e condividere punti di vista.

 

Betlemme, le donne fanno la storia

charity work program Betlemme, le donne fanno la storia In una terra in cui il conflitto è palese, ciò che colpisce sono le esperienze, tutte al femminile, di aiuto ai più poveri e ai più piccoli. Anche la mia. Parla Eliana di Scienze politiche e sociali 25 settembre 2017 di Eliana Coraci * La Palestina è una terra così complessa che non bastano molti libri a conoscerla. Eppure, più della segregazione, più dell’aggressività dei bambini e ancor più delle reti che circondano Hebron da ogni lato, ciò che mi ha veramente colpito del mio Charity Work Program a Betlemme sono le donne che ho conosciuto in Palestina. Come Suor Caterina , georgiana, che lavora instancabilmente per anziani e indigenti alla Società Antoniana di Betlemme; o Flavia , palestinese, che a fianco dell’orfanatrofio Creche ha creato un sistema per restituire dignità alle persone in stato di necessità e per aiutarli a inserirsi nuovamente in società. Oppure le suore di Effetà , centro per bambini sordi, che si dedicano all’istruzione di bambini musulmani, per i quali organizzano anche corsi di Corano. Ma quel mondo lì, quel mondo di oppressione militare e sociale, di povertà, di dignità, di estrema generosità e di speranza ha contribuito a cambiare il mio, di mondo. Leggi il suo racconto LA FATICA DI CAPIRE IL CONFLITTO Più si cerca d’entrare nella questione israelo-palestinese, più si resta confusi: di chiaro ci sono la diversità della vita nei due Paesi e un muro che li divide.

 

Betlemme: più dei gesti, oltre le parole

Volti di una realtà che suscita domande ma non risposte, solo la certezza che un viaggio così non può che essere un inizio. Charlie trattiene il respiro senza quasi rendersene conto nell’istante che precede l’apertura delle porte automatiche: una frazione di secondo dopo, un panorama di volti e di braccia che si agitano a richiamare attenzioni gli si spalanca davanti. L’urto di una valigia lo ridesta di colpo da questi pensieri, riportandolo a vagare con lo sguardo alla ricerca di quattro occhi ben noti, che nell’incrociare i suoi si illuminano di gioia e sollievo insieme, mentre quattro mani sciolgono la stretta d’apprensione per aprirsi in un’attesa di abbraccio. Il fatto è che forse ad un certo punto si smette di cercare una motivazione, perché in fondo non è questa a muovere l'impegno, tanto si continuerebbe a fare ciò che si fa anche se l'ultima scintilla di speranza si dovesse spegnere. Come i rifugiati del campo di Aida che, indifferenti all’avvicendarsi delle generazioni, continuano a raccontare ai propri figli la storia delle loro origini, a ricordare che “casa” è altrove e che tutto ciò a cui ambiscono è potervi, un giorno, fare ritorno. Suor Maria, responsabile del centro che ha accolto Charlie, risponde che è la realtà che si vive quotidianamente che porta ad assumere atteggiamenti più o meno positivi: lei la speranza l’ha dovuta abbandonare per far spazio al presente, rappresentato da quei bambini che ogni giorno bussano alla sua porta. Una realtà che suscita tante domande senza dare risposte, solo un’unica, grande consapevolezza: che un viaggio così, non può essere che un inizio.

 

Brasile, uno psicologo “obrigado”

Charity Work program Brasile, uno psicologo “obrigado” Davide , neolaureato in Psicologia , ha trascorso il suo Charity Work Program in una comunità di recupero per tossicodipendenti e in un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale. Ho cercato di lasciare a casa ogni tipo di aspettativa, pensiero, pregiudizio e cercare di vivere ogni singolo istante di questa esperienza. Di questa realtà fanno parte un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale e tre comunità terapeutiche per persone con dipendenza chimica: una femminile e due maschili, di cui una in un’altra città a circa 300km da Porto Velho. Chiacchieravo con loro della loro vita, delle loro esperienze, ma allo stesso tempo partecipavo ai loro gruppi come osservatore affiancando lo psicologo. Un momento molto importante in cui avevo l’opportunità di ringraziarli direttamente e far capire loro che ero lì solo con la speranza di poter imparare qualcosa e di lasciare qualcosa di me a loro. Ho cercato di spogliarmi di qualsiasi pregiudizio su di loro così come loro hanno fatto nei miei confronti. Oltre all’esperienza nella comunità terapeutica, insieme alla mia compagna di avventura, Cecilia, ho trascorso una settimana anche nel centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale.

 

Camerun, differenze da abbracciare

La primissima cosa che capisci (e a cui devi necessariamente fare l’abitudine) è che passare del tempo in Africa vuol dire vedere i tuoi schemi mentali, alcuni dei quali frutto di pregiudizi, completamente ribaltati “a tuo sfavore”. Mentre la strada scorreva sotto al nostro pick-up e il buio ci avvolgeva, tutto ciò che riuscivamo a distinguere erano i primi odori d’Africa: solo il mattino del giorno dopo ci avrebbe regalato colori intensi e vivaci, capaci di dare una personalità frizzante e pittoresca al paesaggio. L’impatto con questo Paese non è stato semplice: ci siamo subito scontrate con le diversità e con la sensazione di sentirci estranee. È la legge del contrappasso che colpisce ogni bianco, in queste situazioni: diventa egli stesso minoranza in una società di “uguali”, oggetto di mille occhi puntati addosso. Nei supermercati, per le strade, nei comportamenti delle persone: in noi prevaleva più la consapevolezza delle differenze che delle somiglianze rispetto alla nostra realtà. Bisogna sapere che per delle persone costrette in luoghi chiusi tutto il giorno, avere dei contatti con delle persone diverse e poterci parlare sono una bellissima opportunità oltre che un momento di svago. Nel nostro Charity Work Progra m abbiamo cercato di metterci in gioco completamente e, un po’ alla volta, la realtà, che ci sembrava così distante, è diventata familiare.

 

Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids

Cooperazione internazionale Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids Un progetto è in corso al Comboni Samaritans Health Center di Gulu per coinvolgere 500 donne da sensibilizzarle sul tema dell’infezione da Hiv e da altre a trasmissione sessuale. Il progetto, che si svolge al Comboni Samaritans Health Center di Gulu in Uganda , prevede il coinvolgimento di 500 donne di età compresa tra 18 e 49 anni residenti nella città di Gulu e nelle aree limitrofe che vengono individuate attivamente sensibilizzando su questi temi l’intera comunità. All’Health Center di Gulu è loro offerto uno screening semestrale per Hiv, Hbv (Epatite B), sifilide, valutazione clinica di eventuali lesioni vulvovaginali e un questionario autoriportato su aspetti sociodemografici, su conoscenze e comportamenti a rischio sessuale. In Uganda vi sono 75 posti letto di degenza ordinaria per 1.000.000 di abitanti e un posto letto in terapia intensiva sempre per 1.000.000 abitanti. In conseguenza di ciò il ministero della Salute e il Governo ugandese stanno attuando strategie di contenimento e di prevenzione dell’epidemia di Covid-19 molto stringenti in termini di quarantena, isolamento e distanziamento sociale, perché, come tutti i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, l’Uganda non può davvero permettersi la diffusione dell’epidemia. L’attività di supporto alla prevenzione di Hiv attraverso l’educazione e le modifiche comportamentali è svolta continuamente sia dall’Italia, attraverso incontri periodici con il personale locale, sia grazie all’attività residenziale di medici specializzandi della nostra sezione di Malattie infettive. Siamo altresì entrambe grate al dottor Francesco Aloi, biotecnologo dell’Area Endocrino–metabolica del Dipartimento di Medicina e chirurgia transazionale del nostro Ateneo, per il supporto attivo che ci sta fornendo, grazie anche all’esperienza che lui ha dell’Uganda per i molti anni lì trascorsi».

 

Charity, la solidarietà fa crescere

charity work program 2017 Charity, la solidarietà fa crescere Tra luglio e ottobre, 45 studenti hanno frequentato, in 17 Paesi in via di Sviluppo, la “scuola” che apre gli occhi sul mondo e fa bene al Cv, come rivelano i racconti di viaggio. Giunto alla sua nona edizione, il programma di volontariato internazionale dell’Università Cattolica ha assegnato 45 scholarship della durata di 3-8 settimane a studenti e a laureati iscritti a dieci delle dodici facoltà dell’Ateneo. Per questo il Charity è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di specifiche facoltà, privilegiando percorsi collegati alle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo». Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Con l’obiettivo di offrire questa opportunità a un numero sempre maggiore di studenti, quest’anno il Cesi ha promosso, per la prima volta dall’avvio del progetto nel 2009, un’ edizione invernale del Charity Work Program. Nel mese di febbraio 2018 due studentesse iscritte alla facoltà di Scienze della formazione si recheranno a Shire, in Etiopia , dove affiancheranno gli insegnanti della scuola gestita dalla Missione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida.

 

Charity, la tua estate da volontario

MILANO Charity, la tua estate da volontario Cinquanta scholarship della durata di 3-8 settimane in 14 Paesi in via di sviluppo ed emergenti con il programma promosso dal Cesi. marzo 2016 Aumentano le scholarship, le destinazioni e il network dei partner e si allarga la platea dei destinatari che, oltre gli studenti dell’Ateneo, comprenderà anche neolaureati e iscritti a master, dottorati e scuole di specializzazione. Sono le novità del Charity Work Program , che per la sua ottava edizione offre 50 scholarship della durata di 3-8 settimane , con un incremento del 24% rispetto all’anno prima e del 76% rispetto alle prime partenze . Il Charity, oltre a rappresentare un’esperienza altamente formativa dal punto di vista della crescita personale, è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. Per studenti iscritti a un corso di laurea dell’Università Cattolica le 31 scholarship includono le spese di viaggio, assicurazione, visto, pick-up service da e per l’aeroporto e alloggio presso strutture presenti nei paesi ospitanti. Si raddoppia la collaborazione molto proficua con il Coe (Associazione Centro Orientamento Educativo) con quattro posti disponibili: per gli studenti di Scienze politiche e sociali in Camerun e per gli studenti di Medicina e chirurgia in Repubblica Democratica del Congo. Entra a far parte del network del Cesi anche la Ong ProgettoMondo Mlal , che propone un intervento in Perù, sull’Altipiano Andino nelle regioni di Puno e Cusco, volto a rafforzare l’organizzazione dei gruppi di produttori potenziando il ruolo della donna e modelli di sviluppo alternativi.

 

Charity, si parte anche d’inverno

ateneo Charity, si parte anche d’inverno Per la prima volta il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale lancia un’edizione invernale con quattro posti disponibili per studenti di Lettere e di Scienze della formazione. In attesa di conoscere le destinazioni del 2018, il Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale (Cesi) lancia per la prima volta una winter edition, denominata Pre–Charity . Quattro i posti disponibili per due destinazioni: Eritrea , riservata alle studentesse iscritte a un corso di laurea della facoltà di Lettere e filosofia , ed Etiopia , destinazione aperta agli studenti iscritti alla facoltà di Scienze della Formazione . Prima della partenza le studentesse parteciperanno ad un breve percorso di formazione sugli strumenti della catalogazione libraria a cura del personale della Biblioteca dell’Ateneo. A Shire , in Etiopia, gli studenti affiancheranno invece gli insegnanti della scuola materna nelle attività di animazione proposte ai 380 bambini di età compresa tra i 3 e i 7 anni che ogni giorno affollano le aule della scuola gestita dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida. Gli studenti saranno coinvolti anche in un percorso di formazione rivolto agli insegnanti della scuola. Tutti i dettagli su come iscriversi, test di lingua e infosession (importanti per approfondire anche i contenuti del progetto) sono disponibili online sul sito del Cesi.

 

Climate Change, sfida all’ultimo dibattito

Sono questi i principali obiettivi di EXPOni le tue Idee , l’iniziativa aperta a università italiane e di tutti i paesi dell’unione, promossa da WeWorld Onlus nell’ambito del progetto “End Climate Change, Start Climate of Change”, co-finanziato dalla Commissione Europea. Una vera e propria competizione educativa, in lingua inglese, che prende la forma di un torneo di dibattiti tra squadre, alla presenza di una giuria qualificata, su questioni globali di grande attualità legate all’ambiente. Come spiega Claudia Rotondi , docente di Economia dello sviluppo e referente del progetto per l’Università Cattolica tramite il Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale : « Riteniamo importante offrire agli studenti l’opportunità di ragionare insieme su questioni rilevanti per il mondo in tutta la sua ampiezza. ‘Exponi’ è una buona occasione per ricordare che occorre innescare un ‘clima del cambiamento’, che parta anzitutto da una forma di consapevolezza sia individuale che collettiva ». La squadra vincitrice di ciascun torneo universitario avrà accesso allo spareggio regionale che si svolgerà a marzo 2021, da cui potrà accedere alle finali nazionali (giugno 2021) e successivamente europee, che si terranno a Bruxelles a novembre 2021. Al torneo interno all’Università Cattolica, che si svolgerà nella prima metà del mese di dicembre 2020, potranno partecipare gli studenti di età compresa tra i 19 e i 26 anni iscritti ad una Facoltà delle sedi padane (Milano, Brescia e Piacenza-Cremona). È cruciale – conclude la docente – che gli studenti costituiscano un gruppo a cui non manchino fiducia reciproca, capacità di comunicazione e di organizzazione, voglia di vincere.

 

Covid, in Ciad una tra le tante malattie mortali

Sono parole che fanno riflettere quelle di Silvia Fregoso , coordinatrice del Paese Ciad per la Fondazione ACRA e alumna dell’Università Cattolica, intervenuta al primo dei quattro incontri online promossi dal Centro di ateneo per la Solidarietà internazionale (CeSI), intitolato “ Sfide e prospettive della cooperazione ai tempi del Covid-19 ”. La cosa che fa più paura in Ciad adesso è l’impatto socio-economico, più che non sanitario, causato dall’emergenza: le chiusure, gli spostamenti ancora bloccati, il coprifuoco a partire dalle 20 alle 5 del mattino - ha continuato la cooperante -. La chiusura delle scuole ha ripercussioni sul sistema scolastico che già fatica a garantire la presenza dei bambini in classe perché nella stagione delle piogge i genitori li mandano a lavorare nei campi. Gli ospedali non sono in grado di assorbire tutte le necessità e la viabilità, complicata dalle zone desertiche del nord e dalla quantità di fiumi al sud, rende faticoso raggiungere anche i servizi come scuole e ospedali. Oltre a rispondere ai bisogni primari, in tempo di Covid è necessario far fronte all’arrivo delle piogge e delle inondazioni che scoperchiano case e rendono inagibili le strade. Il primo è dato dal fatto che si sta dando più attenzione all’emergenza che allo sviluppo e per ACRA, che si occupa di piani di sviluppo a medio e lungo termine, questo rappresenta un problema. L’altra difficoltà riguarda il lavoro del cooperante che cambierà per almeno un anno nella misura in cui non sarà possibile rientrare nel proprio Paese d’origine per molto tempo e questo condizionerà molte persone nella decisione di lavorare nella cooperazione.

 

Cura, non solo medicina

charity work program Cura, non solo medicina In Uganda, Carmelo, futuro dottore in formazione al campus di Roma, ha scoperto significati nuovi nella relazione medico-paziente: offrire ascolto attivo all’umanità del malato. dicembre 2017 di Carmelo Sofia * Dopo diverse ore di volo atterriamo in Uganda, all’aeroporto di Entebbe a ridosso dell’Equatore. Avverto, al pari dei miei tre compagni di viaggio, un misto di disorientamento, euforia e curiosità alla vista di un paesaggio tanto particolare: è il colore rosso della terra ugandese a catturare la mia attenzione. Dopo un solo giorno comincio a trovarmi a mio agio, come se fossi entrato già a far parte di una grande famiglia: dopotutto al BMC si respira un clima di grande festa per la celebrazione dell’anniversario della Scuola Bishop Cipriano Kihangire, adiacente all’ospedale. Purtroppo rimango a volte amareggiato per la rassegnazione e lo sconforto di alcuni che non hanno sufficienti disponibilità da destinare alla cura di sé o dei propri familiari. Spinti dal desiderio di scoprire le bellezze di questa terra, ci dirigiamo verso il nord dell’Uganda abbandonando il traffico e lo smog di Kampala. Ogni qual volta metto piede fuori dal centro ho la sensazione di non passare mai inosservato ed è curioso sentire delle voci alla nostra vista che esclamano “Muzungu, muzungu!” in riferimento appunto all’ “uomo bianco”; riscopro come il colore bianco della pelle rimanda dopotutto a specifici significati.

 

Eco-fashion per l’indipendenza

charity work program Eco-fashion per l’indipendenza Marianna, di Scienze politiche e sociali, ha operato con le donne di Hilando Culturas a La Paz: con il lavoro artigianale nella moda etica, custodiscono la tradizione, proteggono l’ambiente sono liberate dallo sfruttamento e mantengono le loro famiglie. Eppure, la cosa che più mi rimarrà impressa nella mente, oltre alla sua bellezza contornata dal monte Illimani, saranno sicuramente i colori allegri e vivaci delle Cholitas , le tipiche donne boliviane vestite con ampie gonne, bombette e lunghe trecce, che sfilano veloci per la città. Proprio grazie a questo progetto è infatti possibile custodire tutte quelle tecniche antiche di tessitura che queste donne si tramandano di generazione in generazione; tecniche complesse, che richiedono tempo e soprattutto pazienza. L’assenza di sfruttamento della manodopera, prezzi giusti in grado di coprire il costo dei materiali e del lavoratore, la trasparenza della produzione, coloranti naturali e rispettosi dell’ambiente: sono tutti aspetti che rendono speciale un progetto come Hilando Culturas. Durante la permanenza ho avuto modo di osservare da vicino il processo di produzione di tutti i capi che le artigiane producono ogni giorno, all’interno di comunità quasi del tutto gestite da donne. In poco tempo mi sono sentita anch’io parte di quella comunità che ci aveva accolte con tanta semplicità, in un Paese in cui le condizioni economiche e sociali sono tutt’altro che semplici. Ma soprattutto non dimenticherò mai i volti di questo popolo così silenzioso che con un semplice sorriso è in grado di parlare più di chiunque altro.

 

El Girasol, un fiore di città

Charity Work Program El Girasol, un fiore di città Non sappiamo se siamo riuscite a lasciare qualcosa nel nostro Charity Work Program tra i bambini della periferia povera del Messico. novembre 2015 di Arianna Mattei e Giulia Gaddari * Nelle grigie strade della periferia di Querétaro è fiorito un fiore che ha dato speranza a più di 400 bambini. Si tratta della scuola “El Girasol” che ha consentito di inserire nel mondo dell’educazione numerosi bambini appartenenti a famiglie le cui difficoltà economiche e sociali avrebbero potuto, altrimenti, compromettere un’adeguata crescita educativa. Il popolo messicano con il suo calore e il suo affetto aveva da insegnarci molto di più: la disponibilità delle persone e la spontaneità nell’offrire il poco che ognuno di loro possiede ci ha fatto riflettere. L’entusiasmo delle suore che si occupavano della gestione della scuola e di tutti coloro che ci lavoravano ci ha contagiato da subito. Ma a darci la carica fin dal primo istante sono stati i centinaia di sorrisi e le urla di gioia dei bambini che affrontavano il loro primo giorno di scuola con una felicità che i nostri ragazzi forse non conoscono più. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Etiopia, a scuola dai bambini

charity work program Etiopia, a scuola dai bambini Martina , di Scienze linguistiche, è partita per il Charity Work Program in Etiopia, con l’idea di fare qualcosa per i bambini ma è tornata ricevendo di più. dicembre 2017 di Martina Vernuccio * Avevo bisogno di qualcosa di nuovo, che mi mettesse alla prova. Pur non avendo esperienze di volontariato alle spalle, ho capito che il Charity Work Program poteva fare al caso mio. Certo, dopo essere stata selezionata, insieme a un po’ di euforia ho provato anche l’ansia di non essere all’altezza. Hanno sicuramente reso questa esperienza ancora più speciale: sono loro che ci hanno accompagnato a esplorare la città e il mercato, che ci hanno tenuto compagnia durante le giornate e che ci hanno aiutato coi più piccoli quando la barriera linguistica era troppo difficile da superare. In quei momenti ciò che più notavo era la genuinità e la bontà di queste persone, così accoglienti e calorose, che facevano di tutto per farci sentire a casa. Sono partita avendo l’idea di dover fare qualcosa, di aiutare più che potevo i bambini, ma devo ammettere che sono proprio loro ad avere aiutato me e ad avermi dato tanto. Ricorderò sempre la malinconia del giorno in cui siamo partite per fare rientro in Italia e l’immensa tristezza nel salutare i bambini, Leul e Dyian, le suore e tutti quelli che sono entrati a far parte di questa magnifica avventura.

 

Etiopia, un milione di emozioni

CHARITY WORK PROGRAM Etiopia, un milione di emozioni È sempre stato il mio sogno andare in Africa e sono già pronta a prenotare il prossimo volo per tornarci. Per tre settimane sono entrata nel cuore, nella cultura e tra la gente della magica Etiopia, che il Charity Work Program mi ha fatto incontrare. novembre 2015 di Arianna Coglio * Ci sono milioni di cose che potrei dire sul mio Charity Work Program in Etiopia. Le nostre mansioni sono state quelle di fare giocare i bambini, stare con loro, insegnare qualcosa che sapevamo fare bene. É stata un’opportunità unica per stringere amicizia, ballare, festeggiare con i bimbi ed entrare in una nuova dimensione, una nuova cultura: quella della magica Etiopia. anni, di Castronno (Va), secondo anno del corso di laurea in Psicologia, facoltà di Psicologia, sede di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail Print #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

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