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Un’implicita istigazione al suicidio

attualità Un’implicita istigazione al suicidio Il commento del professor Adriano Pessina alla sentenza dalla Corte costituzionale sul suicidio assistito 26 settembre 2019 di Adriano Pessina * La Corte costituzionale, con la sua sentenza, introduce di fatto la pratica del suicidio assistito e ne indica anche i percorsi di legittimità. Infatti, fa riferimento a situazioni in cui il paziente è “tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale ed è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili”. In caso di rinuncia ai trattamenti di sostegno vitale ciò che conduce alla morte il paziente non è né l’atto del suicida stesso, né il farmaco che assume, ma la condizione patologica che risulta incompatibile con la vita, una volta venuto meno il sostegno vitale stesso. Questi criteri sono del resto persino inapplicabili al caso del DJ Fabo, che non era tenuto in vita da un sostegno vitale, non era affetto da una patologia irreversibile perché la sua condizione clinica era l’esito di un incidente stradale, mentre, sicuramente riteneva insopportabile la propria situazione. Legittimare il suicidio assistito significa trasformare un fatto - la volontà di morire - in un diritto che impone a qualcuno di favorirlo, pena l’impossibilità del richiedente di veder soddisfatta la propria volontà. Permettere il suicidio assistito significa introdurre un implicito diritto di morire che, al di là della sua intrinseca contraddittorietà, confligge apertamente con il caposaldo di ogni diritto, che è appunto il diritto alla vita, che è la fonte del diritto alla cura e all’assistenza. In una materia così complessa, delicata, e piena di sfumature, esistenziali, morali e culturali ci si aspettava una risposta capace di rilanciare e potenziare il sostegno clinico, psicologico, economico e morale delle persone sofferenti: invece siamo stati tutti condannati ad accettare una morte concordata.

 
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