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Al lavoro nella Grande mela

Grazie a questa multiculturalità ho avuto la possibilità di perfezionare ulteriormente il mio livello di inglese, oltre che di gustare alcuni piatti tipici dei Paesi da cui provenivano i miei nuovi amici. Lavoravo al decimo piano in un meraviglioso ufficio da cui si vedevano tutte le vie affollate di taxi gialli e turisti, oltre che le luminose insegne pubblicitarie, e tutto questo mi dava l’impressione di vivere la vita di quei protagonisti dei film americani. Mi sono occupata di Media Communications, ho creato contenuti per i social media al fine di promuovere la compagnia e ho contattato diverse aziende con lo scopo di creare una rete di partnership. Spesso alcuni colleghi di altre aziende che condividevano lo stesso ufficio di coworking offrivano per pranzo pizza o donuts, insieme a enormi bibite colorate, il che ti ricordava costantemente di essere davvero in America. Grazie alle escursioni organizzate da Interngroup, ho avuto modo di visitare il Top of the Rock, il Guggenheim Museum, partecipare a workshop di lavoro e visitare il museo dedicato alle vittime dell’11 settembre; esperienza molto toccante, soprattutto perché abbiamo conosciuto e ascoltato le testimonianze di alcuni sopravvissuti. Posso dire di aver davvero vissuto nella grande mela, lavorando, immergendomi nella cultura americana fatta di jazz, bbq all’aperto, facendo jogging in Central Park la domenica mattina, imbattendomi in venditori improvvisati di mango o noccioline agli angoli delle strade, il tutto circondata da grattacieli che sfiorano il cielo. In questa città stracolma di insegne luminose, lavoratori in giacca, cravatta e sneakers, senza tetto che chiedono aiuto con le lacrime agli occhi, ho vissuto un’esperienza indimenticabile e incontrato compagni di viaggio con i quali tutt’ora mi sento e spero di incontrare di nuovo.

 

Rolling cameras...and action!

E finalmente l’opportunità di poterlo fare in prima persona, attraverso questo corso che ci ha permesso, in sole tre settimane, di realizzare un cortometraggio. E dopo ventuno giorni trascorsi a comporre quel “piccolo” film di soli dieci minuti, vederlo proiettato su uno schermo, nel buio di una sala cinematografica, è stato davvero un “dream come true”, un sogno che diventava realtà. Ora non guarderò più un film con gli stessi occhi, ora che anch’io ho fatto parte di quel magico processo che porta a incidere dei fotogrammi su una pellicola o, nel nostro caso, in digitale. Sì perché il grande bagaglio che mi sono portata a casa non è racchiuso solo in quel dvd, ma in tutto ciò che quel dvd nasconde, in tutto il minuzioso lavoro che ci sta dietro. Lavoro che sarebbe stato impossibile senza l’apporto di tutti i professori della School of Visual Arts (Sva) di New York e, ovviamente, di quelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dopo un giorno di prove era impensabile non tornare sulla carta a modificare qualche linea di dialogo, qualche azione o, perché no, intere scene, traendo proprio spunto da quegli attori che stavano diventando i nostri personaggi, dalle loro parole e dalle loro reazioni. Sono sicura che l’atmosfera di cooperazione che si respirava sui diversi set sia emersa poi nelle immagini, in quei sei corti che abbiamo realizzato al termine delle tre settimane.

 
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