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Il don in trincea insieme ai medici

Trovo che l’esercizio del ministero sacerdotale tocca in questa fase una delle sue punte più alte: un approccio di vicinanza e di affetto che travalica le parole» by Giacomo Cozzaglio | 27 maggio 2020 Nell’emergenza Covid hanno fatto notizia, accanto a medici e infermieri, anche i sacerdoti. Questa pandemia ci ha trovati un po’ tutti impreparati soprattutto per quello che riguarda le proporzioni del numero dei malati che ha fatto sì che parecchi reparti del Policlinico si dovessero immediatamente trasformare in Covid. Nella sua esperienza di questi mesi è entrato in contatto con medici relativamente giovani che sono stati coinvolti nello sforzo medico? Quale è stato l’approccio con loro? «Essendo il nostro un Policlinico universitario, la maggior parte dei medici sono giovani. È logico che su di loro ha avuto un impatto diverso in quanto medici che fino a ieri si occupavano soltanto della loro specialità mentre ora viene chiesto loro di curare i pazienti Covid. Soprattutto coloro che sono più direttamente a contatto con i pazienti Covid o che addirittura si sono contagiati hanno iniziato un percorso di riflessione non solo a livello personale, ma anche di rivisitazione del loro approccio medico-infermieristico. Spesso il mio andare più volte in questi luoghi durante la giornata è stato accolto con “sei capitato nel momento più importante, in cui avevamo bisogno di te”, chiedendo una preghiera o una benedizione, richiesta che non capitava che facessero prima. Sono tutte espressioni che indicano il desiderio da parte loro di aver assoluto bisogno di qualcosa di più profondo che accarezzi in quel momento la loro mente e soprattutto i loro cuori».

 

Giovani medici in prima linea

Roma Giovani medici in prima linea Arturo Ciccullo è uno specializzando in Malattie infettive e tropicali della facoltà di Medicina e chirurgia, attualmente dirigente medico al Columbus Covid-2 Hospital, l’ospedale interamente dedicato all’emergenza Coronavirus. Nemmeno, per quanto sempre pronti e educati, nelle aule e in tirocinio, a prepararsi a ogni “allerta”, i medici più giovani, particolarmente i neolaureati, in questa emergenza direttamente "in campo" senza dover sostenere l'esame di abilitazione. Abbiamo raccolto alcune delle loro storie Iniziamo il nostro viaggio dai medici in servizio nell'Unità Operativa Complessa di Malattie infettive della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, diretta dal professor Roberto Cauda , docente di Malattie infettive all'Università Cattolica. Vi è sicuramente la preoccupazione per lo stato di emergenza e per la salute dei propri cari, unita però alla voglia di farsi trovare pronti al fine di assistere al meglio i pazienti. Io personalmente sono stato assegnato a un reparto di degenza interamente dedicato a pazienti con Covid-19 e mi sono trovato quindi a fronteggiare in prima persona la malattia e ad assistere questi malati che hanno bisogni assistenziali peculiari e differenti rispetto a quelli con cui eravamo abituati a confrontarci. Due giorni fa, mentre accoglievo in reparto un paziente proveniente dal pronto soccorso, mi ha rivelato che la notte precedente suo padre era morto presso un altro nosocomio della stessa malattia e che lui non aveva avuto l’opportunità né di sentirlo né di vederlo negli ultimi giorni. Cosa sta imparando e cosa pensa che ci lascerà questa esperienza, come professionisti e come persone? «Lavorare in questo contesto emergenziale, sta contribuendo a plasmare la mia figura professionale sia dal punto di vista scientifico che umano.

 

«Il Covid conferma che si è medici per missione»

Giovani medici in prima linea «Il Covid conferma che si è medici per missione» Francesco Beghella Bartoli , medico specialista in Radioterapia oncologica al Policlinico Gemelli, racconta la sua attività al tempo del Coronavirus. Alla luce dell’alto numero di pazienti che quotidianamente frequentano il nostro Centro, al fine di permettere la prosecuzione dei trattamenti, si è reso necessario proteggere loro e tutti gli operatori sanitari da questo nemico invisibile. Inoltre è in fase di avvio un progetto che ha lo scopo di monitorare a distanza gli operatori sanitari e i pazienti in trattamento facendoli sentire meno soli in una fase emergenziale come questa. Sarà difficile per me dimenticare il volto pieno di sconforto del figlio di un nostro paziente che non ha potuto dare l’ultimo saluto a suo papà prima che questi morisse per una polmonite sospetta per Covid-19. Qual è il messaggio che un giovane medico, in un’esperienza improvvisa, nuova e sfidante, vuol lasciare ai tanti ragazzi che ora, ancor di più aspirano a diventare medici e infermieri? «Ai tanti che stanno studiando posso dire che dai testi alla pratica molte cose cambiano. L’importante è affrontare tutto con fermezza, preparazione e forza d’animo e tenere a mente in ogni circostanza (emergenziale o ordinaria che sia) qual è il fine ultimo della nostra professione: assistere e prendersi cura dell’altro». Ultimo di una serie di articoli dedicati ai nostri medici in prima linea nella lotta al Coronavirus #medici in prima linea #medicina #covid Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Loris, contro il Covid un gioco di squadra

Da un giorno all’altro mi sono trovato catapultato, senza alcun preavviso, in una nuovissima realtà, ad affrontare una patologia che, come sappiamo, non è ben conosciuta». Quello che mi sono ritrovato a fare non è perfettamente attinente alla mia specialità» afferma: «Sono un gastroenterologo e, fino al giorno prima, avevo svolto attività endoscopica e ambulatoriale presso il Cemad, lavorando soprattutto con pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici). Mi sono, quindi, trovato ad affrontare una patologia nuova e anche un’organizzazione di reparto completamente inedita in cui era necessario prestare la massima attenzione a isolarsi, vestirsi, svestirsi, ogni volta; con una serie di misure a cui non ero abituato e che in passato non avevo vissuto». Ciò ha fatto sì che il reparto in cui ho lavorato sia diventato la mia famiglia: i colleghi, gli infermieri, tutto il personale, gli stessi pazienti sono tutti diventati le sole persone con cui vivevo ogni giorno, una seconda famiglia che viveva le mie stesse sensazioni ed emozioni». Qual è il ricordo che lei porterà con sé al termine di questa esperienza? «Il ricordo che porterò con me negli anni è quello di una situazione unica, incredibile, totalmente straordinaria, senza alcun precedente nella nostra storia. Era difficile entrare in sintonia quanto volevo a causa di una barriera fisica fra noi. Lo sguardo annebbiato, la mascherina inumidita dal respiro sono le sensazioni che ricorderò di più perché erano le cose che meno sopportavo e che rendevano il lavoro ancora più difficile». Al termine di questo suo personale impegno, qual è l’insegnamento più grande? «Sicuramente quello di capire, ancor di più, l’importanza e l’unicità del lavoro che facciamo.

 

Medicina, un libro da sfogliare sul campo

Penso a tanti colleghi che invece hanno dovuto distanziarsi dalla loro famiglia e dai loro figli, che in questo periodo sono la nostra “ancora di salvezza”, un grande sostegno e fonte di coraggio. Parlo da medico che si occupa dell’ambulatorio fegato, perciò capisce che l’attività convenzionale è stata completamente stravolta per tutelare la sicurezza degli utenti e per far fronte all’emergenza. Esiste già un ricordo, uno sguardo, una parola che lei porterà con sé al termine di questa esperienza? Qual è stato, finora, l'insegnamento più grande? «Credo che le parole che porterò con me per molto tempo – che sono poi quelle che ho ascoltato più frequentemente - sono “non posso”. Sono parole che mi sono spesso trovata a dire e che sto vivendo sulla mia pelle in questo momento. Dire che non si può, è sempre difficile ma dire che non si può assistere o vedere una persona cara non mi era mai capitato. Nemmeno a me era capitato finora di dover dire ai miei genitori (mio padre pluriottantenne, con patologia neoplastica in corso di terapia, ognuno ha i suoi problemi a casa) che per un po’ non avremmo potuto vederci, che non avrei potuto accompagnarlo io in ospedale. Qual è il messaggio che un giovane medico, in un'esperienza improvvisa, nuova e sfidante, vuol lasciare ai tanti ragazzi che ora, ancor di più aspirano a diventare Medici e Infermieri? «Che la medicina è tanto altro oltre alle formule e alla teoria.

 

La paura del virus, la gioia di un parto

È da quel giorno che la mia vita è stata sconvolta da un vortice di eventi e di emozioni che hanno invaso come una tempesta la mia quotidianità. E da lì riunioni interminabili per pianificare i percorsi delle pazienti infette e differenziare quelli per le pazienti non infette, stravolgimento dell´attività clinica di routine, telefonate fiume per tranquillizzare le pazienti gravide in ansia che cercavano in me una rassicurazione. Ricordo ancora la telefonata del mio primario a mezzanotte che mi comunicava l´esito positivo del tampone di quella paziente che avevo visitato senza adeguati dispositivi di protezione e la paura nei giorni seguenti nell´attesa dell´esito del mio tampone, fortunatamente negativo. A questo si aggiunge la preoccupazione che la lunga clausura forzata e il vuoto formativo ed educativo dato dalla chiusura delle scuole possa avere su di loro e degli effetti psicologici a lungo termine, vuoto che non riesco sempre a colmare per le mie lunghe assenze da casa. Ma poi è sempre la straordinarietà del mio lavoro e del miracolo che vedo compiere ogni giorno che mi salva e mi dà la forza di andare avanti, di superare l´ansia, la paura e le tensioni negative di questi giorni. La nascita di una nuova vita in questo scenario cosi drammatico acquisisce una forza emotiva e un significato nuovi che forse nella routine frenetica del nostro lavoro avevamo perso. Come anche scorgere nelle pazienti gravide non Covid la serenità di essere seguite da una struttura sicura con percorsi che potessero tutelare loro e i propri figli ci ha motivato a proseguire su questa strada e a credere di aver fatto un buon lavoro.

 

Francesca, chiamata a curare i più fragili

I nostri medici in prima linea Francesca, chiamata a curare i più fragili Dottoranda al secondo anno di Clinica cellulare e molecolare, nell’emergenza del Coronavirus si è trovata in corsia come dirigente medico nell’Unità operativa complessa di Malattie infettive. Nemmeno, per quanto sempre pronti e educati, nelle aule e in tirocinio, a prepararsi a ogni “allerta”, i medici più giovani, particolarmente i neolaureati, in questa emergenza direttamente "in campo" senza dover sostenere l’esame di abilitazione. Abbiamo raccolto alcune delle loro storie «Finora le pandemie le avevo sempre lette nei libri, questa è la prima volta che la mia generazione la affronta direttamente». Lo sa bene Francesca Raffaeli , dottoranda di ricerca al secondo anno del dottorato in Clinica cellulare e molecolare, indirizzo infettivologico, che al tempo del Covid è diventata dirigente medico nell’Unità operativa complessa di Malattie infettive alla Fondazione Policlinico Gemelli Irccs. In questo contesto preferisco condividere un’esperienza positiva, quella vissuta con una donna che dopo anni di tentativi è rimasta incinta e ha contratto il Coronavirus nei primi mesi di gravidanza. La natura e le malattie infettive hanno da sempre un impatto notevole sulle nostre vite, ma è incredibile come noi, essere umani in primis, e i sanitari in particolare, siamo improvvisamente diventati un’unica squadra, un’unica famiglia che insieme combatte per lo stesso risultato. Ciò sta facendo in modo che anche i nostri rapporti professionali e umani si stiano rafforzando, perché il nuovo modo di collaborare fa sì che ognuno si fidi di più dell’altro, ognuno è la spalla su cui trovare conforto.

 

Enrica, il Covid e l’iniezione di coraggio

I nostri medici in prima linea Enrica, il Covid e l’iniezione di coraggio Dal dottorato in microbiologia clinica a pneumologa al Columbus Covid 2 Hospital: il Coronavirus ha cambiato in un attimo il lavoro della dottoressa Intini. Nemmeno, per quanto sempre pronti e educati, nelle aule e in tirocinio, a prepararsi a ogni “allerta”, i medici più giovani, particolarmente i neolaureati, in questa emergenza direttamente “in campo” senza dover sostenere l'esame di abilitazione. Abbiamo raccolto alcune delle loro storie «Quando ho sentito parlare di emergenza sanitaria in Italia ho subito capito che si trattava di un serio problema che avrebbe presto coinvolto tutti i paesi a livello globale. Ero incredula dinanzi a quanto accadeva e sconcertata dai numeri dei contagi che non rallentavano e dei decessi che aumentavano in maniera galoppante. Cosa sta imparando e cosa pensa che ci lascerà questa esperienza, come professionisti e come persone? «È un’esperienza a se stante, in cui credo che ognuno di noi parta dallo stesso punto. A volte è difficile capire com’è possibile che un paziente, apparentemente stabile dal punto di vista clinico, abbia dei valori di ossigeno molto bassi o un quadro radiologico toracico compromesso. Come professionista, alla fine di questa brutta storia, sono sicura che avrò più coraggio di quanto non ne avessi già in partenza nell’affrontare spiacevoli situazioni e soprattutto tornerò alla mia vita pre-Covid 19 con un bagaglio culturale ulteriormente arricchito dallo studio e dal confronto con i miei cari colleghi».

 

Francesco, lettera da una corsia Covid

Nemmeno, per quanto sempre pronti e educati, nelle aule e in tirocinio, a prepararsi a ogni “allerta”, i medici più giovani, particolarmente i neolaureati, in questa emergenza direttamente "in campo" senza dover sostenere l'esame di abilitazione. Abbiamo raccolto alcune delle loro storie di Francesco Lombardi La prima cosa che quest'emergenza si è portata via è stato il rumore. La paura di contagiarsi spesso è soffocata dalla concentrazione mentale per non sbagliare, accentuata dall'improvvisa promozione che ti rende di colpo totalmente responsabile del tuo lavoro. Non mi ero mai reso conto dell'inadeguatezza di ogni mezzo di comunicazione per ottenere qualcosa di più che un surrogato di rapporto umano. Sono tutti termini che ti espropriano violentemente della tua professionalità e della tua fatica, ti rendono vacuo ed etereo mentre rimani, e devi rimanere, sempre un professionista che fa il suo lavoro. Altrimenti vale tutto, si alimentano discussioni inutili e si nasconde dietro il sacrificio un lavoro che deve essere riconosciuto in termini di risorse e di dibattito. Terzo di una serie di articoli dedicati ai nostri medici in prima linea nella lotta al Coronavirus #covid #medici #gemelli #coronavirus Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Iraq, azione umanitaria sotto assedio

Come hanno spiegato Vittorio Emanuele Parsi , docente di Relazioni Internazionali, Alessandro Vitale e Riccardo Redaelli , docenti di Geopolitica, introducendo il convegno “Il Caso Iraq – Azione umanitaria sotto assedio”, che lo scorso 27 novembre ha portato nella Cripta dell’Aula Magna esponenti di Organizzazioni non governativa (Ong) e giornalisti. Gli operatori umanitari devono confrontarsi con gli ostacoli posti dal governo locale, con la diffidenza della gente locale, che spesso percepisce le Ong come organi politicizzati, e con l’impegno di una ricostruzione che non deve e non può essere semplicemente l’imposizione del modello di vita occidentale. Ora che Msf è presente in Iraq, a Bassora e Baghdad, - racconta de Filippi, - la popolazione civile ci ha accolti con favore, lieta della presenza di occidentali che, per una volta, non sono lì per sfruttarli o attaccarli. De Filippi sottolinea inoltre come sia centrale l’aiuto della popolazione civile locale, che spesso sceglie di collaborare alle attività di Msf, diventando segno di una ricostruzione che parte dalle persone. La cooperazione tra Ong e civili locali, infatti, è osteggiata dallo stesso governo iracheno, che controlla le attività e le fonti di finanziamento delle organizzazioni, e ne limita le collaborazioni con l’estero. Inoltre, soprattutto negli anni del dopo Saddam, per la popolazione accedere ad acqua, luce, gas, alla sanità e a un’istruzione di qualità è sempre più difficile, e per di più ostacolato dalla scarsa volontà del governo di investire nello sviluppo. Entrambi inaccettabili per un giornalista scrupoloso, eppure solo così si può documentare un conflitto, secondo Roberto Buongiorni , inviato in Afghanistan del Sole 24 Ore, quando è la stessa testata a non voler correre rischi, o quando budget e tempi redazionali impongono di confezionare un servizio nel più breve tempo possibile.

 

Cercansi medici disperatamente

aprile 2019 Secondo le proiezioni dell’ Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane (basate sui dati del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca - Miur e del Ministero della Salute) dei 56 mila medici che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) perderà nei prossimi 15 anni saranno rimpiazzati solo il 75%, cioè 42 mila . Questo drammatico dato si avvererà considerato l’attuale numero di posti per i corsi di laurea in medicina e chirurgia e delle scuole di specializzazione messi a bando ogni anno. Questo scenario, determinatosi nel corso di anni in cui non è stata fatta una programmazione adeguata da parte delle autorità competenti, rischia di compromettere le basi portanti del SSN» afferma il professor Walter Ricciardi , direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. In un mondo in cui la carenza di medici e di personale sanitario sta diventando drammatica, l'Italia aggiunge la miopia di finanziare la formazione di un numero importante di giovani medici e di “regalarli” poi a Paesi in grado di accoglierli a braccia aperte». Tale riduzione è stata ottenuta attraverso una forte contrazione del numero del personale dipendente, testimoniato dal turnover osservato negli ultimi anni che in alcune Regioni è arrivato al 25%, cioè su 100 pensionati ci sono state solo 25 nuove assunzioni» aggiunge Solipaca. Il medesimo trend si riscontra in maniera più accentuata se si rapporta il numero di medici e odontoiatri del SSN alla popolazione; infatti, in questo caso la riduzione del numero di unità è del 4,3%. La dinamica temporale osservata dal 2013 al 2016 è molto preoccupante, infatti è aumentata di quasi il 10% la quota di medici ultra sessantenni, la variazione è del 7% al Nord, 8% al Centro e sale fino al 14% nelle regioni del Mezzogiorno.

 
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