La tua ricerca ha prodotto 4 risultati per partiti:

Bubble Democracy, la corsa agli estremi

Scienza politica Bubble Democracy, la corsa agli estremi Dalle folle alle masse organizzate dai partiti politici novecenteschi, dalla democrazia del pubblico centrata sui leader alla collettività in cui ogni individua vive come in una bolla. La traiettoria tracciata dal professore, infatti, descrive il passaggio – nel corso del Novecento – dalle folle (non ancora pienamente protagoniste nella vita politica del Paese) alle masse (blocchi inquadrati nelle strutture di partito , questi ultimi capaci di individuare e governare i sentimenti dell’opinione pubblica). Per poi arrivare alla «democrazia del pubblico» che, avvenuta grazie alla diffusione delle televisioni, nel secolo scorso erodeva progressivamente l’identificazione degli elettori con i partiti, ma continuava a garantire la stabilità del sistema grazie alla necessità dei leader di conquistare “l’elettore mediano” attraverso una moderazione dei loro messaggi. Non vi è però un ritorno dell’individualismo liberale, ma, con l’avvento del digitale, si palesa la presenza di una massa che, però, è diversa da quella novecentesca. Essa è, invece, una collettività in cui ogni individuo vive nella sua “bolla” e che, a causa dell’inquinamento del discorso pubblico e dell’assenza di un corretto pluralismo, finisce per radicalizzare le proprie idee e, di conseguenza, polarizzare il dibattito. È così, quindi, che il sistema rischia di diventare perennemente instabile, dato che ogni spinta alla polarizzazione è accentuata dalla ricerca – da parte dei partiti politici – del consenso sulla base di proposte ancora più radicali. I partiti di massa novecenteschi – ha concluso Palano – avevano la capacità di costruire delle stabili identificazioni, mentre i partiti di oggi non riescono a fare queste cose, non riescono a invertire la tendenza della fluidità delle appartenenze.

 

Spagna, fine del bipartitismo o dei partiti?

Milano Spagna, fine del bipartitismo o dei partiti? Il ‘terremoto’ elettorale spagnolo è solo l’ultimo episodio di una dinamica ‘tellurica’ che ha coinvolto l’Italia, la Grecia, e infine il Portogallo nell’ottobre scorso. Un bipartitismo che, anche grazie a un sistema elettorale che penalizza le forze minori, ha di fatto dominato la Spagna dai tempi della “transizione” post-franchista. Ma le elezioni spagnole ci suggeriscono allora che - insieme al bipartitismo formato da Psoe e Pp - dobbiamo dare per morto anche il partito, come forma organizzata dell’azione politica? Naturalmente sarebbe ingenuo pensare di trarre dai risultati di una singola elezione delle indicazioni su tendenze di lungo periodo. E da questo punto di vista il ‘terremoto’ elettorale spagnolo è solo l’ultimo episodio di una dinamica ‘tellurica’ che ha coinvolto l’Italia, la Grecia, con la scomparsa del Pasok a beneficio di Syriza, e infine il Portogallo nell’ottobre scorso. Ed è ancora più difficile prevedere se, alla prova dei fatti, la «guerra di posizione» di cui parla Podemos si rivelerà soltanto una variante radicale di storytelling , o sarà davvero in grado di ottenere risultati significativi. Ma, al di là di tutti questi interrogativi, potremmo forse chiederci se, con l’affermazione di Podemos, le elezioni spagnole, oltre a sancire la fine del vecchio bipartitismo, non ci abbiano anche consegnato il ritratto di un nuovo tipo di partito. docente di Scienza politica, facoltà di Scienze politiche, Università Cattolica (sede di Milano e di Brescia), autore di “La democrazia senza partiti” (Vita e Pensiero 2015) #elezionispagnole #partiti #politica Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Le incognite del tripolarismo imperfetto

Un anno e mezzo fa, le urne ci avevano infatti consegnato un assetto sostanzialmente tripolare, con una serie di anomalie che lo rendevano per molti versi “bloccato”. Se una simile opzione “post-ideologica” era stata uno dei fattori alla base del successo di questo singolare catch-all-party , evidentemente precludeva la possibilità che la meccanica del nuovo tripolarismo si collocasse sul continuum destra/sinistra e desse vita a formule tradizionali, basate sull’alternativa tra centro-destra e centro-sinistra. A sua volta, il Partito democratico, a dispetto della collocazione potenzialmente centrista che assumeva nel nuovo quadro, esprimeva l’indisponibilità a sostenere qualsiasi esecutivo, decidendo dunque di assumere programmaticamente un ruolo di opposizione nella nuova legislatura. Che si trattasse di un calcolo sbagliato era già allora piuttosto chiaro, perché – alleandosi con una formazione chiaramente collocata nella galassia del “populismo autoritario”, o comunque di una destra piuttosto radicale – il MoVimento 5 stelle avrebbe quasi inevitabilmente smarrito l’originaria identità “post-ideologica” (e dunque una parte dei propri elettori). E probabilmente, così come l’alleanza con Salvini ha generato una “corrente” di sinistra, rappresentata soprattutto dal presidente della Camera, l’alleanza col Pd spingerà alla nascita di una componente “sovranista”, destinata a rivelarsi una spina nel fianco per Conte. Ma il nuovo governo, oltre a fronteggiare quotidianamente gli attacchi che giungeranno dal fronte di destra, sarà indebolito anche dalle critiche che – dall’interno del Pd – rimprovereranno all’esecutivo una torsione radicale verso sinistra e che alimenteranno l’ambizione di dar vita a nuovi progetti centristi. Che tutte queste insidie debbano rendere difficile la vita del nuovo esecutivo è ovviamente solo una delle ipotesi in campo, perché una serie di vincoli – soprattutto economici e internazionali – potrebbe dare al governo quella coerenza che le forze politiche sembrano per ora disposte solo in parte a garantire.

 

Lupi e Guerini, politica e passione

milano Lupi e Guerini, politica e passione I parlamentari di Area Popolare e Pd, entrambi laureati in largo Gemelli, hanno spiegato agli studenti della facoltà di Scienze politiche e sociali le radici e le ragioni del loro impegno politico. Faccia a faccia i deputati del Pd Lorenzo Guerini e di Area Popolare Maurizio Lupi , che raccontano la loro storia da studenti dell’Ateneo a politici eletti in Parlamento. Dopo i saluti del prorettore vicario Antonella Sciarrone Alibrandi , il preside di Scienze politiche e sociali Guido Merzoni introduce e chiarisce il significato dell’incontro, «un’occasione per gli studenti della facoltà di incontrare delle persone che hanno scelto la responsabilità politica». Secondo l’onorevole Lupi, la ragione riposa nella responsabilità della politica stessa che dovrebbe essere in grado di fornire ai giovani modelli positivi che possano incentivare la voglia di affacciarsi all’impegno politico. Nel dialogo moderato da Lenzi, appare chiaro che, sebbene la “responsabilità politica” dei due parlamentari abbia colori di partito molto diversi, li accomunano le esperienze vissute come studenti e la loro posizione sull’idea di “politica come carriera”. Molto simile è l’esperienza di Maurizio Lupi che non ha scelto il corso di laurea in Scienze politiche con l’obiettivo di “fare politica”, sebbene quello sia stato l’esito finale, ma lo ha intrapreso come percorso di vita, che potesse coniugare insieme conoscenza tecnica e capacità di riflessione. Secondo Lupi passione e professione non sono ossimori, ma due concetti intrinsecamente collegati: «La politica nasce come passione e non esiste senza la comunità mentre la passione è necessaria per la responsabilità che la politica ha nell’offrire risposte alla comunità».

 
Go top