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Perché “Chernobyl” ha bucato lo schermo

È un nuovo esempio della potenza della grande serialità televisiva, in termini di narrazione e di ricostruzione di un immaginario tanto orripilante quanto vero. luglio 2019 di Massimo Scaglioni * “Ecco spiegato perché nessuno ama gli scienziati: quando abbiamo una malattia da curare, dove sono? In laboratorio e sui libri, e intanto la nonna muore. Negli Stati Uniti, la messa in onda su HBO è partita lentamente (poco più di 700mila spettatori), per poi crescere fino a oltre due milioni di spettatori fra “ live ” e “ on-demand ”. Anche in Italia la curva è tutta in crescita: poco più di mezzo milione di spettatori per il primo episodio “ live ”, e poi un ascolto consolidato medio (nei sette giorni) di oltre un milione e duecentomila spettatori. Nei mesi di giugno e luglio, fra la partenza del primo episodio e la conclusione, in onda l’8 del mese, oltre 50 mila interazioni “social” hanno riguardato “Chernobyl”, con un’accensione particolare su Twitter (dati elaborati attraverso Nielsen Social Content Ratings). Il lavoro della serie creata e scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck funziona perfettamente in questo senso: è moderatamente didascalica, mediando fra verità fattuali, ricostruzioni ed esigenze drammaturgiche, e capace di svelare, in modo quasi documentaristico, il marcio e l’inettitudine dietro le verità ufficiali. Chernobyl è un nuovo esempio della potenza della grande serialità televisiva, in termini di narrazione e di costruzione o, in questo caso, di “ricostruzione” di un immaginario tanto orripilante quanto vero.

 

Transmedialità, la ricetta delle serie Tv

Amato è stato ospite della masterclass promossa dal Certa (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi) nella sede di Milano dell’Ateneo, durante la quale Sky Atlantic ha presentato per l’Italia Mosaic , la mini-serie thriller prodotta da HBO Films. Sfida, nonché obiettivo principale, della sua realizzazione è evitare che la tecnologia prevalga sullo storytelling, mantenendo il racconto attraente: il presidente Len Amato, infatti, conferma la necessità di pensare esclusivamente alla storia, perché questa possa garantire il lato artistico e umano che il pubblico va cercando. Una lezione assente nel mondo del cinema, che si distingue dalla televisione soltanto per i grandi budget: le ultime statistiche confermano, infatti, un maggiore avvicinamento del pubblico al mondo televisivo, a scapito delle proiezioni cinematografiche che, in quanto a qualità di produzione, non superano comunque quella delle serie tv. I sei episodi di Mosaic – che vedono la partecipazione di Sharon Stone – inscenano, dunque, un thriller capace di far riflettere sul futuro delle serie: queste ultime potrebbero fare della narrazione transmediale il proprio destino. A margine dell’incontro su HBO, Aldo Grasso – direttore del Certa e docente di Storia della televisione – ha sottolineato l’utilità delle serie televisive, ideali a «capire come va il mondo» e a comprendere «qualcosa della narrativa moderna, attuale». Il professore ha, poi, specificato che «in tutti questi anni abbiamo capito che quello che conta nelle serie tv è il prodotto. Dello stesso avviso è anche Massimo Scaglioni , docente di Economia e marketing dei media e di Storia dei media, che spiega come l’aspetto più importante delle serie tv sia il contenuto.

 
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