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L’agricoltura tira e crea lavoro

MEETING DI RIMINI 2018 L’agricoltura tira e crea lavoro La filiera agro-alimentare, che parte dal campo per finire alla tavola, è il secondo settore manifatturiero italiano, con oltre 130 miliardi di euro di fatturato. E, per il ministero per lo Sviluppo economico, l’industria agroalimentare è il secondo settore manifatturiero italiano, con oltre 130 miliardi di euro di fatturato . Un manifatturiero con elevatissima capacità di conquista dei mercati esteri: l’elaborazione dei dati Istat da parte di Coldiretti rivela che il 2017 ha fatto segnare un record storico per il made in Italy agroalimentare con esportazioni che hanno raggiunto i 41,03 miliardi di euro (+7% rispetto all’anno precedente) . Quasi i due terzi di queste sono dirette verso i Paesi Ue, ma gli Stati Uniti con 4,03 miliardi di euro sono il principale mercato extra Ue e il terzo in termini generali. Da qui il bisogno di nuove professionalità , capaci di gestire i nuovi sistemi di irrigazione, basati su sensori di umidità, centraline di raccolta dati, software di analisi e così via. Professionalità multi-disciplinari, dove l’agronomia va a braccetto con l’informatica . Bisogna formare nuovi professionisti dell’agro-alimentare che riescano a far mantenere gli attuali livelli di produzione con un ridotto impatto ambientale, senza però cadere nella trappola di un “ambientalismo romantico” , che non può essere compatibile con le necessità di mantenere dei livelli produttivi e qualitativi elevati. Il direttore del Dipartimento di Scienze e tecnologie alimentari per una filiera agro-alimentare sostenibile (Distas) , che insegna Biologia dei Microrganismi alla facoltà di Scienze Agrarie, alimentari e ambientali della sede di Piacenza–Cremona, interverrà venerdì 24 agosto nella giornata dedicata a “I nuovi lavori”, con un focus particolare sull’agro-alimentare.

 

Nelle stanze del Lingotto correranno i bit al posto dei bulloni

La chiamo Fiat per evocare nel marchio quello che è stata la Fabbrica Italiana Automobili Torino. La trasformazione digitale si rende visibile nella trasformazione industriale rivelando uno dei caratteri che sono proprio del digitale, una rivoluzione per sostituzione, in questo caso del tutto e iconicamente evidente. Nelle stanze del Lingotto, parola che al torinese non evoca Fort Knox, ma il potere della fabbrica sulla storia di questa terra, correranno i bit al posto dei bulloni. Caricare di significati evocativi la transizione è forse eccessivo per una terra che continuerà ancora a lungo ad avere o sperare di avere nella manifattura di che vivere, tuttavia resta un segno forte del tempo che cambia e un messaggio chiaro per chi deve progettare il domani. La cultura della fabbrica ha segnato profondamente, nel bene e nel male i decenni scorsi, la cultura del digitale sta facendo e farà lo stesso. In quel caso la cultura della fabbrica è stata di fatto subìta, raramente scelta, difficilmente governata in una tensione ideologica che lasciava pochi margini. Tuttavia in quella tensione i campi contrapposti erano chiari così come i soggetti che li incarnavano, c’erano corpi intermedi ben precisi e le interlocuzioni, anche violente, si facevano attorno a un tavolo con volti e sigle.

 
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