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Cinema d'impresa, vince Luca

Brescia Cinema d'impresa, vince Luca Allo studente del GeCo di Brescia l’edizione 2017 del premio di Assolombarda. In “ Incollati per sempre ” racconta la storia di una multinazione del settore degli autoadesivi attraverso gli occhi di un’insolita bibliotecaria del medioevo. Classe 1994, laureato cum laude in Cattolica nel corso di Scienze e tecnologie delle arti e dello spettacolo (Stars), Sorsoli ha sbaragliato la concorrenza dei suoi colleghi con "Incollati per sempre" in cui racconta la storia di un'azienda multinazione leader nel settore dell'incollaggio e degli autoadesivi. Durante la premiazione ufficiale, che si è svolta lo scorso 10 novembre a Milano, al giovane videomaker è stato consegnato il premio in palio di mille euro. Per il secondo anno, così, l’ Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (Almed) ha partecipato al concorso organizzato da Assolombarda e rivolto a giovani registi provenienti da importanti scuole di cinema del territorio. L’abilità di Luca è stata quella di utilizzare un linguaggio universale, fresco e accessibile come quello dell’audiovisivo per comunicare in un ambito apparentemente ostico come la chimica. L’industria chimica è oggi consapevole delle sue criticità, ma si è profondamente rinnovata rispetto al passato e ha messo a punto una serie di accorgimenti che meritano di essere conosciuti.

 

Scrivere è un atto di fede

MIlano Scrivere è un atto di fede “Le persone mi dicono che scrivo storie di guerra, invece scrivo storie d’amore”: lo sceneggiatore e regista Randall Wallace ha parlato a una lezione del master in International Screenwriting and Production . Il racconto in inglese di una studentessa del MISP. Braveheart was my first script that became a movie. The first scene of Braveheart that I saw was the one of the first great battle, in which the English were defeated for the first time. Gibson started his speech and a boy was supposed to interrupt him saying that they're not going to fight but to leave...but what actually happened was that two thousands of men screamed "Yes, we are going to fight!". With Braveheart my life changed completely but at that moment they wanted another Braveheart, they wanted prevent me to grow up. The best thing for a character to be alive is to change, even if he doesn’t want to. In Braveheart William Wallace does not want to fight.

 

Wallace, il cinema e il sussurro degli angeli

Milano Wallace, il cinema e il sussurro degli angeli Lo sceneggiatore e regista reso famoso per il suo Braveheart, ospite della lezione inaugurale del master International Screenwriting and Production , racconta il suo rapporto con la musa della scrittura, la passione per la musica, il rapporto con la verità. La più grande differenza è che scrivere è un’attività solitaria mentre la regia si gioca interamente nel comunicare, nel connettersi con gli altri. E una delle ragioni di questo è che un ruolo che ispira davvero un attore è di solito qualcosa che non ha mai provato. Quanto è importante la musica nella sua vita? Anche un film ha un suo ritmo, non è così? «Questa è una questione sulla quale ho riflettuto molto. A proposito di Hacksaw Ridge , diretto da Mel Gibson e di cui lui è co-scrittore, Wallace ha detto: “Avrei dovuto dirigere io il film, ma ero in un periodo umanamente molto difficile, ho avuto dei problemi di salute e mia madre è venuta a mancare. Il titolo del film è il fulcro di tutta la fede, per lui che fin da bambino è sempre stato affascinato dal mistero della Pasqua, il “monte Everest delle storie”. Lavorando a Braveheart è nata una bellissima amicizia e una proficua collaborazione professionale: quello che avevo scritto corrispondeva a quello che lui voleva dirigere.

 

Il cinema come un album di famiglia

MIlano Il cinema come un album di famiglia Quella di Ettore Scola , morto a Roma martedì 19 gennaio, è stata al tempo stesso un’opera autobiografica, corale e intima, perché mossa da una idea specifica: il cinema è stato per lui il mezzo per costruire l’autobiografia di una nazione. gennaio 2016 di Ruggero Eugeni* Nel suo ultimo film Che strano chiamarsi Federico , del 2013, Ettore Scola sembra mettere in scena un commosso omaggio all’amico e sodale Fellini: l’arrivo a Roma, la redazione del Marc’Aurelio e i primi lavori, le scorribande notturne per Roma. Il cinema di Scola ha spesso questa cifra di ritrosia, questo senso di intimità celata e di autobiografismo travestito. Un cinema velatamente autobiografico, dunque? Un cinema corale? Un cinema dell’intimità? Il cinema di Scola è stato tutto questo insieme, perché mosso da una idea specifica: il cinema è stato per lui il mezzo (l’unico mezzo realmente praticabile a questo scopo) per costruire l’autobiografia intima di una nazione . Non una autobiografia di fatti dunque, ma piuttosto di forme del sentire, di memorie e di sentimenti comuni. Un album di famiglia che scava negli odori, negli umori, nelle parti sensibili del nostro Paese e li restituisce allo spettatore di cinema rendendolo per ciò stesso un po’ più parte di una comunità civile. È questa la ragione per cui Scola si è sempre un po’ nascosto nei suoi affetti e nei suoi dati autobiografici: non perché non gli importassero, ma perché gli importavano in quanto parte di un sentire più ampio e diffuso.

 
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