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Discorso del rettore Franco Anelli

L’assenza di una chiara percezione della propria identità e storia collettiva è la premessa del fallimento di qualsiasi tentativo di dialogo tra i popoli, perché porta a costruire la propria immagine in termini puramente negativi, come contrapposizione all’altro; porta a bollare gli altri come “barbari”. Se invece si matura la consapevolezza che non è l’avversione per il nemico la “soluzione”, il rimedio alla carenza di una chiara percezione di sé, allora non si sfugge alla necessità di una propria “cultura” come coscienza collettiva. A questo scopo non si richiede soltanto di promuovere processi di internazionalizzazione delle attività di ricerca e di insegnamento; di coltivare quella naturale, essenziale caratteristica di universalità che ha reso gli atenei del nostro continente intrinsecamente europei secoli prima che di un’Europa unita si cominciasse a parlare. Questo compito di elaborazione di un pensiero e di un’azione educativa che siano testimonianza di valori è stato rinnovato e vivificato dal Santo Padre in un discorso tenuto il 4 novembre scorso agli esponenti della Federazione Internazionale delle Università Cattoliche. Avete scelto di seguire un percorso faticoso, che talora vi richiede di spendere più impegno che altrove, perché siete disposti a fare dei vostri anni di studio un’esperienza di crescita personale e non soltanto professionale. Mi è capitato di sottolineare in varie occasioni, con una ripetitività che nasce dalla convinzione, che questa Università non può annoverare quali fondatori soltanto Padre Gemelli, Armida Barelli o Giuseppe Toniolo, ispiratore appassionato di un progetto che non poté, in vita, vedere compiuto. Nell’epoca della comunicazione a distanza, dei rapporti virtuali, gli studenti manifestano un crescente bisogno di luoghi di presenza fisica, che oltre ad allocare le ordinarie attività accademiche offrano spazi di studio individuale, di socialità, di incontro.

 
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