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Nasce il primo University Charity Shop

Avrà sede in via Lanzone 24 , e sarà aperto dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 18 (con apertura straordinaria nei sabati 13 e 21 dicembre dalle 10 alle 12.30). All’interno del progetto, per ciascun anno accademico saranno attivati uno o più percorsi di laurea in Università Cattolica a favore di giovani in condizioni di estremo bisogno, di provenienza nazionale e internazionale. Nello Shop sarà inoltre possibile effettuare donazioni per la campagna solidale #SHAREYOURFUTURE , che dà la possibilità a tutti coloro che partecipano alla vita dell’Ateneo - studenti, genitori, professori, ricercatori e amici - di costruire e condividere il proprio futuro, sostenendo anche quello di chi ha meno opportunità. Il primo progetto del 2016 ha contribuito, attraverso l’acquisto di una T-Shirt, a finanziare cinque borse di studio destinate a giovani siriani che hanno avuto l’opportunità di formarsi nel nostro Ateneo per poter poi tornare in Siria. Quest’anno, attraverso le donazioni raccolte presso l’University Charity Shop, si intende finanziare borse di studio a favore di ragazzi in difficoltà. All’interno dell’University Charity Shop si alterneranno periodicamente anche prodotti solidali realizzati da varie associazioni del no profit che collaborano da tempo con l’Ateneo, per dare visibilità alla molteplicità di iniziative di solidarietà in cui e con cui l’Università Cattolica quotidianamente opera. Contatti: charityshop@casafogliani.it | www.casafogliani.it | Info sul progetto: progetto@casafogliani.it | tel. 02.7234.3226 shareyourfuture@unicatt.it | www.unicatt/shareyourfuture.it | tel. 02.7234.4197 #solidarieta' #charity #casa fogliani #shareyourfuture Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv

CHARITY WORK PROGRAM Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv Il Charity Work Program in sette anni ha inviato 164 studenti nei Paesi in via di sviluppo e 37 sono partiti tra luglio e ottobre scorsi . Un’esperienza ricca sia sul piano umano che professionale, come testimoniano i racconti di chi è appena tornato 03 novembre 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015 , 164 negli ultimi sette anni . In totale, compreso un altro progetto promosso dal Centro pastorale dell'Ateneo con il Cesi, quella appena trascorsa è stata un'estate in missione per 65 studenti dell’Università Cattolica . Solidarietà, lavoro di squadra e capacità di incontrare ogni forma di diversità sono attitudini sempre più ricercate nel mondo del lavoro - fa notare Pier Sandro Cocconcelli , delegato del Rettore per l’Internazionalizzazione -. L'esperienza del Charity Work Program offre agli studenti la possibilità di diventare dei professionisti in grado di operare in qualsiasi contesto grazie a due fattori: le competenze acquisite operando in contesi internazionali complessi, e l'educazione umana ricevuta entrando in rapporto con le realtà locali». Il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale è già al lavoro per organizzare le nuove destinazioni 2016 . Tante novità sono in arrivo, sia sul fronte delle destinazioni che sulle modalità di partecipazione.

 

Agricoltura, lezioni d’alta quota

E poi, prima di arrivare alla destinazione finale, Atalaya, qualche giorno a Lima, una città che è dieci volte Milano con il traffico di Napoli piena di profumi colori e sapori, con le sue maestose chiese piene d’oro. Il viaggio dura circa 7 ore su terra battuta con attraversamenti su barche, diverse volte abbiamo guadato torrenti e percorso tornanti pericolosi, i piloti sono molto esperti e il viaggio diventa una gara di rally col tempo per arrivare in paese prima che cali il buio tra gli alberi altissimi. Al limite delle ultime capanne della cittadina inizia la salita verso il monte che risaliamo con machete alla mano, nella prima parcella c'è il vivaio, sotto un telo ombreggiante dove vengono coltivate centinaia di piantine di cacao e agrumi. È uno dei pochi punti da dove si può scorgere l'intera cittadina che finisce sulla riva del rio Tambo, che pochi metri più avanti si univa con il rio Urubamba per formare come una ipsilon: il rio Ucayally, principale affluente del rio Amazonas. Purtroppo l'integrità di queste comunità non viene preservata dallo stato peruviano: non indossano i loro abiti caratteristici e vivono da contadini poveri, perché aziende e multinazionali hanno fatto delle loro terre, dei loro fiumi e dei loro prodotti ciò che volevano grazie alle sovvenzioni statali. Durante la settimana successiva con Ugo abbiamo realizzato potature e innesti di cacao perfezionando tecniche di gestione dei frutteti, la parte di formazione è fondamentale per garantire una buona produzione e qualità dei frutti. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A Gerusalemme, verso il proprio destino

Indubbiamente devi avere coraggio, coraggio di aprire la mente, il cuore e soprattutto coraggio di abbattere stereotipi, strutture mentali e culturali verso una realtà che può solo che far fiorire la tua anima. Fare volontariato vuol dire condividere tutto quello che hai: i tuoi pensieri, i tuoi modi di fare, le tue qualità. Dallo stare con i bambini del Centro San Rachele tutto il giorno, mi sono ritrovato a ridipingere anche le loro aule oppure a cucinare per alcuni di loro che non potevano permettersi il pranzo. Vivendo luoghi ed esperienze di questo tipo aiuta a realizzare quanto sia stato bello nascere in una famiglia europea, italiana e di quanto possiamo essere fortunati di essere studenti di una delle università più prestigiose d’Italia. Ma ancor più, capisci quanto possiamo dare, quanto possiamo fare, quanto possiamo essere parte attiva a livello internazionale. Essere sul posto, chiacchierare con la comunità ebraica in prossimità del Muro del Pianto, ridere e scherzare con i ragazzi dei quartieri palestinesi, fermarsi a riflettere guardando il Sacro Sepolcro sono tutte esperienze che non si possono studiare sui libri di scuola, bisogna viverle. Quei bambini sono carichi di sogni, di voglia di vivere, di sorridere e combattere questa vita che già gli ha dato battaglia a questa tenera età.

 

Le mie lezioni con i piccoli indiani

Prima di fare lezione di inglese, il nostro primo giorno, ci capita di vederli pranzare, quello per loro è un “brunch” per così dire, perché non fanno colazione, mangiano pranzo e colazione lì a scuola, a volte fa anche da cena. I bambini mangiano in un corridoio all’aperto, parte della scuola: mangiano su dei tappetini blu stretti e lunghi, i piatti sono quelli tipici indiani, dall’aspetto di vassoi d’alluminio ai nostri occhi, contenenti riso basmati, un chapati, un mix di verdure condite da una salsa al curry di colore giallastro. Io sono seduta accanto a loro e li osservo, mentre contenti consumano il loro pasto, uno accanto all’altro, sul pavimento, decine di mosche attorno, mentre con le mani impastano il riso col resto dei condimenti e lo mangiano. Ci viene assegnata la classe dei più piccoli, un’età che si aggira tra i 4 e i 5 anni, con l’eccezione di alcuni bambini che potrebbero averne 8 perché sono indietro con l’apprendimento. Non è facile tenerli attenti tutto il tempo, per loro ripetere lettere e numeri è pesante, ma sono felicissimi quando li premiamo con gli adesivi colorati se hanno fatto bene il loro lavoro e ne vorrebbero sempre di più ma non possiamo viziarli, dobbiamo disciplinarli. Verso la fine della lezione iniziano ad andare alla lavagna, mi prendono la mano, “Didì! Didì!”, mi fanno vedere come scrivono il loro nome, tra una sbavatura e l’altra, a volte si sfidano perfino tra di loro; qualcuno ha raccolto dei fiori e me li porge sorridente. Spero davvero che in qualche modo, il lavoro di noi volontari, riesca a dar loro qualche possibilità futura, a quell’età si assorbono tanti nuovi concetti e tante informazioni, chissà, magari un giorno qualcuno di loro crescendo troverà la sua strada e ricorderà quei giorni di luglio.

 

I have a dream, I have a goal

Donne silenziose, bambini che domandano: «Musungu, give me some sweets» e non sai mai se è una stupida pretesa, legata allo stereotipo dell’uomo bianco che porta cibo e caramelle e cibo. È quando sei qui che ti accorgi che i rumori della tua bella città, gli egoismi, le difficoltà della nostra quotidianità si alimentano di una “linfa” di superficialità. È quando sei qui che inizi a interrogarti su come puoi veramente essere utile all’altro; un altro che può essere il bambino nero scalzo che ti corre vicino o un tuo amico che ti chiede dieci minuti di tempo per parlare. Posso dire che, grazie al Charity Work Program, ho avuto l’opportunità di iniziare a conoscere, capire cosa significa vivere più o meno lontano da quelle antiche rive del Nilo, al di là della visione, non sempre autentica, che riceviamo nelle nostre comode case, grazie ai mass media. Non so se al termine di questo periodo sia stato più quello che ho dato che quello che ho ricevuto. Dall’«I have a dream» di aiutare, con cui ero partita, ritorno con l’«I have a goal», che è quello di imparare ad aiutare ma, soprattutto, di imparare come aiutare ad aiutarsi. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Senegal, alla scoperta della cooperazione

Il mio compito, per due mesi, sarà di immergermi al 100% nella realtà di una Ong che lavora in Senegal dal 2015, il Vis – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo. È proprio a questi ultimi che il progetto si indirizza, con l’obiettivo di trasmettere loro l’idea che possano avere successo anche in Senegal senza dover sostenere un viaggio a occhi chiusi e rischioso per cercare fortuna altrove. Leggendo i vari documenti che mi sono stati mandati prima della partenza (per non arrivare impreparata), mi sono detta: “È davvero una bella sfida ma non mi sembra così difficile, d’altronde tutti sanno che nel Mediterraneo si muore, nessuno sarebbe in grado di partire sapendo ciò!”. L’Europa è il sogno di una vita e poco importa se questa è messa a rischio, l’importante è che qualcuno arrivi, trovi un lavoro e mantenga il piccolo villaggio senegalese che vive al riparo dalle onde del Mediterraneo e dai suoi trafficanti di vite umane. A fronte di ciò, l’opinione del VIS è che la riduzione di questo fenomeno e del traffico di esseri umani debba partire dai paesi d’origine. Fin da subito mi è stata chiara l’importanza dell’approccio iniziale, che qui svolge un ruolo estremamente importante ed è alla base di una possibile futura negoziazione. La mia Tabaski è stata all’insegna della condivisione, nella sua forma più pura e spontanea, ha assunto le sembianze di un grande piatto di carne e verdure dal quale senegalesi e toubab hanno attinto per mangiare.

 

Charity, la solidarietà che fa curriculum

ATENEO Charity, la solidarietà che fa curriculum Partono i primi dei 46 studenti che partecipano al programma di volontariato nei Paesi in via di sviluppo. Segui live la loro esperienza su facebook, instagram e twitter 14 luglio 2016 Sono partiti il 14 luglio i primi studenti del Charity Work Program 2016 . Laura Bossini, Leonardo Milesi ed Elena Salomoni sono i primi dei 46 studenti dell’Ateneo che vivranno un’estate all’insegna della solidarietà. Si allarga, poi, la platea dei destinatari che, oltre gli studenti dell’Ateneo - dal 2009 a oggi se ne contano ben 214 - comprenderà neolaureati e iscritti a master, dottorati e scuole di specializzazione. Il Charity, oltre a rappresentare un’esperienza altamente formativa dal punto di vista della crescita personale, è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo». Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali è previsto un soggiorno presso l’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù.

 

Da semplici studenti a quasi medici

Interrogativo che si ripresenta e si insinua come un tarlo nelle conversazioni con i miei compagni di avventura durante il lunghissimo viaggio d’andata. Dall’aereo in atterraggio ad Entebbe solo due colori abbracciano tutto l’orizzonte: il rosso della terra e il blu sconfinato del lago Vittoria che quasi sembra un mare. L’Uganda è un paese ricco di colori, cultura, tradizioni, dolore per la storia tormentata, coraggio e speranza per il futuro, spiritualità, usanze, ma soprattutto dissidi spesso inaccettabili agli occhi e al metro di giudizio di noi Occidentali. Ho la possibilità di mettermi alla prova, partecipare al processo di cura, toccare con mano, confrontandomi con una medicina umana, intima, fisica e emotiva nel contatto con il paziente, molto diversa per situazioni ed emozioni da quella di casa a volte impersonale e spogliata della componente umana. Impossibile raccontare questa esperienza senza menzionare il grande gruppo di volontari che riunita intorno al tavolo della Mission House del compianto padre John Scalabrini, fondatore dell’ospedale e delle attigue scuole, ha allietato tutti i pasti con racconti, esperienze e riflessioni diventando a poco a poco una vera famiglia. Arrivato da estraneo, lascio questa terra grato a tutte le persone che ho incontrato per il calore ricevuto e per i mille stimoli di riflessione e con in valigia e nel cuore una grande voglia di ritornare. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Quattro motivi per essere grata

Charity Work Program Quattro motivi per essere grata Dopo anni passati a scovare sui libri il modello della perfetta cooperazione, l’ho toccata con mano grazie all’impegno di chi ha messo la propria vita a servizio del suo Paese. E ho imparato che dalla povertà può nascere anche la voglia di riscatto. Presto vi renderete conto che sarà molto di più quello che riceverete di quello che offrirete». Ora so che la ricchezza che mi aspettava a Warangal era troppo grande per essere rinchiusa in confini troppo stretti e che l’unica parola in grado di riassumere quelle tre settimane non può che essere gratitudine . Sono grata perché, dopo anni passati a scovare sui libri il modello della perfetta cooperazione, ho potuto toccarla con mano grazie all’impegno di chi ha deciso di mettere la propria vita a servizio del suo Paese. Sono grata perché in tre settimane ho imparato che dalla povertà e dalla miseria non nascono solo rassegnazione e disperazione, ma anche la voglia di riscatto, la speranza e la capacità di reagire. anni, di Brescia, terzo anno di dottorato alla Scuola di dottorato “Istituzioni e politiche”, facoltà di Scienze politiche e sociali, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Metti in circolo il tuo amore

Charity Work Program Metti in circolo il tuo amore Dal Brasile sono tornata con la certezza di voler continuare a partire all’esplorazione del mondo, senza perdere di vista la realtà, qualunque sia il modo per farlo: il sedile di un aereo o la sedia di uno studio terapeutico. novembre 2015 di Marta Grossi* Il Brasile ti colpisce subito, appena atterri, appena apri gli occhi e scopri l’intensità del blu del suo cielo, del verde della sua terra; non appena cerchi di rincorrere il tuo stesso sguardo che corre nell’immensità dei suoi spazi dominati dalla natura selvatica. Il Brasile ti rimane dentro, tra le pieghe dei sensi e dell’anima; il profumo intenso del cacao della Fazenda Valeria, il sapore del mango e del maracuja nel fondo della gola, il rumore della bicicletta sui ciottoli delle strade di Canavieiras. Insieme a loro, io e le mie compagne di viaggio abbiamo vissuto per un po’ le nostre vite, entrando nei loro giochi, nelle loro classi, nella loro quotidianità, mettendoci in ginocchio al loro fianco, facendoci guidare dal loro tenerci per mano per orientarci in quel mondo straniero e complesso. In Brasile tante cose non funzionano bene, e non c’è modo di non accorgersene; ma parallelamente, non è possibile non vedere la bellezza di una terra calda e sorridente, capace di far sentire lo straniero a casa. Il mio viso pallido sulle infinite spiagge di Bahia ha cercato di prendere il colore della terra tanto quanto l’intera mia persona ha provato a colorarsi delle vite che ho incontrato, con cui mi sono mescolata condividendo tempi, e spazi, e emozioni. anni, di Merate (Lc), secondo anno della laurea magistrale in Psicologia Clinica, facoltà di Psicologia Clinica, campus di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail Print #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015.

 

Lezione di vita dalla foresta

Charity Work Program Lezione di vita dalla foresta In un mese nella foresta amazzonica del Perù, insieme alle molte conoscenze nel settore delle Scienze agrarie, ho imparato una cosa essenziale: che a volte ci soffermiamo troppo su cose secondarie e perdiamo di vista ciò che conta davvero. La prima tappa è stata Lima, una città grande e caotica (13 milioni di abitanti) dove nemmeno prendere un autobus è una cosa banale. Subito dopo siamo stati a Pucallpa, una città al limitare della foresta amazzonica. Il giorno dopo abbiamo preso un piccolo aereo che conteneva al massimo 10-15 persone e siamo volati ad Atalaya, la città dove ha sede l’università. Andare a fare un mese di volontariato in Perù è un’esperienza bellissima che consiglierei a tutti. Stare là un mese mi ha fatto capire che forse a volte ci soffermiamo troppo su cose secondarie e perdiamo di vista ciò che realmente è importante. anni, di Villafranca di Verona, secondo anno di Scienze agrarie, facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali, campus di Piacenza #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

In Messico a imparare ad amare

Un ritmo a cui ci siamo adattate benissimo: l’arrivo a scuola dei piccini e il loro intrattenimento iniziale nell’attesa che arrivassero tutti; l’organizzazione di attività ludiche e quelle di insegnamento; l’aiuto ai professori di inglese e di musica durante le loro lezioni. Tutte attività che nel corso dei giorni si sono dimostrate sempre più facili: questo soprattutto grazie alla grande capacità delle maestre che avevamo al nostro fianco, Liz e Eli, dotate di grande amore, pazienza e carisma. La nostra infanzia è stata ben diversa dalla loro: lo abbiamo potuto notare dai loro genitori, in primis. Ma i bambini sono bambini, ovunque: il loro modo di amare e di essere così trasparenti nelle loro emozioni è comune in ogni parte del mondo. Ciò che ha realmente colpito entrambe è stata l’accoglienza dei messicani: il loro modo di includerci nelle varie attività, nel proporsi per esperienze anche esterne al contesto scolastico, la loro allegria e volontà di conoscerci; la loro cordialità e il sorriso sempre presente sul viso, nonostante la povertà generale. Tutto ciò è stato reso ancora più evidente dalla festa a sorpresa organizzata, sia dai bambini che dai professori, per il nostro ultimo giorno di scuola, durante il quale siamo state deliziate da cartelloni di addio e cibo a volontà. Pensiamo che quest’esperienza, purtroppo di brevissima durata, ci sia entrata nel cuore: la povertà di cui siamo state testimoni è davvero comune alla maggior parte delle famiglie messicane.

 

Un viaggio mai terminato

Posso solo confermare che, dopo aver vissuto tre settimane tra le corsie dell’Ospedale di Ikonda in Tanzania e aver provato la bellezza di un tramonto mozzafiato, quando torni a casa te la porti con te. Ad aspettarci dall’altra parte c’è Isostenes, un autista del Consolata Hospital Ikonda, ma anche il professor Rolando Sancassani e uno studente di Brescia, Michele, che saranno nostri compagni di avventura per ben tre settimane. Ad Ikonda non c’è tempo per le presentazioni ufficiali o per ambientarsi gradualmente, così il giorno dopo non ancora perfettamente consci di quello che ci aspettava, veniamo catapultati al lavoro in ospedale, e io scelgo di iniziare l’esperienza al reparto di Medicina Interna uomini. Giunto in reparto scopro che per i circa cinquanta pazienti ricoverati c’è solo un medico strutturato, Michael, giovane trentenne che mi accoglie festoso e contento di avere un collaboratore per le successive settimane. Il primo giro in reparto è estenuante, in cinque ore riusciamo a vedere tutti i pazienti, ma riesco a capire ben poco dal momento che la popolazione locale parla rigorosamente solo lo swahili, ma per fortuna il dottor Michael mi fa da interprete traducendo in inglese. Il risultato è stato un ottimo lavoro di collaborazione con il dottor Michael che mi ha reso sempre partecipe e corresponsabile di ogni caso clinico, mi ha permesso di eseguire procedure invasive e non, e perfino di decidere alcuni trattamenti. Il tramonto dell’Africa è un’esperienza che va vissuta personalmente perché non è un semplice gioco cromatico sensazionale e repentino, ma è un coinvolgersi di stati d’animo e sentimenti che corrono insieme agli ultimi raggi di sole verso la notte.

 

Incontri che lasciano il segno

Per questo, prima di partire per il mio Charity Work Program a La Paz, mi ero promessa di attingere il minor numero di informazioni possibili, sia sulle attività che avrei svolto, che sulla città, per darmi la possibilità di poter assaporare il piacere dell’ignoto una volta arrivata a destinazione. Fin dal primo giorno al Centro di Riabilitazione Neurologica Infantile della Fondazione Mario Parma ho avuto il piacere di seguire ed affiancare le due psicologhe che vi lavorano, Andrea e Isabella, con cui non solo ho instaurato un bellissimo rapporto di amicizia, ma anche di collaborazione e aiuto reciproco. Dopo un periodo di osservazione mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e poter sperimentare ciò che fino ad allora avevo solo studiato sui manuali, sostenendomi nei momenti difficoltà. Grazie a loro ho appreso il valore della versatilità e della creatività necessaria per l’approccio con ogni singolo bambino e soprattutto l’importanza di trasparenza e diplomazia per l’instaurazione un dialogo proficuo con i genitori. Ho capito quanto è fondamentale considerare la realtà e il contesto di ogni piccolo paziente e quanto spesso ascoltare le loro storie sia coinvolgente ma allo stesso tempo doloroso. È stato gratificante sapere che una volta partita i bambini continuassero a chiedere di me, perché contemporaneamente io mi immaginavo là, con loro. anni, di Milano, secondo anno della laurea magistrale in Psicologia dello sviluppo e dei processi di tutela, facoltà di Psicologia, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

L’abbraccio caldo dell’Africa

CHARITY WORK PROGRAM L’abbraccio caldo dell’Africa Tutti i dubbi che mi sono venuti appena prima di partire per l’Etiopia si sono sciolti nell’accoglienza che ci hanno riservato i bambini della missione a Debre Birhan e nell’ospitalità delle loro famiglie nella condivisione di una pietanza e nel rito del caffè. È in quel momento che capisci di dover rivalutare l’idea che ti eri fatta dell’Africa e dei suoi abitanti. È lì che capisci di essere partita per conoscere chi sembra diverso da noi, ma che in realtà ci somiglia molto più di quanto si possa pensare. La mia attenzione è ricaduta subito sul fatto che bambini dai tre ai cinque anni venissero lasciati in giardino, sia che ci fosse il sole, sia che piovesse a dirotto, senza che ci fosse qualcuno a controllarli. Ci hanno offerto delle pietanze tipiche e il caffè, preparato secondo la tradizionale cerimonia che prevede che ogni passaggio, dalla tostatura alla macinatura sia svolto lì, sotto gli occhi dell’ospite. E sono proprio le piccole cose che conserverò di questa esperienza, unite al loro valore e alla consapevolezza che dovremmo fermarci a riflettere e (re)imparare da questi popoli. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Terra negli occhi, brividi nel cuore

È stata la prima cosa che ho chiesto alla mia compagna di viaggio durante il tragitto in macchina per raggiungere il Benedict Medical Centre di Kampala, dove ho svolto il mio Charity Work Program. Frammista allo smog del traffico di Kampala ho respirato la polvere di terra rossa, quella stessa terra che aveva assistito agli albori della civiltà umana e che ora, depositandosi sui nostri vestiti e impregnando le nostre scarpe, richiamava prepotentemente l’attenzione su di sé. Guardando e respirando quella terra mi sarei resa conto, nei giorni a venire, che mi trovavo in un luogo che mi apparteneva, o, meglio, cui io appartenevo più di quanto pensassi. Proprio in quel mondo, che dal difuori sembra così lontano nel tempo e nello spazio e che la nostra presunzione di essere “civilizzati” ci farebbe definire arretrato, risiedono le nostre radici e sarebbe stato lì che avrei riscoperto una delle cose più preziose: l’autenticità. L’ambito dei rapporti umani non è stato l’unico in cui, per indagare quelli che ritenevo difetti altrui, ho scoperto i limiti del nostro modo di agire, di pensare e di intendere il proprio ruolo. In Africa il tempo scorre lento, ma, come sempre, è inesorabile e, purtroppo, è già ora di ripartire: pronta ad accoglierci c’è una pletora di sorrisi e di intense e prolungate strette di mano che sembrano quasi carezze. Trovandomi in prima persona a lottare contro lo stereotipo dell’”uomo bianco che viene ad aiutare”, ho compreso l’importanza di garantire l’istruzione in questi Paesi, perché non si cresce con qualcuno che di volta in volta risolve i problemi, ma solo con qualcuno che insegna a risolverli.

 

Qualche centimetro sopra il cuore

Ho appreso una nuova forma di felicità che ha a che fare con i rapporti fra le persone e non con le cose che possediamo. A parte il fatto che guidano a sinistra, cosa cui ci si può facilmente abituare, la scarsa se non inesistente segnaletica è un mero suggerimento che viene categoricamente ignorato. Le motociclette che cercano di evitare animali, bici, pedoni e taxi e infine le macchine che fanno lo stesso delle moto, ma con meno agilità, anche se della cosa non sembrano curarsene affatto quelli che stanno al volante. Ci sono colpi di clacson che significano “attenzione” altri sono avvisi ( stai fermo dove sei ), generalmente ignorati, altri intimano di spostarsi a destra o sinistra, altri sono solo saluti. Ho imparato che Prakash, che vive sulle Himalaya ma non sa bene dove si trova l’Everest, ama la cultura occidentale, gli piacciono i Metallica e How I Met Your Mother , gli è piaciuto The Revenant , ma ha preferito di Caprio in The Wolf of Wall Street . Ajith ha 21 anni, è il figlio dell’autista che è venuto a prenderci all’aeroporto di Hyderabad il giorno del nostro arrivo e che ci ha dato il primo assaggio della guida indiana. Cercando di sovrastare il vento, il motore della moto, il suono dei clacson e della città, gli urlo nell’orecchio che dobbiamo tornare altrimenti arriviamo in ritardo alla lezione dopo e devo pagare una multa di 100 rupie, è una delle regole fissate il primissimo giorno.

 

Non smetterò mai di indossare il sorriso

charity work program Non smetterò mai di indossare il sorriso È questo il valore aggiunto che Elisa , di Scienze della formazione, si porta a casa dal suo Charity Work Program tra i bambini della Bolivia 04 ottobre 2019 di Elisa Martinazzi * Questa è la foto che, più di tutte, preferisco. Della mia esperienza in Bolivia, a La Paz, ci sarebbero tante cose da raccontare ma i bambini ed i sorrisi sono stati ciò che di più bello mi ha regalato questo mese di volontariato. Bambini di ogni età, affetti da ritardi, sindromi, disturbi, con storie e problematiche diverse che portano con sè il peso di situazioni famigliari e sociali di ogni genere. Al centro di riabilitazione neurologica infantile Mario Parma , dove ogni giorno prestavo il mio servizio a fianco di una psicopedagogista, ne ho incontrati tanti e ognuno di loro ha saputo lasciarmi qualcosa. Quello di Don Gio, che ci ha accolte in aeroporto e accompagnate, giorno dopo giorno, nella sua parrocchia, facendoci sentire a casa. Quello che non smetterò mai di indossare, nonostante i dubbi, i perchè e le grandi contraddizioni perchè “non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso”. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Il Charity guarda a Oriente

CHARITY WORK PROGRAM Il Charity guarda a Oriente Per la prima volta il programma di volontariato internazionale estivo per gli studenti dell’Ateneo avvia un progetto nelle Filippine. Per la prima volta gli studenti dell’Ateneo, che sceglieranno di arricchire il loro curriculum con un’esperienza estiva di volontariato internazionale, potranno recarsi nelle Filippine . Entrambi saranno realizzati nella baraccopoli di Dandora a Nairobi (tra le nuove destinazioni), con l’affiancamento dello staff di Twins International, una Onlus di Milano attiva nel Paese africano dal 2006, dove sviluppa i progetti di Alice for Children a favore dell’infanzia più vulnerabile. Dando un rapido sguardo ai numeri, per la sua nona edizione il Charity porta a 54 le borse di studio della durata di 3–8 settimane , con un incremento del 350% rispetto al 2009, anno in cui è stato avviato il programma di volontariato dell’Ateneo. Lo confermano i 46 studenti delle diverse facoltà che nel 2016 hanno vissuto un’estate all’insegna della solidarietà, come hanno avuto modo di raccontare nella rubrica “Diari di viaggio” . Tra questi c’è anche la testimonianza-video di Beatrice Distort , laureanda della facoltà di Giurisprudenza, mandata in onda lo scorso novembre durante la trasmissione televisiva di TV2000 Giovani e futuro: lo speciale “Millennials” condotto da Arianna Ciampoli (qui sopra il video) . Beatrice, grazie al Charity Work Program, ha avuto la grande opportunità di lavorare con i volontari di Vis e Missioni Don Bosco, che hanno dato vita alla campagna “Stop Tratta” per aiutare i potenziali migranti con progetti di sviluppo.

 

Le ferite della Terra Santa

Charity Work Program Le ferite della Terra Santa Il Charity Work Program a Betlemme e in altri luoghi della Palestina, oltre a farmi vivere un’esperienza di volontariato, mi ha permesso di ascoltare nuovi punti di vista sul conflitto arabo-israeliano. Un dramma che colpisce soprattutto i più deboli. ottobre 2016 di Marika Lerna * La Palestina, terra affascinante, a tratti arida e montuosa, a tratti fertile e verde, ci ha accolti subito con un’intensità che ci ha stupiti e ci ha rincuorati. I ventuno giorni sono trascorsi rapidissimi in Palestina, ricchi di volti nuovi, di parole in arabo imparate in fretta, di voci, di paesaggi desertici e città caotiche, ma soprattutto ricchi di nuovi punti di vista, di testimonianze e racconti sulla tematica del conflitto arabo-israeliano. La nostra attività di volontariato prevedeva servizio in varie strutture dislocate a Betlemme, come Effetà, l’Hogar Niño Dios, l’Elderly House, la Società Antoniana, l’Asilo delle suore Francescane nel Campo profughi di Aida. Ognuno di questi luoghi ci ha permesso di entrare in contatto con bambini e anziani e soprattutto con le loro differenti storie. anni, di San Vito dei Normanni (Br), laureata triennale in Lettere Moderne, profilo artistico-teatrale, facoltà di Lettere e filosofia, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Una Ferrari che viaggia come una Seicento

novembre 2015 di Daria Camastra * Quando sentii pronunciare dalla responsabile del progetto: «Seu trabalho aqui esté terminado», piano piano una serie di diverse emozioni e sentimenti iniziano a farsi spazio dentro la testa per arrivare dove rimarranno per sempre, nel mio cuore. La conclusione del mio volontariato con il Charity Work Program mi ha generato una serie di strane sensazioni che con difficoltà riesco a distinguere tra loro. Non incontrerò più i bambini che mi urleranno: «Branca doce doce», come se realmente bastasse una semplice caramella a renderli felici. E poi, c’è paura e angoscia perché mi rendo conto che trascorrere un mese a Sao Tomé non serve a migliorare la situazione dell'isola: probabilmente non basterà neanche un anno. Felicità perché i sautomensi la trasmettono in modo contagioso; amore perché un posto così stupendo lo si può solo amare. Perché Sao Tomé e Principe é in realtà una Ferrari che per il momento viaggia come una Seicento. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Al Benedict con i medici di frontiera

CHARITY WORK PROGRAM Al Benedict con i medici di frontiera Nelle corsie dell’ospedale di Kampala costruito da Padre John abbiamo visto la sofferenza di un’Africa che lotta contro malattie che da noi sono curate e lì fanno ancora molte vittime. novembre 2015 di Claudia Mendicino * Rievocando a distanza di qualche settimana i momenti centrali della mia esperienza in Uganda con il Charity Work Program, ci sono alcune immagini particolarmente nitide che si affacciano alla mente. I colori accesi, il paesaggio di un verde brillante e il contrasto con la terra rossa, i rumori, il fiume di persone a piedi che camminano ai lati della strada e i tantissimi bambini sorridenti che ci salutano segnano tutto il tragitto in taxi da Entebbe a Kampala. Quello che colpisce subito è il calore della gente del posto, i sorrisi di benvenuto di infermieri, ostetriche e medici che si mostrano sinceramente contenti di averci lì, i saluti dei bambini per strada. La dimensione del tempo per gli africani è molto diversa dalla nostra: è subito evidente che per loro il tempo non ha lo stesso valore assoluto che assume per noi occidentali. Vediamo le condizioni drammatiche di tanti pazienti, il divario tra quello che si può fare con ciò che i medici locali hanno a disposizione e ciò che si sarebbe potuto fatto in Italia per pazienti in quelle stesse condizioni. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Ho trovato altrove la parte migliore di me

Abbiamo trascorso i primi giorni placidamente nella dimora di Addis Ababa, che rappresenta in realtà una specie di oasi felice in una realtà abbastanza traumatica. Insomma l’ironia del destino ha fatto si che l’ultimo giorno dell’anno rappresentasse l’inzio di una meravigliosa avventura in grado di farmi cambiare prospettiva sul mondo. Eravamo partite convinte di poter “dare”, offrire qualcosa alle persone, siamo tornate, invece, loro debitrici non di beni materiali, ma di emozioni mai provate prima, arricchite dalla conoscenza di gente stupenda e dalla consapevolezza del valore delle più semplici cose, spesso dato per scontato. Il trasferimento dalla capitale a Debre Birhan è stato ancora più simile a un viaggio della speranza rispetto all’ottenimento del visto: 130 km di strada pseudo asfaltata e di mandrie di animali che si paravano sulla via e bloccavano placidamente lo scorrimento stradale, reso difficoltoso dalla stagione delle piogge. Una delle prime lezioni sullo stile di vita etiope è stata quella relativa al loro sistema educativo: dopo i tre anni d’asilo, i bimbetti iniziano il loro percorso scolastico che li porta dalla prima all’ottava (la nostra terza media). Abbiamo trascorso tre settimane insieme a loro, apprezzando i loro numerosi pregi, tra cui una maturità non comune in un campione estratto a caso di teenager italiani, un senso di responsabilità e un amore fraterno che, essendo figlia unica, non avevo mai vissuto così da vicino. Leul, stoico e austero, è caratterizzato da un’aurea di cabarbietà, competitività e voglia di arrivare propria di chi ha assunto la consapevolezza che è necessario eccellere.

 

L'emozione non ha voce

Charity Work Program L'emozione non ha voce Non ci sono parole per descrivere la mia esperienza di volontariato al Consolata Hospital Ikonda, in Tanzania, che è diventato per un mese la mia casa e la famiglia. ottobre 2016 di Antonio Lo Tito * Il Charity Work Program è qualcosa difficile da descrivere con le semplici parole: è nell'insieme di suoni, volti, colori, è nell'aria che respiri, nelle mani che stringi, nel sudore e nelle lacrime che versi, è la gioia nel tuo cuore. L’estate scorsa, per un mese, la mia casa è stata il Consolata Hospital Ikonda, in Tanzania. La mia famiglia padre Sandro, Manuela, padre Zubia, padre Tesha e tutti i volontari, medici e non, che si sono avvicendati in quel periodo. Si toccava con mano la sofferenza delle persone, il tacito grido d'aiuto delle mamme per i propri figli, il sorriso della gente nonostante tutte le difficoltà in cui si ritrovavano. Ci si sentiva utili anche nel fare le più piccole cose, ma, soprattutto, ci si rendeva conto di non essere lì per aiutare, ma per imparare. anni, di Potenza, laureando in Medicina, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

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