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Hong Kong, non soffiate sul fuoco

A chi giova lo scontro? Forse a nessuno e soprattutto non giova agli studenti che protestano e agli abitanti di Hong Kong nel loro complesso. Il loro malessere e il loro disagio sono più che comprensibili e verso di loro è impossibile non provare simpatia. La formula “un paese due sistemi”, creata da Deng Xiaoping, fotografò una situazione che sembrava destinata a prolungarsi: se Hong Kong fosse rimasta uno spazio di incontro tra crescita cinese e sistemi occidentali, non sarebbe convenuto a nessuno mettere in crisi questa sintesi originale tra Oriente e Occidente. E il 2047 - quando il controllo cinese sulla vita individuale e collettiva degli abitanti di Hong Kong diverrà diretto - appare molto più vicino: i giovani che oggi protestano vivranno questo passaggio e pure i loro figli. La durezza dello scontro ha creato una ferita profonda nel tessuto di Hong Kong, suscitando una contrapposizione insanabile tra gli studenti e la polizia che da mesi si fronteggiano in un conflitto sempre più esasperato. A chi giova tutto questo? Forse a nessuno e soprattutto non giova agli studenti che protestano e agli abitanti di Hong Kong nel loro complesso. In questo modo però ingannano i giovani che protestano e non li aiutano a costruire un futuro migliore dentro un orizzonte che lo stesso Occidente ha contribuito a costruire, che si è ormai consolidato e che appare oggi segnato.

 

Giovani in piazza per difendere il futuro

C’è chi dice che è solo un effetto ottico dovuto alla contemporaneità legata alla narrazione mediatica che ci fa intravedere un filo rosso tra le varie rivolte. Ma c’è anche chi riesce a leggere un motivo che collega le diverse piazze, come suggerisce il professor Fausto Colombo , docente di Media e politica alla facoltà di Scienze politiche e sociali e direttore del Dipartimento di scienze della comunicazione e dello spettacolo dell’Università Cattolica. Il secondo elemento è che alla base di questi fenomeni ci sono certamente rivendicazioni di diritti ma c’è soprattutto un contesto di crescente disuguaglianza. È legato ai media: come la televisione ha svolto un ruolo fondamentale nel ’68, così i social media, il web rendono possibili processi di riconoscimento reciproco: a protestare non si è soli, il senso di ingiustizia non è solo della propria identità collettiva ma di una identità più vasta». Qual è l’elemento che li accomuna? «C’è un forte senso di soggettività che ha la sensazione che i modelli di sviluppo, molto differenti gli uni dagli altri nelle società contemporanee, non costruiscano futuro. La questione del futuro è ancora in agenda come il luogo cruciale e i modelli di sviluppo che si sono affermati dopo il reaganismo, il tatcherismo e la caduta del muro possono essere ancora ripensati, non sono universalmente ovvi. Ma una cosa importante va sottolineata: questi ragazzi cresciuti con i social media, di cui diciamo che sono intermediati e non fanno più l’esperienza del mondo, fanno una cosa concreta: scendono in piazza, si mettono a rischio, qualche volta combattono.

 
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