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Le mie lezioni con i piccoli indiani

Prima di fare lezione di inglese, il nostro primo giorno, ci capita di vederli pranzare, quello per loro è un “brunch” per così dire, perché non fanno colazione, mangiano pranzo e colazione lì a scuola, a volte fa anche da cena. I bambini mangiano in un corridoio all’aperto, parte della scuola: mangiano su dei tappetini blu stretti e lunghi, i piatti sono quelli tipici indiani, dall’aspetto di vassoi d’alluminio ai nostri occhi, contenenti riso basmati, un chapati, un mix di verdure condite da una salsa al curry di colore giallastro. Io sono seduta accanto a loro e li osservo, mentre contenti consumano il loro pasto, uno accanto all’altro, sul pavimento, decine di mosche attorno, mentre con le mani impastano il riso col resto dei condimenti e lo mangiano. Ci viene assegnata la classe dei più piccoli, un’età che si aggira tra i 4 e i 5 anni, con l’eccezione di alcuni bambini che potrebbero averne 8 perché sono indietro con l’apprendimento. Non è facile tenerli attenti tutto il tempo, per loro ripetere lettere e numeri è pesante, ma sono felicissimi quando li premiamo con gli adesivi colorati se hanno fatto bene il loro lavoro e ne vorrebbero sempre di più ma non possiamo viziarli, dobbiamo disciplinarli. Verso la fine della lezione iniziano ad andare alla lavagna, mi prendono la mano, “Didì! Didì!”, mi fanno vedere come scrivono il loro nome, tra una sbavatura e l’altra, a volte si sfidano perfino tra di loro; qualcuno ha raccolto dei fiori e me li porge sorridente. Spero davvero che in qualche modo, il lavoro di noi volontari, riesca a dar loro qualche possibilità futura, a quell’età si assorbono tanti nuovi concetti e tante informazioni, chissà, magari un giorno qualcuno di loro crescendo troverà la sua strada e ricorderà quei giorni di luglio.

 

Uganda, tutto l’amore che puoi

charity work program 2019 Uganda, tutto l’amore che puoi Per Sara , di Scienze della formazione, il Charity Work Program è stato un turbinio di emozioni in mezzo a persone che fanno capire l’importanza della tua presenza 21 ottobre 2019 di Sara Pegoraro * Dell’Uganda mi ricordo tutto. Mi ricordo come sono arrivata, piena di curiosità e di timore, come mi succede ogni volta che inizio una nuova avventura. Credo che da quel giorno davvero abbia preso inizio per me l’Uganda, sia iniziato a entrarmi ogni sguardo, ogni abbraccio ogni bacio che ricevevo. Ciò che mi colpiva andando a scuola, ma anche stando in missione, era come per le persone del luogo fosse importante sapere che noi fossimo presenti, al di là di quello che facevamo per loro. Questo mi manca dell’Africa, quella serenità che non vuol dire che tutto andasse bene sempre, ma che sapevo affrontare anche i pensieri, perché mi sentivo accompagnata. So solo che quella mia quotidianità di “cose che non ci sono” e di noi uniche musungu , non la vedevo più. E ora che da laureata mi trovo a far lezione, ogni tanto penso a quando ne avevo 99 che mi ascoltavano, che se anche non mi ricordavo il loro nome sapevano che ero lì per loro.

 

Da semplici studenti a quasi medici

Interrogativo che si ripresenta e si insinua come un tarlo nelle conversazioni con i miei compagni di avventura durante il lunghissimo viaggio d’andata. Dall’aereo in atterraggio ad Entebbe solo due colori abbracciano tutto l’orizzonte: il rosso della terra e il blu sconfinato del lago Vittoria che quasi sembra un mare. L’Uganda è un paese ricco di colori, cultura, tradizioni, dolore per la storia tormentata, coraggio e speranza per il futuro, spiritualità, usanze, ma soprattutto dissidi spesso inaccettabili agli occhi e al metro di giudizio di noi Occidentali. Ho la possibilità di mettermi alla prova, partecipare al processo di cura, toccare con mano, confrontandomi con una medicina umana, intima, fisica e emotiva nel contatto con il paziente, molto diversa per situazioni ed emozioni da quella di casa a volte impersonale e spogliata della componente umana. Impossibile raccontare questa esperienza senza menzionare il grande gruppo di volontari che riunita intorno al tavolo della Mission House del compianto padre John Scalabrini, fondatore dell’ospedale e delle attigue scuole, ha allietato tutti i pasti con racconti, esperienze e riflessioni diventando a poco a poco una vera famiglia. Arrivato da estraneo, lascio questa terra grato a tutte le persone che ho incontrato per il calore ricevuto e per i mille stimoli di riflessione e con in valigia e nel cuore una grande voglia di ritornare. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

L’Albania che ti sorprende

Giunto al termine dei miei studi universitari, ho deciso di voler vivere un’esperienza di volontariato in un Paese in via di sviluppo. Qui, tra campi di lavanda e salvia e maestose montagne, opera da circa 10 anni il VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, con programmi che mirano al miglioramento delle condizioni socioeconomiche della popolazione. Lo staff del VIS, albanese e italiano, mi ha accolto e fatto sentire parte del team sin da subito e mi ha coinvolto nelle numerose attività e progetti per la comunità di Malësi e Madhe. Modi di vivere così simili che mi hanno permesso sin da subito di ambientarmi nel piccolo centro di Koplik. Una meta ben diversa dalle altre presenti nel programma Charity, dove apparentemente sembra che ci sia tutto, ma dove invece si cela un forte mancanza di opportunità, soprattutto per i giovani, che sempre più spesso devono scegliere la via dell’emigrazione all’estero. Considerato il mio percorso di studi in management, prima di partire, non avevo alcuna idea di come funzionasse la cooperazione e temevo di non poter essere di aiuto. Ho capito che bisogna ridare il giusto valore al cibo e rispettare i produttori, soprattutto in un Paese dove l’agricoltura è il settore che traina l’economia; principi di Slow Food, fondazione con la quale il VIS Albania collabora da tempo.

 

In Africa col privilegio della medicina

E sempre il riadattamento più difficile è quello con il Nord, così come il desiderio più testardo abita sempre a Sud. A Nord la ricchezza, ma anche le facce annoiate, un eterno coprifuoco sorvegliato da videocamere, l'invasione del superfluo, una frenesia che non lascia più spazio al pensiero e al sentimento. A Sud la miseria e lo sfruttamento, ma anche la solidarietà, il sorriso, il piacere dimenticato della pigrizia, le strade piene di vita e di gente. Il privilegio di chi studia medicina è vivere l’opportunità che offre questo programma in un ospedale, dove si intrecciano la straordinarietà di una vita che nasce e il dramma di una che muore, dove le emozioni e l’essenza più profonda delle persone viene fuori. Si torna a casa con un bagaglio di conoscenze pratiche prezioso, che difficilmente un normale studente riesce ad acquisire in così poco tempo durante il proprio corso di studi. Ma quanto di più importante si riporta in Italia è l’affetto delle persone che ci hanno accolto e dei medici che ci hanno insegnato cosa significa dedicarsi con passione, ogni giorno, alla comunità in cui si vive. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Madagascar, il valore della semplicità

Vedo bambini che portano sulla testa i mattoni per costruire le case o che chiedono l’elemosina lungo la strada, donne che vendono verdura e frutta sui marciapiedi, uomini che spingono carretti carichi di sacchi pesanti per le strade rosse sterrate. Le giornate nell’orfanotrofio iniziano prima della sveglia, quando alcuni dei più piccoli sono già fuori dalla stanza a giocare con dei pezzetti di giornale o con la palla e puntualmente ci aspettano per ballare la prima “macarena” della giornata o giocare a “sardina”. Ci sono poi i piccolissimi, con loro non serve saper parlare la stessa lingua perché basta sedersi nella stanza dei giochi per ritrovarseli sbucare da ogni parte del corpo pronti a farsi fare il solletico e ridere a crepapelle. La sera, dopo aver cambiato e fatto addormentare i più piccoli con tanta pazienza, i ragazzi non hanno ancora perso le energie e ci tengono a giocare nelle loro stanze finché la nostra ora di cena segna il momento di salutarci. Eppure, grazie anche alle suore ed alle balie che con pazienza e dedizione hanno creato una vera famiglia allargata, questi bambini mi hanno insegnato il valore dei piccoli gesti e di stare insieme senza pretese. Sicuramente questa esperienza mi ha reso più convinta del percorso di studi in cooperazione internazionale che ho scelto di intraprendere, enfatizzando il ruolo cruciale della conoscenza dell’altro per poter gestire insieme le esigenze prioritarie. Sono partita chiedendomi se potessi fare abbastanza per loro, torno a casa convinta che siano loro ad aver fatto molto più per me dandomi la possibilità di diventare consapevole dell’importanza della semplicità.

 

Madagascar, una sola grande famiglia

Le loro risate, urla e canzoncine erano per noi la migliore sveglia che si potesse desiderare e la loro allegria illuminava le nostre giornate: è incredibile quanto questi bambini siano pieni di energia anche alle 5:30 di mattina, quando fuori fa ancora buio pesto. Ce lo hanno ripetuto le Suore Nazarene che si prendono cura ogni giorno di questi bambini senza una famiglia alle spalle che li sostenga e ce ne siamo accorte anche noi nelle tre settimane trascorse in Madagascar. C’è Herman, apparentemente forte ma molto sensibile, Meltina, spigliata e intraprendente, Claudin, geloso e coccolone, Frankie, timido e impacciato, e Angèle, chiacchierona e combinaguai. È triste pensare che questi bambini, così vivaci, brillanti e affettuosi non abbiano la possibilità di crescere nella loro famiglia di origine, anche se ci conforta pensare che l’amore, l’educazione e le opportunità che l’Orphelinat dà loro possano almeno in parte compensare la loro condizione. Non è stato sempre facile per noi fare i conti con un mondo così scioccante e completamente diverso dal nostro. Uno degli insegnamenti che il Charity Work Program a Fianarantsoa mi ha lasciato è proprio questo: esistono situazioni complesse, apparentemente insuperabili, ma bisogna tenere a mente che prima di darsi vinti ci si deve impegnare per fare la propria parte e per poter partecipare a un cambiamento in positivo. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Nepal, lezioni di vita vissuta

Il Charity Work Program di Alberto di Scienze della formazione 08 ottobre 2019 di Alberto Ciresola * Partire per un’esperienza con il Charity Work Program significa lasciare tutto ciò che è abituale, quotidiano per mettersi alla prova e sfidarsi. È la vita il banco di prova in cui mettere in pratica ciò che si è imparato nelle aule universitarie. Vivendo un’esperienza di volontariato in Nepal ci si rende conto di quanto sia molto più facile apprendere nozioni, imparare strategie d’intervento, studiare. Quando ci si accorge che tutto ciò che si è imparato può essere solo in parte messo in pratica, non resta che rimboccarsi le maniche e mettersi in ascolto per ricominciare ad apprendere. Si impara a vivere in un contesto diverso: il fascino dei templi induisti e buddisti è mescolato all’odore di spezie e smog di vecchie motociclette che sfrecciano senza sosta per le strade caotiche di una capitale asiatica. Di nepalesi che contrattano cifre che sembrano irrisorie, ma che fanno la differenza per chi uno stipendio a stento ce l’ha. Cittadini non solo di quel mondo globalizzato di cui tanto i giornali patinati parlano, ma di un mondo che si sente così lontano che sembra non ci appartenga.

 

Un porto sicuro a Gerusalemme

charity work program Un porto sicuro a Gerusalemme È il Centro Santa Rachele che si prende cura dei più vulnerabili, i bambini. Convivenza non è però sinonimo di inclusione, spesso l’integrazione all’interno di questa società così complessa risulta in realtà fragile. In questa situazione instabile si può comprendere quanto sia problematica la vita di coloro che decidono di emigrare qui. In particolare, abbiamo avuto modo di confrontarci con la minoranza all’interno della minoranza: le famiglie cattoliche immigrate in questa città nel corso degli ultimi anni. Il Centro li accoglie fin dai primi mesi di vita all’interno del proprio asilo nido, e li accompagna nella loro crescita personale e spirituale fino alla fine della scuola elementare. Ed è questa la sensazione che ha donato anche a noi: fin dall’inizio ci siamo sentite accolte e benvolute, rese partecipi della vita all’interno di questa comunità cattolica, accompagnate pazientemente e con amore in questa esperienza così breve ma di così grande valore. Grazie a padre Rafik, padre David, padre Benedetto, suor Claudia e Daniella, fonti di ispirazione e di ammirazione per la passione, la perseveranza e la dedizione che mettono ogni giorno per garantire a questi ragazzi una possibilità di scelta. charity work program #volontariato #solidarieta' Facebook Twitter Send by mail CHARITY WORK PROGRAM Il programma , realizzato grazie al supporto dell'Istituto Toniolo di Studi Superiori e ai fondi del 5permille, ha promosso, dal 2009 a oggi, più di 300 scholarship della durata di 3-8 settimane per studenti di tutte le facoltà le sedi dell’Ateneo.

 

L'impegno della Cattolica per l'Africa

ATENEO L'impegno della Cattolica per l'Africa Tutela della salute, sviluppo del microcredito, potenziamento agricolo, formazione. I progetti di coperazione solidale dell'Ateneo nel continente africano. L’impegno dell’Ateneo non si è limitato a fornire attrezzature moderne per migliorare la diagnostica di queste malattie, ma ha anche inviato i suoi docenti (compreso lo scrivente) ad effettuare formazione sul campo per diffondere la cultura della salute sia negli operatori sanitari che nella comunità. I risultati ottenuti sono stati estremamente interessanti e consentono oggi di avere una migliore consapevolezza e conoscenza da parte degli operatori sanitari e della comunità afferente all’ospedale di Ikonda, sulla diffusione delle malattie infettive e sulla loro prevenzione. Più recentemente è stato avviato un altro progetto, sempre finanziato dalla CEI, espressamente rivolto alle donne come popolazione più vulnerabile, che ha la finalità di prevenire l’infezione da HIV nella popolazione femminile e conseguentemente ridurre/azzerare la trasmissione materno/infantile di questa infezione. Il progetto si svolge nella città di Gulu nel nord dell’Uganda presso il Comboni Medical Center che in quell’area rappresenta un importante centro sanitario di riferimento per l’intera comunità. Questo approccio culturale e metodologico risponde pienamente, a mio giudizio, alle esigenze ed alle sfide che un mondo globalizzato pone oggi all’accademia e più in generale alla società civile.

 

Cesi, un'estate di solidarietà

VOLONTARIATO Cesi, un'estate di solidarietà Sedici studenti della Cattolica, grazie al "Charity Work Program" del Centro d'ateneo per lo sviluppo internazionale, hanno scelto di farsi volontari in vari paesi del Sud del mondo. I Paesi in via di sviluppo ed emergenti interessati dal progetto sono stati la Repubblica Democratica del Congo, il Sudafrica, l’Uganda, l’Honduras e l’India.

 

Chi non ha niente, dona tutto

Torno ricoperta di regali e della lezione più bella dei bambini che ho incontrato: imparare a vedere ovunque felicità. L’unica sveglia che mi fa alzare con la voglia di vivere un’altra giornata intensa, piena di emozioni: si tratta delle voci arzille e allegre dei bambini dell’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa, in Madagascar, dove, grazie al Charity Work Program, ho trascorso uno dei mesi più belli della mia vita. C’è chi non ha che poche settimane e chi ha ormai vent’anni, e che oggi può studiare e lavorare grazie al preziosissimo lavoro che ogni giorno le suore malgasce svolgono per i loro ragazzi, mettendosi completamente al loro servizio. Non mi sembra un sorriso mio: mi sembra un regalo, un dono prezioso che ricevo ogni giorno dagli sguardi di questi bambini, che mi stringono sempre più forte e, correndomi incontro, si uniscono agli altri per accompagnarmi a fare colazione. Succede la stessa cosa quando, ogni giorno, alle 11.30 e alle 17.30 vado a dare da mangiare ai neonati, che dormono o piangono fra le braccia di donne malgasce che danno una mano alle suore e che stanno sedute su delle stuoie di una stanza calda e accogliente. Ma i momenti più emozionanti li ho vissuti la sera, quando i pré-maternelles si accingono a infilarsi sotto le coperte dei loro piccolissimi lettini e corrono gridando come matti per scappare da me, che li inseguo fingendo di essere un leone che li vuole mangiare. Invece sono tornata in Italia piena di regali, di oggettini che mi hanno donato, di canzoni, di filastrocche, di sorrisi ed emozioni.

 

Non smetterò mai di indossare il sorriso

charity work program Non smetterò mai di indossare il sorriso È questo il valore aggiunto che Elisa , di Scienze della formazione, si porta a casa dal suo Charity Work Program tra i bambini della Bolivia 04 ottobre 2019 di Elisa Martinazzi * Questa è la foto che, più di tutte, preferisco. Della mia esperienza in Bolivia, a La Paz, ci sarebbero tante cose da raccontare ma i bambini ed i sorrisi sono stati ciò che di più bello mi ha regalato questo mese di volontariato. Bambini di ogni età, affetti da ritardi, sindromi, disturbi, con storie e problematiche diverse che portano con sè il peso di situazioni famigliari e sociali di ogni genere. Al centro di riabilitazione neurologica infantile Mario Parma , dove ogni giorno prestavo il mio servizio a fianco di una psicopedagogista, ne ho incontrati tanti e ognuno di loro ha saputo lasciarmi qualcosa. Quello di Don Gio, che ci ha accolte in aeroporto e accompagnate, giorno dopo giorno, nella sua parrocchia, facendoci sentire a casa. Quello che non smetterò mai di indossare, nonostante i dubbi, i perchè e le grandi contraddizioni perchè “non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso”. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Povertà, dare un peso alla parola

È proprio sulla sottile linea che divide queste due realtà che si trova il Giardino degli Angeli : un vero e proprio piccolo paradiso, un’isola felice che apre le sue porte a bambini e ragazzi. È in questo luogo di felicità che ha avuto luogo la mia esperienza di volontariato: dopo un iniziale smarrimento a causa della lingua portoghese a me sconosciuta sono stata travolta dall’energia dei bambini che, a suon di “Tia! Tia! Tia!” , mi hanno coinvolto nei loro giochi. Durante le varie mattinate ho preso parte alle attività della creche – ovvero l’asilo – supportando il personale nelle attività ludiche e di scolarizzazione quali il disegno, la creazione di lavoretti e l’insegnamento dei numeri e delle lettere dell’alfabeto e giocando con i bambini nella grande area verde all’interno della struttura. La seconda parte della giornata era dedicata al servizio presso il Reforço escolar Julia Thomson , un servizio di doposcuola per i ragazzi delle scuole elementari dai 6 agli 11 anni, durante il quale ho aiutato i ragazzi – tra comiche incomprensioni - nei compiti di portoghese, inglese e matematica. Due momenti sono stati per me molto significativi: il primo di essi è stata la giornata dedicata alla pizza, nella quale io e Sabrina, la mia compagna di avventura, abbiamo sfornato varie teglie di pizza da far gustare ai bambini. Durante questi momenti ho potuto constatare quello che la maggior parte dei bambini doveva affrontare una volta tornati a casa: genitori assenti o disinteressati, abitazioni sovraffollate, mancanza di acqua, gas e luce. Questo viaggio ha dato un peso reale alla parola “povertà” e ha radicato in me ancora di più la consapevolezza che la mia strada sia quella di lavorare per cercare di migliorare realtà più sfortunate.

 

A Gerusalemme, verso il proprio destino

Indubbiamente devi avere coraggio, coraggio di aprire la mente, il cuore e soprattutto coraggio di abbattere stereotipi, strutture mentali e culturali verso una realtà che può solo che far fiorire la tua anima. Fare volontariato vuol dire condividere tutto quello che hai: i tuoi pensieri, i tuoi modi di fare, le tue qualità. Dallo stare con i bambini del Centro San Rachele tutto il giorno, mi sono ritrovato a ridipingere anche le loro aule oppure a cucinare per alcuni di loro che non potevano permettersi il pranzo. Vivendo luoghi ed esperienze di questo tipo aiuta a realizzare quanto sia stato bello nascere in una famiglia europea, italiana e di quanto possiamo essere fortunati di essere studenti di una delle università più prestigiose d’Italia. Ma ancor più, capisci quanto possiamo dare, quanto possiamo fare, quanto possiamo essere parte attiva a livello internazionale. Essere sul posto, chiacchierare con la comunità ebraica in prossimità del Muro del Pianto, ridere e scherzare con i ragazzi dei quartieri palestinesi, fermarsi a riflettere guardando il Sacro Sepolcro sono tutte esperienze che non si possono studiare sui libri di scuola, bisogna viverle. Quei bambini sono carichi di sogni, di voglia di vivere, di sorridere e combattere questa vita che già gli ha dato battaglia a questa tenera età.

 
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