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Cerniglia: la Germania riparte in quarta, ma si dovranno evitare squilibri

Lo scorso aprile l’Ifo è precipitato al livello più basso di sempre (74,3): la pandemia stava dimostrando in pieno il suo impatto sulla “locomotiva d’Europa”, già messa a dura prova dalla guerra dei dazi e dall’epidemia interna alla Cina. Leggi sul Foglio] #germania #crescita #recovery fund #economia Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Recovery Fund, una svolta storica

L'analisi Recovery Fund, una svolta storica La proposta della Commissione europea rappresenta un passaggio epocale per l’Europa e un’occasione straordinaria per il nostro Paese. Il commento degli economisti dell’Università Cattolica Angelo Baglioni e Massimo Bordignon 29 maggio 2020 Con ogni probabilità sarà l’Italia il maggior beneficiario del piano messo a punto dalla Commissione europea. Pubblichiamo la parte inziale dell’articolo dei professori dell’Università Cattolica Angelo Baglioni e Massimo Bordignon apparso su La Voce.info di Angelo Baglioni e Massimo Bordignon * La proposta avanzata dalla Commissione europea il 27 maggio, relativa all’avvio di un Recovery Fund, rappresenta una occasione storica per l’Europa e per l’Italia. Il rischio principale per il nostro paese è che essa rappresenti un’ennesima occasione sprecata, a causa dei pregiudizi verso le istituzioni europee e della mancanza di visione della classe dirigente, nonché della storica inefficienza della nostra pubblica amministrazione. Naturalmente, si tratta per il momento solo di una proposta; per essere approvata richiederà certamente una dura contrattazione con i piccoli paesi “rigoristi” del Nord Europa, forti del fatto che il bilancio europeo richiede l’approvazione unanime dei membri. I soldi raccolti sui mercati finanziari serviranno in parte (250 miliardi) per finanziare prestiti ai paesi membri che li dovessero richiedere, ma in misura ancora maggiore (500 miliardi) per erogare contributi ai governi e ai cittadini europei, in linea con quello che da sempre fa il bilancio europeo. continua a leggere su La Voce.info] * docente di Economia monetaria alla facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative e docente di Political and Public Economics alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica #recovery fund #europa #italia #economia Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Quadrio Curzio: finalmente arrivano gli “eurobond”

Secondo l’economista adesso bisogna camminare con abilità e velocità verso la sponda della sicurezza che significa sviluppo e occupazione, innovazione e convergenza. È chiaro adesso che il CE ha evitato alla Ue di cadere in un precipizio e lo ha fatto gettando, con notevole innovazione, un “ponte snodabile” e come tale oscillante tra le due sponde. Adesso bisogna camminare con abilità e velocità verso la sponda della sicurezza ma anche per passare su un “ponte robusto” per approdare poi alla sponda sicura che significa sviluppo e occupazione, innovazione e convergenza. Il ponte per la sponda sicura è il programma di mandato della presidente von der Leyen, poi integrato con il programma Merkel-Macron di maggio e quindi con il “Next Generation EU”. Si va così dal Green Deal alla euro-sovranità digitale e sanitaria alle quali dovrà allinearsi il Recovery Fund sperando anche che si possano recuperare i ridimensionamenti posti in essere nel bilancio comunitario. Siamo solo agli inizi perché il progetto di integrare i fondi del recovery con il bilancio comunitario va definito, è soggetto ai rischi della politica con orizzonti brevi, trova già ora contraddizioni. continua a leggere su Huffingtonpost ] * professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica, fondatore e attualmente presidente del Consiglio scientifico del Cranec (Centro di ricerche in Analisi economica), presidente emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei #europa #recovery fund #accordo #unioneeuropea Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Bordignon: è l’alba di un’Europa federale

Lo speciale Ci sono vincitori e vinti dopo il lungo Consiglio d’Europa che si è concluso a tarda notte? «Come si addice a un compromesso, potremmo dire che hanno vinto tutti». Infine, il premier olandese Rutte ha ottenuto che si introducesse un emergency break nel Recovery fund per permettere a un singolo Paese di intervenire se pensa che altri Stati stiano sprecando i soldi ricevuti dall’Europa, chiedendo di discuterne al Consiglio europeo». È la prima volta che di fronte a un problema generale, si consente al bilancio europeo di indebitarsi, fornendo liquidità agli Stati. Che cosa significa tutto questo? «Significa che quello europeo diventa quasi un bilancio vero, come quello di un qualunque Stato, che viene finanziato da imposte. Ovviamente questi pregiudizi hanno un fondo di realtà: se Rutte dice che non vuole dare i soldi all’Italia perché non siamo capaci di spenderli, ha qualche ragione, come dimostrato dallo spreco che abbiamo fatto dei fondi strutturali europei negli anni scorsi. Ma anche i 120 miliardi di prestiti sono molto agevolati: sono probabilmente a lungo periodo (30 anni) e dunque non dobbiamo andare a ricontrattarli sul mercato a breve e gli interessi che pagheremo sono molto più bassi di quelli che l’Italia dovrebbe pagare su prestiti di questa durata. Il premier Conte si è affrettato a mettere le mani avanti sulla questione del Mes. Lei che ne pensa? «Il bilancio europeo è stato costruito fin dall’inizio per consentire una qualche redistribuzione tra Paesi (un Paese non riceve esattamente quanto paga).

 

Il politologo: «L’Europa torna a contare»

La stessa ragion d’essere dell’Unione europea è evitare quanto più possibile che alla fine di un processo negoziale ci siano dei vincitori e dei perdenti netti. Peraltro, oltre al fatto che la presunta “vittoria” di un certo Paese non comporta necessariamente il miglioramento delle condizioni di tutti settori della società nazionale, decenni d’integrazione hanno contribuito al rafforzamento d’interessi trasversali rispetto ai Paesi membri. Invece l’accordo finale prefigura una situazione in cui solo una minoranza rafforzata potrà effettivamente bloccare l’utilizzo dei fondi: la somma delle popolazioni dei Paesi contrari ai piani presentati da quelli che utilizzeranno i fondi dovrà essere pari ad almeno il 35% della popolazione dell’Unione europea. A ciò va aggiunta la possibilità di trovare un compromesso nella “camera di compensazione politica” dell’Unione, ovvero il Consiglio europeo, che raccoglie i capi di stato e di governo dei Paesi membri e il presidente della Commissione e guidato attualmente da Charles Michel». Infatti, fra le condizioni che la Commissione proponeva affinché i Paesi membri potessero usufruire delle risorse europee era proprio il rispetto di tali principi – ma pare che questo sia stato uno dei punti sui quali si è ceduto per ottenere il sostegno di alcuni membri. Non dimentichiamo che il budget dell’Ue è una parte irrisoria del Pil del continente: se il bilancio pubblico dei Paesi europei è di solito pari a una percentuale che va da un terzo a metà del prodotto interno lordo nazionale, quello dell’Unione è solo l’1% del Pil europeo. La capacità di prendere una decisione del genere nelle circostanze attuali e l’entità della decisione è di sicuro significativa perché conferma una rilevanza dell’Unione europea che non potevamo e non possiamo dare per scontata.

 

Ecco il Recovery Fund sotto le lenti di un microscopio multidisciplinare

Lo speciale Ecco il Recovery Fund sotto le lenti di un microscopio multidisciplinare Non è semplice distinguere nettamente i confini dell’accordo raggiunto a Bruxelles dopo trattative estenuanti. Le analisi di alcuni professori dell’Università Cattolica su un risultato che potrebbe aver cambiato l’Unione europea 22 luglio 2020 a cura di Katia Biondi e Paolo Ferrari Ci sono voluti quattro giorni e cinque notti di Consiglio europeo per raggiungere l’accordo sul Recovery Fund definito da molti “storico”. Il secondo vertice più lungo degli ultimi vent'anni dopo quello di Nizza in cui fui rivisto l’assetto istituzionale. Sul piatto 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi di sussidi e 360 di prestiti, destinati ai Paesi europei maggiormente colpiti dalla pandemia. Quindi una partita da giocare, anche per l’Italia che per il suo alto debito pubblico non è ben vista dagli altri Stati membri, in particolare dai cosiddetti “frugali”. Chi ha vinto? Chi ha perso? Per capire nei dettagli i risvolti dell’accordo dal punto di vista sia politico sia economico abbiamo chiesto ad alcuni professori dell’Università Cattolica un commento sull’intesa del 21 luglio che indubbiamente rimarrà nella storia dell’Unione europea. Le resistenze degli Stati “frugali” Il giurista Alessandro Mangia: «Attenti ai facili entusiasmi» Prima di sbilanciarsi in giudizi entusiastici sull’accordo raggiunto a Bruxelles sul Recovery Fund, è necessario aspettare la traduzione normativa.

 

Con FutureLab i giovani scrivono il Brescia Recovery Plan

Scuole superiori Con FutureLab i giovani scrivono il Brescia Recovery Plan Al via i laboratori del futuro con quattro scuole bresciane attivati da Opter. I risultati alla Notte dei ricercatori by Antonella Olivari | 20 ottobre 2020 Non ci possono essere idee di “prossima generazione” che non ascoltino e coinvolgano i giovani. Parte da questa convinzione la scelta di organizzare a Brescia dei FutureLab Giovani , percorsi condivisi e innovativi, che partono dal basso e rappresentano la via di un “ Brescia Recovery Plan ”. Il progetto, coordinato da Barbara Boschetti , docente di diritto amministrativo, insieme a Ivana Pais , docente di Sociologia economica, ha preso forma all’interno dell’ Osservatorio per il territorio (Opter) ed è contenuta nel progetto COM_PACT4Future , un patto di comunità per disegnare il Futuro della comunità e del territorio. Per costruire un Brescia Recovery Plan bisogna partire dai giovani – afferma Barbara Boschetti - ed ecco quindi i FutureLab che da subito coinvolgeranno le classi quarte di quattro scuole bresciane: l’Istituto Abba Ballini e l’Einaudi, i licei privati Carli e Luzzago. I risultati verranno raccontati durante “La Notte dei ricercatori ” che si svolgerà il 27 novembre in due momenti: la mattina verranno coinvolti i presidi delle scuole, mentre il pomeriggio toccherà agli studenti raccontare alla cittadinanza quanto emerso nei gruppi di lavoro. L’ultimo passo, quello che calerà nella concretezza il grande lavoro svolto, prevede invece la creazione di singole iniziative volte a mettere a terra gli scenari emersi durante l’attività di indagine.

 

Recovery Fund, il rischio di distribuire fondi a pioggia

Lo studio Recovery Fund, il rischio di distribuire fondi a pioggia Il numero 2/2020 di Osservatorio Monetario , presentato giovedì 22 ottobre durante un webinar promosso dall’Università Cattolica, offre alcune indicazioni sull’utilizzo del fondo europeo riservato al nostro Paese. Eppure se all’inizio, con lo scoppio della pandemia, l’Europa sembrava stesse per rimanere imprigionata nelle sue logiche fatte di diffidenze reciproche, veti incrociati e complicazioni procedurali, ha dimostrato, invece, di sapere agire in tempi rapidi e con decisioni importanti. Il rapporto, curato dal Laboratorio di analisi monetaria ( Lam ) dell’Università Cattolica, è stato presentato giovedì 22 ottobre nel corso di un webinar organizzato in collaborazione con l’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa ( Assbb ). Dall’Osservatorio Monetario emerge come, dopo qualche tentennamento inziale, la risposta europea alla crisi economica generata dal Coronavirus sia stata forte», spiega Angelo Baglioni , direttore di Osservatorio Monetario e docente di Economia monetaria nella facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative . Il fondo, partito con una dotazione di 100 miliardi di euro, è già un successo: 17 paesi europei hanno fatto richiesta per utilizzarlo, per un totale di 87 miliardi, di cui 27 sono andati all’Italia». Purtroppo il Mes, al di là delle polemiche italiane, si porta dietro una cattiva reputazione, uno stigma legato al fatto che soprattutto nel caso della Grecia sono state imposte condizioni molto pesanti a fronte di questi prestiti, come aggiustamento di bilancio o licenziamenti di risorse impiegate nel settore pubblico. Questo vuol dire che la pressione che in questo momento il tesoro italiano ha nel dover emettere titoli è un po’ minore con il risultato che sul debito che emettiamo adesso stiamo pagando tassi estremamente bassi.

 
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