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Il master a lezione Instagram da Saviano

Milano Il master a lezione Instagram da Saviano Gli studenti del master in Ideazione e produzione audiovisiva cinematografica e per i media digitali sono stati i primi a interagire a distanza con lo scrittore napoletrano, per parlare di serie Tv. Il racconto degli allievi coinvolti 09 aprile 2020 di Monia Mosca, Luigi Minerva, Isabella Aniasi * Una lectio magistralis davvero speciale: dall’altro capo della diretta Instagram e dell’oceano Atlantico, a New York, Roberto Saviano ci ha introdotto nel mondo delle serie tv. Come? Grazie a Piero Passaniti , nostro docente di Tecniche di informazione giornalistica in video, e Federica Campana , stretta collaboratrice di Roberto Saviano, che si è diplomata nel 2004 facendo il nostro stesso percorso formativo per poi diventare autore a Che tempo che fa e poi con Saviano. Per prepararci alla diretta, avevamo preparato come classe una serie di domande sul tema e anche qualcuna personale, pensando che ne avrebbe scelte alcune: invece ha risposto a tutte quelle che avevamo scritto in modo approfondito, ponderato e mai banale. Abbiamo discusso di tanti temi: dalla responsabilità degli autori quando scrivono prodotti di così largo consumo e popolari fino a questioni più specifiche, come le varie tecniche di scrittura per i diversi tipi di contenuto (serie tv, film, documentario, teatro). Ci ha chiesto del nostro percorso di studi, dei nostri riferimenti cinematografici e di come stiamo affrontando questo periodo di isolamento, di come riusciamo a portare avanti I nostri progetti video…in quarantena. Siamo stati tutti molto contenti di questa lezione-confronto a distanza, che ci ha dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che “la distanza” non è quella fisica (Milano-New York in streaming) ma un modo di rapportarsi…e con lui non l’abbiamo percepita affatto.

 

Serie tv, una “bottega rinascimentale”

Attila e I Barbari i loro progetti vincitori by Emanuela Gazzotti | 10 luglio 2020 Due dei quattro progetti vincitori del premio StoryLab2 Development Grants sono targati Università Cattolica e tra gli autori tre sono alumni dell’ateneo. Il bando che supporta i giovani sceneggiatori di cinema e tv è arrivato alla sua seconda edizione ed è promosso dall’ Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (Almed) dell’Ateneo di largo Gemelli e dalla Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti di Milano. La giovanissima autrice del progetto vincitore Attila è Marta Mazzetti (nella foto), 24enne laureata in Linguaggi dei media alla Cattolica e diplomata lo scorso novembre al master di Almed International Screenwriting and Production , promotore del Premio, che ha scoperto frequentando una open lecture con il famoso sceneggiatore americano Randall Wallace. A questo progetto che mette a tema l’integrazione di comunità che vivono fianco a fianco senza conoscersi davvero e guardandosi reciprocamente come “barbari”, ha collaborato Nicola Peirano, laureato alla magistrale in Filologia moderna alla Cattolica e anche lui diplomato al lo stesso Master della Cattolica. Dopo una breve esperienza lavorativa in BeActive, una società portoghese specializzata in produzioni crossmediali e transmediali per la tv, il cinema e il web, Nicola ha frequentato un corso di specializzazione della Rai sulla scrittura seriale, dove ha conosciuto quelli che sarebbero diventati i colleghi del progetto I Barbari . A firmare i progetti, giovani autori, sceneggiatori e film makers che hanno studiato o abitano nel territorio lombardo e ai quali verrà ora assegnato un importo complessivo di 37.000 euro, il supporto di un tutor di progetto e sessioni gratuite di training on the job. I vincitori hanno ora circa otto mesi di tempo per sviluppare e concludere i loro progetti, che verranno presentati a un’ampia platea composta dalle più importanti case di produzione televisive e cinematografiche in Italia nel corso della terza edizione del Milano Pitch prevista per febbraio 2021 .

 

Perché “Chernobyl” ha bucato lo schermo

È un nuovo esempio della potenza della grande serialità televisiva, in termini di narrazione e di ricostruzione di un immaginario tanto orripilante quanto vero. luglio 2019 di Massimo Scaglioni * “Ecco spiegato perché nessuno ama gli scienziati: quando abbiamo una malattia da curare, dove sono? In laboratorio e sui libri, e intanto la nonna muore. Negli Stati Uniti, la messa in onda su HBO è partita lentamente (poco più di 700mila spettatori), per poi crescere fino a oltre due milioni di spettatori fra “ live ” e “ on-demand ”. Anche in Italia la curva è tutta in crescita: poco più di mezzo milione di spettatori per il primo episodio “ live ”, e poi un ascolto consolidato medio (nei sette giorni) di oltre un milione e duecentomila spettatori. Nei mesi di giugno e luglio, fra la partenza del primo episodio e la conclusione, in onda l’8 del mese, oltre 50 mila interazioni “social” hanno riguardato “Chernobyl”, con un’accensione particolare su Twitter (dati elaborati attraverso Nielsen Social Content Ratings). Il lavoro della serie creata e scritta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck funziona perfettamente in questo senso: è moderatamente didascalica, mediando fra verità fattuali, ricostruzioni ed esigenze drammaturgiche, e capace di svelare, in modo quasi documentaristico, il marcio e l’inettitudine dietro le verità ufficiali. Chernobyl è un nuovo esempio della potenza della grande serialità televisiva, in termini di narrazione e di costruzione o, in questo caso, di “ricostruzione” di un immaginario tanto orripilante quanto vero.

 

Transmedialità, la ricetta delle serie Tv

Amato è stato ospite della masterclass promossa dal Certa (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi) nella sede di Milano dell’Ateneo, durante la quale Sky Atlantic ha presentato per l’Italia Mosaic , la mini-serie thriller prodotta da HBO Films. Sfida, nonché obiettivo principale, della sua realizzazione è evitare che la tecnologia prevalga sullo storytelling, mantenendo il racconto attraente: il presidente Len Amato, infatti, conferma la necessità di pensare esclusivamente alla storia, perché questa possa garantire il lato artistico e umano che il pubblico va cercando. Una lezione assente nel mondo del cinema, che si distingue dalla televisione soltanto per i grandi budget: le ultime statistiche confermano, infatti, un maggiore avvicinamento del pubblico al mondo televisivo, a scapito delle proiezioni cinematografiche che, in quanto a qualità di produzione, non superano comunque quella delle serie tv. I sei episodi di Mosaic – che vedono la partecipazione di Sharon Stone – inscenano, dunque, un thriller capace di far riflettere sul futuro delle serie: queste ultime potrebbero fare della narrazione transmediale il proprio destino. A margine dell’incontro su HBO, Aldo Grasso – direttore del Certa e docente di Storia della televisione – ha sottolineato l’utilità delle serie televisive, ideali a «capire come va il mondo» e a comprendere «qualcosa della narrativa moderna, attuale». Il professore ha, poi, specificato che «in tutti questi anni abbiamo capito che quello che conta nelle serie tv è il prodotto. Dello stesso avviso è anche Massimo Scaglioni , docente di Economia e marketing dei media e di Storia dei media, che spiega come l’aspetto più importante delle serie tv sia il contenuto.