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Se la ragione supera l’intelligenza

il dibattito Se la ragione supera l’intelligenza Nel dibattito sull’intelligenza artificiale è utile soffermarsi sul sostantivo più che sull’aggettivo. In questo senso l’uomo sarebbe un essere non solo intelligente ma anche razionale, vale a dire capace di un’apertura e di una relazionalità che a volte sembrano contraddire la stessa intelligenza. Il punto è proprio questo: il computer non sa far altro che vincere, sempre e in ogni occasione, al di là dell’avversario che sfida; esso risolve sempre a proprio vantaggio il problema in cui lo mette la mossa dell’altro. Diversamente l’uomo, quando per esempio gioca con l’amato figlio o il caro nipote, è capace anche di perdere, o più precisamente: è capace di decidere di perdere, preoccupandosi, se così posso esprimermi, più del consolidarsi dell’autostima dell’altro che non del proprio successo. In tal senso fine ultimo di una simile razionalità non è, sempre e inevitabilmente, la soluzione del problema dato che essa, come ho già accennato, in particolari situazioni può esaltarsi perfino rinunciando a tale soluzione. Nell’uomo, dunque, l’intelligenza è come se fosse con insistenza sollecitata ad allargarsi, ad aprirsi a ciò che si può forse definire ragione: quest’ultima non si fa incantare/incatenare dal problema nella misura in cui, proprio per fedeltà al problema, si sforza di tener conto anche d’altro e dell’altro. La ragione utilizza l’intelligenza ma non si identifica con essa; è anche per questo motivo che l’uomo è un essere essenzialmente inquieto: egli è abitato da una razionalità all’interno della quale la ragione non dà mai pace all’intelligenza.

 
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