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I riders hanno già un contratto di riferimento

Intervista I riders hanno già un contratto di riferimento Il giuslavorista dell’Università Cattolica Michele Faioli critica l’ipotesi della negoziazione che è partita, al ministero del Lavoro, il 3 agosto. Esiste già un contratto collettivo, quello della logistica, che li tutela come lavoratori subordinati» by Katia Biondi | 06 agosto 2020 Il 3 agosto è stata una data importante per i riders. Qual è allora il problema? «Intanto il tavolo non è ben composto: servirebbe coinvolgere anche altre organizzazioni datoriali, per intenderci quelle della logistica, del terziario, dei pubblici esercizi, perché evidentemente Assodelivery da sola non è rappresentativa di quel mondo, e altre organizzazioni sindacali (tra cui, ad esempio, Ugl). E poi ci sono problemi sul livello sindacale da coinvolgere: nel senso che è chiaro se tale accordo verrà firmato Cgil, Cisl e Uil, intese come confederazioni, o dalle rispettive federazioni che occupano di logistica o terziario». Quindi in un certo senso questo contratto non darà tutte le tutele che invece i riders si aspettano, che è quella tipica del lavoro subordinato. La domanda che molti si stanno ponendo: che senso ha negoziare un contratto per lavoratori autonomi riders quando ne esiste già uno per i riders lavoratori subordinati? Insomma queste complicazioni non sono risolte né dalla legge né il ministero ha dato indicazioni. Questo è il vero fenomeno su cui riflettere per il prossimo futuro e non solo quello riders che è parte marginale del fenomeno della gig-economy, tra l’altro facilmente assorbibile da regole già esistenti».

 

I diritti al tempo della Gig economy

Sono diventati l’emblema della cosiddetta Gig Economy , un settore in fortissimo aumento che, grazie a imprese divenute ormai colossi mondiali come Airbnb, Uber o alle realtà del food delivery ma anche ai call center ha aperto numerose discussioni che spaziano dalla legalità, al diritto, alla società. I problemi cui va incontro chi decide di lavorare in queste piattaforme sono molteplici: manca anzitutto una formazione specifica, c’è una grossa difficoltà nell’accesso ai servizi al lavoro, ai centri dell’impiego e soprattutto mancano delle fondamentali protezioni sociali e un contratto collettivo nazionale. Gli impiegati in queste realtà sono spesso trattati alla stregua di cyborg che hanno a che fare con macchine sempre più intelligenti, con algoritmi che li coordinano e li controllano». Sono le nuove città 4.0, dove il lavoro si è trasformato, dove i ristoranti sono diventati semplici cucine, che sulle piattaforme vendono se stesse e la propria reputazione, allargando in questo modo le proprie reti sociali. Siamo di fronte a un problema molto vasto e difficile da risolvere: non c’è un ordinamento giuridico infatti che da solo possa regolamentare la questione, anche se i primi passi avanti sono stati fatti proprio in Italia. La soluzione potrebbe essere, infatti, quella di equiparare questi lavoratori a quelli che operano per lavoro subordinato o anche somministrato, i quali, in base a direttive europee, godono di specifiche e soddisfacenti protezioni. Tra gli addetti ai lavori c’è la speranza che questa via possa essere la soluzione a una questione che deve essere risolta il più presto possibile.

 
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