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Tra l’inferno e il Paradiso

ottobre 2018 di Simone Filomia * Terra rossa, baracche, fumo nero delle vecchie macchine e una povertà che non potevo immaginare: è il mio primo impatto con l’Uganda. La vera ricchezza della gente ugandese non è il denaro, concentrato nelle mani di pochi, ma il sorriso che non abbandona mai le persone, e che porta persino i malati in ospedale a chiedere “come stai?” al medico prima che possa iniziare a parlare. Il mese trascorso in Africa è stato anche un viaggio dentro me stesso, alla ricerca dell’essenziale, di quella semplicità che porta la gente ugandese a vivere serenamente in condizioni inimmaginabili. La cosa più triste è che solo pochi tra loro hanno il privilegio di frequentare una scuola, perché il sistema scolastico è prevalentemente privato. Le persone vivono con estrema semplicità, tra le piantagioni di ananas, caffè, mais e banane, conducono una vita a ritmi lenti, nella beatitudine di chi forse è ignaro di cosa gli manca. Ma la domanda che mi sono posto è: manca davvero loro qualcosa? O siamo noi ad aver perso il senso di questa serenità? Sono solo alcune delle domande che l’esperienza in Uganda mi ha costretto a pormi. Pertanto l’esperienza clinica è diventata esperienza umana, in molti momenti triste e difficile da affrontare, in cui la morte è un evento frequente anche tra persone giovani e viene accettata come un momento purtroppo inevitabile.

 

Collegi, Natale di solidarietà

Ateneo Collegi, Natale di solidarietà Da Milano a Roma, come ogni anno, gli studenti ospiti dei collegi dell’Università Cattolica vengono coinvolti in iniziative a scopo benefico rivolte ai più bisognosi. by Martina Vodola | 13 dicembre 2018 In periodo di Avvento, in preparazione al Natale, i collegi dell’Università Cattolica organizzano ogni anno attività di beneficienza all’insegna della solidarietà, con il fine di sensibilizzare i giovani studenti a donare il proprio tempo a servizio della comunità. Diverse sono le attività che impegnano i collegi in queste settimane, a partire dalla distribuzione di pasti, indumenti e bevande calde ai più bisognosi, attraverso iniziative come quella organizzata dai ragazzi del collegio Augustinianum la sera del 10 dicembre presso la stazione Cadorna di Milano. Anche al Ker Maria l’attenzione è per i più bisognosi: i ragazzi hanno organizzato una cena natalizia con i poveri della comunità di Sant’Egidio, provvedendo da soli all’intera iniziativa. Infine gli studenti del San Damiano hanno organizzato una riffa natalizia, per raccogliere fondi da destinare al sostegno di ammalati che non possono permettersi cure alternative. Le attività di beneficienza e di solidarietà, nonostante il loro infittirsi nel periodo natalizio, hanno un ruolo centrale all’interno delle iniziative dei collegi dell’Università Cattolica, che durante tutto l’anno accademico propongono agli studenti importanti progetti a scopo benefico. collegi #solidarieta' #natale Facebook Twitter Send by mail.

 

Adotta uno studente

Ateneo Adotta uno studente Educatt lancia un progetto dal grande valore sociale: grazie al marchio Casa Fogliani e ai proventi della vendita dei prodotti doc, ogni anno sarà accompagnato per tutto il percorso universitario un giovane in estrema difficoltà economica. Acquistando i prodotti del marchio Casa Fogliani è possibile contribuire al sostegno economico di giovani bisognosi che intendono affrontare gli studi universitari. A partire dalla suggestiva Villa signorile settecentesca di Castelnuovo Fogliani ad Alseno, in provincia di Piacenza, Educatt ha realizzato una vera e propria officina creativa capace di valorizzare risorse e attività, attraverso iniziative ad alto valore sociale . L’ultima sfida lanciata dalla Fondazione è quella di recuperare, “adottando” per tutto il percorso universitario, uno studente all’anno che si trovi in estrema difficoltà , un giovane che neppure potrebbe iscriversi all’Università Cattolica, che vuole essere università di tutti coloro che abbiano desiderio di crescita e formazione integrale. Per valorizzare il progetto di Casa Fogliani sono stati aperti nell’Università Cattolica di Milano e Piacenza (e presto anche nelle sedi di Roma e Brescia) degli Shop , dove è possibile acquistare i prodotti del marchio. Altri canali di vendita sono le mense e i bar gestiti da Educatt e alcuni locali selezionati a Milano e in Lombardia, oltre alla vendita online sul sito ufficiale. Per il periodo natalizio sono stati confezionati cesti e panettoni artigianali che per le prossime settimane affiancheranno i salumi, i formaggi e le birre artigianali presenti sul listino tutto l’anno.

 

Aljcia, storia di straordinaria solidarietà

La diciottenne polacca, da nove anni in Italia, potrà iscriversi in Cattolica grazie alla generosità dei lettori del Giornale di Brescia, che ha raccontato la sua storia. by Antonella Olivari | 04 ottobre 2018 C’era anche Aljcia al Welcome day di Scienze politiche e sociali della sede di Brescia. La studentessa polacca che fino a pochi mesi fa pensava di rinunciare al suo sogno, ora potrà proseguire gli studi all’università grazie al sostegno dei lettori del Giornale di Brescia, il primo quotidiano della città, e alla disponibilità dell’Università Cattolica. Una ragazza così brava e motivata non poteva fermarsi e si è messa in moto la solidarietà dei bresciani, fra i quali i colleghi di lavoro e la cooperativa sociale dove lavora come centralinista, che ha consentito ad Aljcia di iscriversi e di coprire i costi della prima rata. Se studenti così meritevoli ci scelgono, non possiamo che esserne orgogliosi» ha detto il preside della facoltà di Scienze politiche e sociali Guido Merzoni , durante l’incontro al Giornale di Brescia con la direttrice Nunzia Vallini . Ora toccherà a lei, al suo impegno e alla sua determinazione dimostrare che questi sforzi non sono stati vani e accedere anche alla borsa di studio che Educatt, l’Ente per il diritto allo studio della Cattolica, mette a disposizione degli gli studenti meritevoli e bisognosi. Aljcia ha già aperto i primi libri in adozione al corso e vedrà di non far tardare troppo il taglio della prima torta che la redazione del Giornale di Brescia le ha chiesto di tagliare per ogni esame che supererà.

 

Charity, un'esplosione di vita

Charity Work Program Charity, un'esplosione di vita Grazie al Charity Work Program , 54 studenti hanno vestito i panni di volontari in 20 Paesi e quattro continenti. Dai loro racconti emerge che è molto di più quanto hanno ricevuto di quanto hanno donato, con un arricchimento anche sul piano professionale. A spiegarlo sono alcuni degli studenti che hanno vissuto la scorsa estate l’esperienza del Charity Work Program, accogliendo la proposta del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale (Cesi). Nei loro racconti, che pubblichiamo in questa pagina, emerge, come un filo rosso, la certezza di aver ricevuto molto di più di quanto hanno donato e di essere tornati nel nostro Paese cambiati. Il Charity Work Program è promosso dal Cesi e che, grazie a fondi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, offre l’opportunità di vivere un’esperienza di volontariato nei Paesi in via di sviluppo ed emergenti in cui l’Ateneo ha all’attivo partnership e collaborazioni. Lo dimostra l’aumento nel corso degli anni sia delle scholarship sia delle richieste di partecipazione degli studenti: nel 2018 hanno preso parte alle selezioni 275 studenti provenienti da tutte le facoltà e da tutte le sedi dell’Università Cattolica, con un incremento pari al 18% rispetto all’edizione dello scorso anno. Il programma, oltre a rappresentare un’esperienza altamente formativa dal punto di vista della crescita personale, è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo.

 

La magia di sentirsi accolti

Charity Work Program La magia di sentirsi accolti Marta , di Lettere e filosofia, è partita per l’Etiopia senza precise aspettative se non quelle di “testare” le tecniche di teatro sociale che sta studiando. Ma l’esperienza di Charity Work Program le ha dato in cambio molto di più di quanto ha donato. novembre 2018 di Marta Reichlin * Sono partita per l’Etiopia all’avventura, senza volermi fare troppe idee su come sarebbe stato prima di partire: di certo avevo voglia di mettermi in gioco e di conoscere una nuova cultura ma non avrei mai potuto né osato immaginare così tanto. Dopo un breve passaggio ad Addis Abeba, dove siamo state subito accolte dalle suore, io e la mia compagna di viaggio ci siamo trasferite a Debre Birhan , dove le suore gestiscono la scuola materna, elementare e media in cui noi avremmo organizzato corsi di inglese e attività di doposcuola. Se queste erano le richieste “ufficiali”, la mia sfida personale era quella di sperimentare le tecniche teatrali come forma di intervento educativo e sociale: si tratta del particolare ambito del “teatro sociale” su cui sto svolgendo attività di ricerca per la mia tesi magistrale. E noi stiamo sognando con loro di organizzare una colletta tra tutte le studentesse che hanno avuto la fortuna di conoscerli in questi anni per regalare loro un viaggio altrimenti impossibile. Da Leul e Dian ho imparato, e poi a mia volta sperimentato in prima persona, quanto possa essere prezioso e arricchente donare il proprio tempo e le proprie capacità per una volta senza limiti di tempo, un mese intero da dedicare agli altri e a se stessi.

 

Il volontariato che apre gli occhi

Charity Work Program Il volontariato che apre gli occhi Per Francesca , di Scienze della formazione, il Charity Work Program nel cuore di Gerusalemme è stato un’esperienza per allargare mente e cuore e imparare l’importanza e la gioia del condividere e del donarsi per gli altri. Il cielo è quasi sempre terso e tutti gli edifici, dalle abitazioni private ai grattacieli pieni di uffici e impiegati, sono tutti costruiti in pietra chiara: un particolare che dona alla città una luminosità intensa e particolare, che ho negli occhi ancora adesso. La seconda cosa che ti colpisce è il numero di bambini di ogni famiglia di ebrei ortodossi che incontri per strada: non meno di tre, di solito sei, a volte nove. Del nostro arrivo mi ricordo molto bene gli occhi grandi e curiosi di Josie, un bambino di 5 anni che ci è subito venuto incontro con un gran sorriso, entusiasta della novità che costituiva il nostro arrivo. Dopo le giornate intense e frenetiche di lavoro era bello trovarsi la sera con gli altri volontari, che avevano seguito ciascuno un diverso gruppo di bambini, e dirsi quello che era capitato durante la giornata. La posizione della casa, molto vicina al cuore di Gerusalemme, ci ha permesso di visitare il centro storico della città più di una volta, anche durante la settimana se la stanchezza lo permetteva, appena terminate le attività con i bambini. Grazie all’aiuto di padre Yunus, un frate cappuccino che viveva nel vicino convento che ci ha procurato un passaggio su un pullman di turisti siracusani, siamo anche riusciti a visitare Nazareth, il lago di Tiberiade, Cafarnao e il monte delle beatitudini.

 

L’ospedale? Una scuola sul campo

Charity Work Program L’ospedale? Una scuola sul campo Al Benedict Medical Centre mancano i mezzi, ma ci sono medici che non sono solo professionisti, sono amici, sono confidenti, nei quali i pazienti e noi studentesse, abbiamo trovato una guida. ottobre 2018 di Francesca Albanesi * Quando sono atterrata a Entebbe i colori sono stati la prima cosa a avermi colpita: il rosso della terra, il verde delle piante. L’Uganda, il BMC, sono stati i luoghi in cui ho vissuto una delle esperienze più belle, forse la più assurda finora, della mia vita. Ma ci sono medici che non sono solo professionisti, sono amici, sono confidenti, nei quali i pazienti e noi studentesse, abbiamo trovato una guida. Persone che mi hanno fatta sentire a casa, accolta, persone che porto nel cuore e spero di poter rivedere un giorno. Ho imparato a accontentarmi, a fare a meno di molte cose, ho imparato a essere felice solo per il sorriso delle mie compagne di viaggio e delle persone che mi circondavano. Le parole per descrivere tutto ciò sono difficili da trovare, sicuramente le fotografie possono raccontare meglio questo viaggio, e il mio augurio a chiunque mi legga è: andate.

 

Un seme piantato nel cuore

Charity Work Program Un seme piantato nel cuore Prima di lasciare l’Uganda, Vera , di Scienze della formazione primaria, è stata invitata a porre una piantina nel giardino della scuola dove ha svolto il suo Charity Work Program . ottobre 2018 di Vera Brunelli * Valorizzare ogni singola cosa che si possiede e ogni singolo incontro: è lo spirito con cui ho intrapreso la mia esperienza di volontariato in Uganda. In questo un compito importante lo riveste la scuola: essendo una “terra di confine”, dunque ricca di risorse, dovrebbe cogliere ogni occasione per educare fin da piccoli al confronto con l’Altro. Tra le esperienze più importanti di questo viaggio, ricordo quando noi volontari italiani siamo stati invitati a interrare delle piccole piantine nel giardino della scuola: è stato un momento importante perché, oltre ad aver lasciato la nostra impronta, sapevamo che anche dentro di noi stavamo seminando qualcosa. Per quattro settimane io, Giulia e Sara abbiamo vissuto la maggior parte delle nostre giornate all’interno di una scuola e, frequentando il corso di studi di Scienze della formazione primaria, questo progetto è stato per me un banco di prova. Penso di non aver mai riempito di scritte quella lavagna, come invece un insegnante è solito fare: ho abbandonato l’amico fidato di tutti i docenti, e mi sono seduta accanto a loro, il mio obiettivo non era più quello di insegnare loro qualcosa, ma di conoscerci. Questa novità ha colpito loro ma ha stupito anche me. A partire dalla loro creatività: dove spesso vedevo la mancanza di risorse loro riuscivano a trovare sempre il lato positivo.

 

L’esperienza di sentirsi diversi

Charity Work Program L’esperienza di sentirsi diversi «Bambini dolcissimi, credenze vive e una cultura pulsante mi hanno permesso di entrare nel vivo del mio Charity Work Program in Bolivia». Bambini dolcissimi, credenze vive e una cultura pulsante mi hanno permesso di entrare nel vivo di questa incredibile esperienza. Io e la mia compagna di viaggio di giorno lavoravamo al Centro Riabilitativo Mario Parma e soggiornavamo nella parrocchia di Munaypata. La vita parrocchiale è stata molto attiva e ci ha permesso di non limitare la nostra esperienza unicamente al lavoro da svolgere al Centro ma di frequentare attivamente anche la mensa dei bambini, conoscendo le parrocchie vicine, il collegio di bambini accanto alla nostra abitazione e l’asilo delle hermanas. Penso che questo genere di situazioni non possano che aiutare una persona, nutrirla dall’interno e smuovere qualcosa che ti cambierà per sempre. Grazie anche alla parrocchia e alla sua atmosfera di festa, che ci ha permesso di sentirci come a casa. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Brasile, dalla parte degli ultimi

Charity Work Program Brasile, dalla parte degli ultimi Anna e Arianna , di Psicologia, hanno svolto il loro Charity Work Program a Casa Familia Rosetta, un centro che si occupa del supporto psicologico e del reinserimento sociale di tossicodipendenti e bambini con disabilità fisiche e mentali. novembre 2018 di Arianna Antonelli e Anna Mazza * Se non fosse per il motore di ricerca lo staremmo ancora cercando sul mappamondo: “Porto Velho: capitale della Rondonia”. Pensando al Brasile vengono subito in mente le spiagge di Rio de Janeiro, il Corcovado con l’imponente statua del Cristo Redentore, i moderni grattacieli di San Paolo e le strade invase da ballerini di Samba o Capoeira. Il paesaggio che ci ha accompagnato nelle nostre quattro settimane di Charity Program è completamente diverso, ma altrettanto suggestivo. Tutto questo è però un Paese che, accanto alle sue naturali bellezze, porta sulle spalle una grave crisi politico-economica e numerosi episodi di violenza e corruzione. L’associazione Casa Familia Rosetta, dove abbiamo svolto la nostra esperienza, lavora proprio per dare una risposta alle urgenze di tale contesto, occupandosi in particolare del supporto psicologico e del reinserimento sociale di soggetti tossicodipendenti e bambini con disabilità fisiche e mentali. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

La carezza del dottore

Charity Work Program La carezza del dottore Anna, avendo appena finito il terzo anno di Medicine and Surgery , temeva di non potersi rendere utile al Benedict Medical Center di Kampala cui era stata destinata ma ha capito che anche un solo sorriso è una cura per chi soffre. ottobre 2018 di Anna Quagliariello * Il mese trascorso in Uganda mi ha arricchito molto dal punto di vista professionale e, soprattutto, sotto il profilo umano. Mi ha dato l’opportunità di assistere a procedure mediche che non avevo mai visto prima e di affiancare infermiere e medici locali nel loro lavoro quotidiano. Avendo appena finito il terzo anno, ero consapevole che le mie conoscenze fossero piuttosto limitate e temevo di non avere i mezzi per rendermi utile. Ho capito, invece, che a volte basta un sorriso, una parola di conforto o una carezza per stare vicino a chi soffre. Kampala è una città caotica e disordinata ma in grado di regalare emozioni forti: mi tornano in mente gli odori intensi, i colori sgargianti delle stoffe, il rumore dei motorini che sfrecciano in tutte le direzioni, il rosso della terra e i bambini che giocano scalzi per strada. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Un giardino custodito dagli angeli

Charity Work Program Un giardino custodito dagli angeli Al Jardim dos Anjos hanno le ali le persone che accolgono i bambini ma anche i piccoli ospiti che, nonostante la miseria delle loro case, non perdono mai il sorriso. Diario dal Brasile delle studentesse Alessandra e Ilaria e del laureato Unicatt Emanuele 31 ottobre 2018 Quando arriviamo in bicicletta, da una strada sterrata e piena di buche, vediamo in lontananza un gruppo di bambini tutti vestiti uguali che aspettano fuori da un cancello. Ci fermiamo davanti a loro e tutti, al grido di “Tìo! Tìa!!”, ci sommergono di abbracci e ci tirano verso l'ingresso del “ Jardim dos Anjos ” (Giardino degli Angeli), un asilo che per loro rappresenta un’oasi felice in mezzo ad un mondo di difficoltà. Eppure la realtà in cui vivono toglierebbe il sorriso a chiunque, come tocchiamo con mano durante le visite che tutte le settimane Regina, instancabile direttrice della struttura, e Renata, la sua vice, compiono presso le famiglie dei bambini della Creche (asilo). Case di lamiera senza bagno, luce e acqua corrente, famiglie con quindici figli e senza padre, bambine di undici anni che fanno da madri ai fratellini che hanno a malapena imparato a camminare, madri che non sanno se riusciranno a sfamare i figli il giorno dopo. In una parte del mondo in cui i ragazzi non sanno cosa siano infanzia e adolescenza perché per sopravvivere devono diventare adulti troppo presto, anche solo avere un briciolo di speranza che ci possa essere un futuro migliore fa la differenza. Ora, dopo tre settimane, che sono volate ma che allo stesso tempo sono sembrate molto più lunghe, visto quanto intense sono state, possiamo dire che quello che fa il Charity è aprire la mente e il cuore.

 

Occhio vede, cuore non dimentica

Charity Work Program Occhio vede, cuore non dimentica Il Madagascar è un posto che non si dimentica facilmente e i 200 bambini dell’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa sono ormai impressi nel cuore di Francesca , studentessa di Scienze linguistiche. ottobre 2018 di Francesca Stella * Torno a casa con un po’ di nostalgia, ma con il cuore pieno di amore e gioia. Sono entrati subito nel mio cuore con i loro sorrisi, le loro vocine, la loro voglia di vivere, di farti vedere che sapevano cantare in italiano. Era uno dei momenti che preferivo della giornata: tutti ti chiamavano dalle loro culle, aspettando solo che andassi lì con loro a cantare una canzoncina o dar loro il bacio della buonanotte. Molti di questi bambini non hanno più nessuno, oppure hanno i genitori in carcere o che non possono più occuparsi di loro economicamente. Il tutto era sempre accompagnato dai balli e canti dei bambini e si concludeva con grandi pranzi degni di un re. Questi momenti ci hanno fatto sentire parte integrante della comunità, di un mondo così lontano dal nostro, ma che in un solo mese ci ha dato veramente tanto. Nel mio cuore c’è spazio per ognuno di loro: Nabine, Feno, Nirina, Angela, Enrico, Meltine, Jean-Marie, Solange, Germaine, Marco, Martine… Una lista infinita di nomi, ognuno con qualcosa che li contraddistingue, che li rende “shpeciali” (come direbbe Suor Pascaline).

 

In Senegal cercando somiglianze

Charity Work Program In Senegal cercando somiglianze Il progetto di volontariato nella Ong Vis di Valentina , di Scienze politiche, non è stata solo un’esperienza professionalizzante ma una vera e propria lezione di vita. ottobre 2018 di Valentina Filippini * Due mesi di volontariato in una Ong sono un’opportunità senza precedenti per chi studia cooperazione allo sviluppo. Mi ha permesso di vestire per due mesi i panni di chi, da molti anni, ha deciso di dedicare la propria vita a questo lavoro e di capire che era il sentiero che avrei voluto intraprendere in futuro. I nostri compiti, prevalentemente da ufficio, ci hanno permesso di mettere in pratica quanto imparato sul project cycle management e di capire anche cosa serve, oltre alla formazione universitaria, per approcciarsi al mondo del lavoro permettendo così di comprendere cosa portare preziosamente nel mio bagaglio personale. Partendo per un’altra realtà mi sono così confrontata non solo con un mondo diverso, ma ho avuto la possibilità di misurarmi anche con me stessa, ritrovarmi negli sguardi incrociati in questi mesi, nelle strette di mano, nel calore delle persone. Come dice Claudio Magris, “viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un'altra”. Per i corridoi dell’università mi sentivo però diversa, cresciuta, grata e consapevole di ciò che questo viaggio aveva generato in me. Ho avuto l’occasione di confrontarmi con i nostri compagni di corso, molti dei quali partiti grazie al Charity Work Program per una esperienza all’estero.

 

Una scuola di vita “pole pole”

Charity Work Program Una scuola di vita “pole pole” In Tanzania per il suo Charity Work Program , la studentessa di Scienze politiche Federica ha scoperto, grazie alla difficoltà linguistica, un linguaggio universale: quello dell’amore, che non conosce differenza di idiomi, di cultura o di colore della pelle. ottobre 2018 di Federica Argiolas * Pole pole è stata forse la prima espressione in lingua Swahili che ho imparato al mio arrivo alla Casa Famiglia Rosetta a Tanga, terza città della Tanzania per numero di abitanti. Pole pole , dal 26 Luglio, insieme alla mia compagna di avventura Maria Cristina, ho iniziato a conoscere i bambini e i ragazzi che vivono nella struttura, dapprima con un po’ di timidezza, che però ci hanno pensato loro a spazzare via in un attimo. Facevano a gara a imparare i nostri nomi, alle loro orecchie probabilmente strani, e condividevano con noi giornate meravigliose fra bagni nell’oceano, lezioni di canto, e giochi di ogni tipo – durante i quali ho ripetuto decine di volte “pole pole!” ai bambini, quando il gioco si faceva troppo agitato. Ho cominciato a guardare con occhi diversi la città e i villaggi che abbiamo visitato al fine di portare gli abitanti a conoscenza del servizio di fisioterapia offerto gratuitamente per i bambini con disabilità della regione di Tanga. Durante una delle ultime visite ai villaggi ho pianto perché, a confronto con la capanna di qualche giorno prima, ho dovuto considerare “di lusso” una casa quasi completamente vuota solo perché aveva più di una stanza e il pavimento. Proprio questo linguaggio mi ha permesso di dare e, soprattutto, di ricevere moltissimo da quei bambini che, ora, conosco per nome e porto nel cuore, con la certa speranza che potranno sempre seguire i loro sogni e avere l’occasione di realizzarli, avverando un futuro luminoso come i loro occhi.

 

La forza di una carezza

ottobre 2018 di Maria Cristina Vicario * Tanga, terza città per ordine di importanza della Tanzania, è stata la mia casa per quasi un mese. Tanga è come un grande villaggio, pieno di persone che vendono per strada il loro cibo e i loro indumenti. Io e la mia compagna di avventura, Federica, abbiamo passato tre settimane alla Casa famiglia Rosetta, struttura che ospita trentadue bambini di cui otto con disabilità e ventiquattro affetti dal virus dell’Hiv. Durante la nostra permanenza abbiamo avuto la possibilità di visitare alcuni villaggi e alcune famiglie di bambini che erano seguiti dal centro di riabilitazione neuropsicomotorio presente nella struttura. Con loro ho capito l’importanza di uno sguardo e di una carezza piuttosto che di una parola, perché la difficoltà di parlare due lingue diverse, italiano e swahili, rendeva difficile la comunicazione. Ho visto la loro gioia la prima volta che li abbiamo portati al mare e la loro voglia di imparare a nuotare. Ho anche visto la loro tristezza e le loro lacrime nel momento dei saluti e lì, ho capito quanto la nostra presenza sia stata per loro importante nonostante il poco tempo e la poca comunicazione.

 

Uno sguardo sincero sul mondo

Charity Work Program Uno sguardo sincero sul mondo È quello che ha donato l’esperienza del Charity Work Program in Uganda ad Alessandro , studente di Medicina. Un Paese dove la terra è rossa, la gente è povera e ride, soffre ma accoglie coraggiosa la malattia e vede il camice bianco come un dono del cielo. ottobre 2018 di Alessandro Petrecca * In Uganda la terra è rossa, la gente scalza e l’aria piena di polvere. Le ruote sussultano sopra le strade di Kampala e sfilano disordinate tra la folla, troppe auto e tantissime moto, così tante che ti ritrovi circondato ed improvvisamente imbottigliato in un traffico scomposto, che fa a pugni per sbrigliarsi e spingersi in avanti. In Uganda la gente è povera e ride, ti guarda mentre passi, osserva come sei vestito, il mondo diverso dal quale vieni, ma non è invidiosa, anzi ti accetta, ti saluta, ti apprezza. In Uganda la gente è coraggiosa, vive la malattia come una battaglia, la guarigione come una salvezza, il tuo camice bianco come un dono dal cielo. In Uganda mi sono ritrovato spettatore di una realtà che non mi apparteneva, ma che ho imparato a sentire mia, di un popolo sconosciuto, che mi ha amorevolmente accolto, di un’umanità senza interessi, che mi ha regalato uno sguardo più sincero per vedere il mondo.

 

Occhi curiosi e pieni di vita

ottobre 2018 di Giulia Gafforio * In un solo giorno sono diventata “ teacher ”, “ best friend ” e ” muzngo ” (uomo bianco) per dei bambini pronti a meravigliarsi per un palloncino che vola o dei fili colorati da intrecciare. Per questo, con le mie due compagne d’avventura Sara e Vera, abbiamo pensato di imparare divertendoci: attraverso semplici canzoni in italiano o in inglese, abbiamo portato un po' di Italia tra i banchi di scuola, imparando insieme le parti del corpo, gli animali o i giorni della settimana. A scuola, come anche presso la fondazione Emmaus dove siamo stati accolti e coccolati per tutta la nostra esperienza di un mese in Uganda, il senso di famiglia, di semplicità e accoglienza sono i pilastri di ogni giornata. Incredibile quanto i ragazzi cerchino un contatto con te: basta una lezione di storia ugandese per diventare motivo di discussione con i più grandi sul sistema politico italiano, mentre ai più piccoli è sufficiente stringere loro la mano, dare il cinque o inventare un saluto personalizzato per renderli felici. Quello che più mi ha colpito e che ancora oggi mi emoziona sono gli occhi dei ragazzi, curiosi e pieni di vita, pronti a cogliere ogni sfaccettatura del mondo che li circonda. Mentre mi preparavo a vivere questa esperienza provavo sensazioni di inadeguatezza che avrebbero lasciato ben presto spazio alla consapevolezza che si sarebbe trattato di uno scambio reciproco. Torno dal mio USCS Charity Program con la consapevolezza del bello, con una gioia che non vedo l’ora di condividere, con la certezza di aver donato un pezzetto di me e la volontà di tornare al più presto sulle immense strade rosse dell’Uganda.

 

Uomo bianco, muso lungo

Charity Work Program Uomo bianco, muso lungo «A vedere povertà e malattia così nude e crude ma con il sorriso, questo noi siamo. ottobre 2018 di Marta Francesca Vacca * Prima di partire per il mio Charity Work Program in Uganda non avrei mai pensato di tornare con “il mal d’Africa”. A noi bianchi ci chiamano muzngus che in swahili vuol dire “uomo bianco”, ma è divertente pensare come assomigli a “muso lungo”, perché questo siamo. Siamo bianchi che hanno tutto, una bella macchina, il telefono di ultima generazione, il finger food, il vestito di marca ma il muso lungo. Per una con il muso lungo vedere gioia e speranza negli occhi di persone che non hanno niente, che hanno difficoltà anche solo a comprare un farmaco o ad effettuare una procedura medica, è stato sorprendente. Così come è stato sorprendente e spaventoso non trovare al Benedict Medical Centre nemmeno l’ombra dei mezzi che siamo abituati ad avere all’interno di un ospedale, vedere come i medici si entusiasmassero anche solo alla vista del mio fonendoscopio Littman. Alla fine avresti voluto fare di più, vedere di più e sei sicuro di una cosa sola: che ci vuoi tornare.

 

Virginia: terra rossa, camice bianco

Un rosario di emozioni di fronte alla vita e alla morte, alla povertà e alla bontà di un popolo che ti fa sempre sentire a casa. È la frase che mi ripeto ogni volta che noto che nel posto in cui vivo, tra le persone che conosco, è rimasto tutto esattamente come prima che partissi, mentre io mi trovo a scontrarmi con un grande vuoto interiore misto a un’inspiegabile energia. La mancanza di sicurezza è tale che una donna che torni a casa al crepuscolo venga derubata e violentata; l’indigenza economica non permette ai pazienti di sostenere le spese terapeutiche per malattie quali l’ipertensione e il diabete o per una radiografia a seguito di un trauma. Spesso ho reagito male e chi mi stava accanto leggeva la rabbia e l’inquietudine sul mio volto, al punto che mi è stato detto che non ero ancora familiar with death and difficulties, cioè non avvezza né alla morte né alle difficoltà. Fin da subito ho capito che per loro non era ammissibile che io, mzungu, in salute e con tutti gli strumenti per realizzarmi a livello personale e professionale (sebbene a 24 anni fossi ancora inspiegabilmente senza prole!) potessi mostrarmi ogni tanto pensierosa, con uno sguardo assorto e interpretabile come malinconico. Questo ha reso possibile ciò che si è verificato inevitabilmente: che mi svegliassi la mattina appagata e vitale, pronta ad affrontare una nuova giornata, con la piacevole sensazione di non essere un ospite in una terra straniera ma di essere a Casa. Oggi sono a Roma, nella mia città natale, con la mia famiglia e i miei amici ma il mio cuore è a Kampala, nel sorriso dei bambini, negli occhi stanchi degli anziani e nella terra rossa che mi sporca il camice bianco.

 

Ovunque guardi, cerca te stesso

Charity Work Program Ovunque guardi, cerca te stesso È l’insegnamento che Lorenza , laureata in Scienze politiche, si porta a casa dal Charity Work Program a Gerusalemme. ottobre 2018 di Lorenza Tullio * Un’esperienza che ha fatto emergere la parte più spontanea di me, forse la migliore. Durante il periodo estivo il Centro Santa Rachele di Gerusalemme apre le sue porte accogliendo la popolazione più fragile di Israele: 70 bambini figli di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Però, l’impressione di aver contribuito in minima parte a “qualcosa di buono” lascia spazio alla consapevolezza che anche il poco è tanto e che - come mi hanno ricordato - nulla di ciò che ho donato andrà mai perso. Tornare cambiati è forse ancora più bello, ma è, allo stesso tempo, un’affermazione audace e una pretesa troppo grossa rapportata a soli ventuno giorni. Ma se solo ho innescato in qualcuno dei miei lettori la voglia di partire o di tornare allora ho fatto centro. anni, di Vasto (Ch), laureata magistrale in Politiche europee e internazionali, facoltà di Scienze politiche e sociali, campus di Milano.

 

Munaypata, dai libri alla realtà

Charity Work Program Munaypata, dai libri alla realtà Nel centro di riabilitazione neurologica Mario Parma, Serena , di Psicologia, ha messo per la prima volta in pratica quello che studia. Al centro di riabilitazione neurologica Mario Parma abbiamo avuto modo di incontrare persone meravigliose, che ci hanno ospitato con amore e ci hanno fatto vivere appieno questa esperienza. Per la prima volta provavo a mettere in pratica tutto quello che avevo studiato sui libri e la curiosità era una costante di tutti i giorni. A rendere il tutto ancora più speciale è stata la nostra permanenza alla parrocchia di Munaypata, dove abbiamo imparato davvero cosa significa essere felici. È stata la ciliegina sulla torta l’aver potuto condividere questa esperienza con Padre Fabio, Padre Giò, Ale e Paola, che ci hanno accolto con grande affetto e ci hanno coinvolto nella loro quotidianità, regalandoci storie indimenticabili. Un’esperienza unica che non solo ha arricchito il mio cuore, ma mi ha permesso di crescere professionalmente e di avere conferma che non avrei potuto scegliere un percorso di studi diverso da questo. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

L’Africa dalle mille domande

Charity Work Program L’Africa dalle mille domande «Peperoncini verdi piccanti alla fermata del trotro»: così Alice , di Scienze politiche, racconta la sua esperienza di Charity Work Program in Ghana facendo la parodia di un celebre film. ottobre 2018 di Alice Giulia Daverio * Nella confusione di impressioni, di immagini ed emozioni, che mi vorticano in testa dopo il mio Charity Work Program in Ghana, riesco a distinguere solo alcuni frammenti. Eppure, c’è anche il calore di una familiarità che non mi aspettavo di trovare, ci sono la gioia e il terrore di scoprirsi diversi e l’ostinazione affettuosa di volersi capire. C’è la meraviglia di aver viaggiato 5.000 chilometri lontano da casa tua (anche di più se fai scalo a Istanbul) e trovare delle amicizie così sincere che alla fine ci ritrovi un po’ anche te stesso. Che cosa ho provato a percorrerne i vicoli fangosi? Un campo rifugiati dovrebbe comunicarti miseria, angoscia di una vita stentata, che da 20 anni è la quotidianità di più di 40.000 persone da tutto il West-Africa. Non voglio parlare di resilienza, di voglia di vivere, di speranza o di qualche altro concetto retorico che qui stonerebbe proprio. E, devo dire, sono contenta di aver dato al Ghana la possibilità di (s)formarmi un po’, di entrarmi dentro e scombinarmi le certezze che avevo.

 

In Africa, dove si vive e basta

Charity Work Program In Africa, dove si vive e basta Per Alice , laureata in Cooperazione allo sviluppo, il Charity in Ghana è stato occasione per sperimentare una diversa percezione del tempo e per accordarsi al ritmo di una musica che tutto avvolge. ottobre 2018 di Alice Podrecca * Due mesi in Ghana: un’immersione in un altro mondo, trasportata da suoni, movimenti e colori sconosciuti, che i miei occhi cercavano di raccogliere, contenere, fermare in immagini e memoria. Me lo sono appuntato anche nel mio diario di bordo: “Immergersi e abbracciare la complessità: in questo mondo nuovo e privo di riferimenti, in me. Sto imparando la vita qui e conoscendo il Ghana così come si impara una lingua straniera. Musica che è anche il rumore caotico delle strade, la cacofonia di due pezzi musicali avviati in contemporanea in ufficio, la melodia della lingua twi, i richiami insistenti degli autisti dei tro-tro (mezzi pubblici) e dei taxi per annunciare la direzione della corsa e conquistare nuovi passeggeri. Il tempo passato tra caos vitale di Ashaiman e la pacifica lentezza di Sunyani all’interno del progetto Vis è stato prezioso, soprattutto grazie alla guida di Gianpaolo (rappresentante Paese) e alle persone che abbiamo incontrato e che ci hanno accompagnate con pazienza ed entusiasmo. Mi ha permesso di vivere amicizie nuove e profonde e di guardare la vita più in prospettiva, cercando di progettare un percorso più a lungo termine rispetto alla durata di una laurea specialistica. I ghanesi mi hanno insegnato che davvero un sorriso in più basta a cambiare il corso della giornata e ho percepito il profondo senso di trascendenza che modella la visione della vita e del mondo della loro cultura.

 

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