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Patient engagement, meno spese e più qualità della vita

Questa è la prima evidenza rilevata dallo studio Engagement Monitor condotto e coordinato dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB , insieme a venti associazioni di pazienti, familiari e volontari sul territorio nazionale. Ma al di là delle valutazioni soggettive, anche la condizione clinica del paziente sembra cambiare a seconda dei livelli di engagement : se solo il 23% dei pazienti cronici intervistati ha subito un ricovero nell’ultimo anno, la percentuale aumenta al 34% tra i pazienti poco “ingaggiati”. Inoltre, se a totale campione, la metà (51%) degli intervistati dichiara di aver perso almeno un giorno di lavoro a causa della malattia nell’ultimo anno, il dato aumenta al 69% tra i pazienti con bassi livelli di engagement mentre si riduce al 31% tra i pazienti con più alti livelli di engagement. Infine, il 76% di coloro che risultano “disingaggiati” spende più di 50 euro al trimestre di tasca sua per farmaci da banco; al contrario la percentuale si riduce al 45% nei pazienti ingaggiati, dimostrando che l’essere ingaggiati conviene anche per il portafoglio degli assistiti. Anche l’esperienza dei familiari che si prendono cura di un paziente con malattia cronica è preoccupate in quanto ben il 48% degli intervistati risulta in difficoltà nella gestione attiva e efficace della cura del proprio caro e presenta alti livelli di fatica. Sul piano dell’esperienza di cura, se sul totale campione solo il 18% dei pazienti intervistati dichiara di non sentirsi capito dai suoi curanti, la percentuale aumenta al 44% tra coloro che hanno bassi livelli di engagement. La ricerca scientifica è chiamata a fornire strumenti ed evidenze al fine di sostenere un reale orientamento alla pratica quando si parla di patient engagement : questo è uno dei motivi ispiratori del progetto Engagement Monitor» ha precisato Serena Barello , coordinatore del progetto Engagement Monitor .

 

Dieci consigli per l’engagement

La ricerca scientifica dimostra infatti come le persone più “ingaggiate” siano coloro che riescono meglio a gestire le preoccupazioni provocate dall’emergenza pandemica, siano più fiduciosi e collaborativi verso il Sistema Sanitario e più resilienti nell’adattarsi ai cambiamenti di vita che la situazione di rischio richiede. A partire dalla costruzione di un Vademecum che si sviluppa sull’acronimo della parola “engagement”: ogni lettera della parola genera un messaggio chiave, un suggerimento che possiamo adottare nella vita di tutti i giorni per essere ingaggiati in una gestione responsabile di questa emergenza sanitaria. Tale condivisione si inserisce anche in una campagna di sensibilizzazione lanciata dal Centro in partnership con "Obiettivo Salute" di Radio 24 finalizzata a promuovere l’engagement delle persone nella gestione della salute e a sostenere un cambiamento comportamentale più responsabile e aderente alle misure di contenimento al virus. La campagna si configura come un progetto “aperto”: di fatto tutti potranno manifestare con personali contributi il loro essere engaged ( #iosonoengaged ). In questo modo verrà costruita una preziosa testimonianza (rendicontata dalle pagine social del Centro) sullo sviluppo di una virtuosa “pandemia di engagement”: dove l’agente di contagio non è più il virus ma il proattivo impegno a debellarlo. engagement #psicologia #vademecum #ecatt Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Italiani, refrattari a rispettare le regole post Covid

Ricerca Italiani, refrattari a rispettare le regole post Covid Sono 4 su 10 gli italiani che faticano ad adattare i propri comportamenti alla nuova normalità dopo l’epidemia da Coronavirus. Lo rivela uno studio del centro di ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica 30 luglio 2020 «Ben più di un terzo della popolazione italiana, il 38% per la precisione, trova molto difficile cambiare le proprie abitudini di vita, anche se in gioco c’è la tutela dalla pandemia». La percentuale di persone che è riluttante a cambiare le proprie regole di vita è molto elevata e va a incrociare variabili socio-demografiche. La difficoltà ad adeguare le proprie abitudini alla nuova normalità imposta dalla convivenza con il nuovo coronavirus è sentita maggiormente dagli uomini (43% contro il 38% medio complessivo), soprattutto se giovani (44% nella fascia tra i 18 e i 34 anni), residenti al sud e nelle isole (42%) e con un reddito di livello medio (47%). Infatti, secondo lo studio, coloro che risultano avere un alto livello di “patient engagement” percepiscono il cambiamento delle proprie abitudini di vita nel corso di questa Fase 3 come meno difficile rispetto alla popolazione generale, mentre coloro che sono in una posizione di basso coinvolgimento percepiscono più difficoltà nel cambiamento. Questa ultime elaborazioni, e in particolare il dato che attribuisce proprio alle persone più spaventate dal rischio di contagio una maggiore refrattarietà ad adottare comportamenti di protezione dallo stesso contagio - continua la docente - mettono in luce la complessità psicologica delle reazioni degli italiani alle prescrizioni preventive. Tuttavia, come mostrato da questi dati, il processo di educazione e sensibilizzazione è molto più complesso sul piano emotivo e psicologico, soprattutto per le fasce della popolazione più giovani e culturalmente più evolute.

 

Italians are reluctant to comply with post Covid-19 rules

Ricerca Italians are reluctant to comply with post Covid-19 rules There are 4 out of 10 Italians who find it difficult to adapt their behaviour to this new normality after the Coronavirus epidemic. The psychologicalreasons are revealed by a study carried out by the EngageMinds HUB research centre of Università Cattolica 08 ottobre 2020 « More than a third of the Italians, 38% to be precise, find it very difficult to change their life habits, even though this could mean protecting from the Pandemic » . These figures come from a study by the research centre of Università Cattolica - conducted with a survey using the CAWI (Computer Assisted Web Interview) method on a sample of 1000 Italians representative of the Italian population. This latest assessment, and in particular the fact that it attributes greater unresponsiveness to those who are most frightened by the risk of contagion to adopt protective behaviour against the same contagion, highlights the psychological complexity of Italians' reactions to preventive prescriptions. Most of the traditional approaches to preventive communication have focused on the emotion of fear as the main lever to make the population aware of a change in behaviour. However, as shown by these data, the process of education and awareness raising is much more complex on an emotional and psychological level, especially for younger and more culturally advanced segments of the population. In this case, frightening or taking on too punitive and severe tones can generate the opposite effect, of closure and inattention to preventive behaviour.

 

Caregiver, un progetto per sostenerli

L’attività di cura e assistenza a carico dei caregiver familiari è aumentata sensibilmente a fronte dell’emergenza sanitaria: prima della diffusione del virus SARS-CoV-2 2 caregiver su 3 lavoravano; durante la pandemia il 50% ha ridotto o sospeso la propria attività. Il peso emotivo e pragmatico dei caregiver familiari è oggi più che mai in aumento e necessita di essere preso in carico e gestito - ha dichiarato la professoressa Guendalina Graffigna , Direttore del centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica e Direttore scientifico del Progetto Place4Carers -. Promuovere servizi volti a sostenere il coinvolgimento attivo e positivo (engagement) dei caregiver familiari nel processo di cura è una frontiera di ricerca scientifica e di intervento clinico urgente quanto sfidante: il progetto Place4Cares vuol essere un primo passo in questa direzione». Il progetto è nato, infatti, con l’obiettivo di dare voce ai caregiver familiari al fine di creare, in collaborazione con i servizi socio-sanitari territoriali, una ricetta comune che ha permesso di dare risposte concrete alle famiglie in difficoltà, offrendo percorsi di supporto integrati ed efficaci. La Valle Camonica è stata scelta come caso pilota per sviluppare il piano di azioni previste dal progetto, con l’obiettivo di intervenire a sostegno di caregiver familiari residenti in aree rurali caratterizzate da limiti nell’accesso ai servizi di assistenza. La professoressa Cristina Masella , Politecnico di Milano, ha definito il progetto Place4Careres: «Un esempio di buona pratica che ha dato spunti di innovazione nella direzione di un coinvolgimento diretto degli utenti nel design dei servizi di assistenza». L’obiettivo di Place4Carers fin da subito è stato quello di valorizzare le reti di supporto informale presenti sul territorio camuno, al fine di promuovere l’invecchiamento attivo e in salute delle persone nei luoghi di vita» - ha sottolineato il dottor Massimo Corbo , direttore di Need Institute.

 
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