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Tra Stati Uniti e Cina, la Ue può trovare il suo ruolo

Pubblichiamo la parte iniziale dell’articolo di Agostino Giovagnoli Una “nuova guerra fredda” tra Stati Uniti d’America e Cina. Ora un documento riservato sulla strategia americana nel mondo definisce la Cina «principale nemico degli Stati Uniti», più della Russia e di chiunque altro, verso cui adottare un «approccio competitivo». Il documento segna l’abbandono definitivo della linea americana, avviata dalla missione Kissinger in Cina del 1971, che ha aiutato questo Paese a uscire dalla “rivoluzione culturale” e favorito la stagione di “riforme e apertura” di Deng Xiaoping. Ma l’impegno americano per coinvolgerla nella cooperazione internazionale ha prodotto risultati importanti sul piano dei rapporti tra i popoli e delle relazioni interculturali, fatto che, in prospettiva storica, conta più di tutti gli altri. Tale impegno ha suscitato un inedito mito americano in Cina – anche i figli della nomenklatura comunista cinese vanno a studiare negli Usa – e creato un originale universo sino–americano (quello raccontato nel film “The farewell. Ma, improvvisamente, i vertici americani hanno rimosso tutto questo, decidendo che contavano solo la crescita economica cinese, il quasi monopolio di Huawei sul 5G, i successi nel campo dell’intelligenza artificiale ecc. Hanno stabilito che la Cina è andata troppo avanti, che è diventata troppo pericolosa e che va fermata. E così hanno accantonato ciò che di buono avevano fatto in precedenza, per scegliere la via dello scontro.

 

Lotta al Covid, diritti civili e clima. Il fattore Biden per riunire gli Usa

Il fattore Biden per riunire gli Usa Sono tante le sfide che attendono il neo eletto presidente americano. Se il 46esimo inquilino della Casa Bianca vorrà però essere “un presidente che unisce”, come auspicato da lui stesso , non basterà solo rompere con il recente passato. Biden dovrà ricucire le ferite e parlare a una società sempre più divisa dalla radicalizzazione del dibattito pubblico, un processo iniziato da tempo ma che ha subito una accelerata con la presidenza Trump. Per inquadrare meglio le sfide che aspettano Biden e il suo staff ecco alcune riflessioni dei nostri docenti Unicatt. Biden e gli atti di fede di un presidente – di Mauro Magatti Solo la Storia dirà se riuscirà nell’impresa di guidare il Paese fuori dalla tempesta. Ma è certo è che l’America ha deciso di affidarsi a un profilo opposto a quello del suo predecessore. Riuscirà il neo-presidente a sanare le lacerazioni e le diseguaglianze dell'era Trump? L'analisi del professore di Economia della pace per l' Huffington Post #usa #elezionipresidenziali2020 #biden #trump Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Stefano Bertuzzi: «Non chiamatemi cervello in fuga»

Più che di fuga si deve parlare di mobilità dei cervelli: che gli italiani vadano all’estero va benissimo; sarebbe altrettanto auspicabile che gli stranieri venissero in Italia: nel mondo globale della conoscenza la strada è questa». Ma non dobbiamo pensare che con l’arrivo del vaccino tutto sia risolto: innanzitutto per questo vaccino c’è una coda di 7 miliardi di persone. La strada di Stefano Bertuzzi parte da Piacenza, dove ha frequentato la facoltà di Agraria; a Cremona si è specializzato in biotecnologie e da lì è volato negli States. E chi altro? «L’altra persona a cui devo molto è il professor Bottazzi, il direttore di Microbiologia che mi aveva ammesso nel suo Istituto, con cui ho fatto il dottorato a Cremona e con cui ho potuto maturare una passione approfondita per la materia. Sto molto bene negli Usa: gli americani ti accolgono a braccia aperte, ma non le stringono mai. È una società molto aperta, in cui è facilissimo creare rapporti, ma manca quel senso di profondità nelle relazioni che invece ho sperimentato in Italia. E allo Stefano Bertuzzi neolaureato cosa direbbe? «Quello che direi al me stesso di allora e a tutte le persone che si laureano adesso è pensare alla scienza come un percorso che permette di equipaggiarti per risolvere problemi complessi. Una cosa che io non avevo capito è che fare ricerca non è tanto imparare delle nozioni o delle tecniche o farsi delle domande ma creare situazioni in cui riesci a risolvere dei problemi molto complessi.

 

Yes We Catt, il mondo è nuovo, anche nel web

SETTE GRADI Yes We Catt, il mondo è nuovo, anche nel web Mentre gli Stati Uniti - e il mondo - trepidano in attesa di sapere chi sarà il presidente, l'Europa è scossa dal ritorno del terrorismo. Beato chi rimane accanto , beati i perseguitati e gli oppressi perché è già di essi il regno che non è stato in Terra Lunedì 2. Si va molto avanti nel Web: anche un nuovo sito è un nuovo mondo, le Università preparano il futuro, Yes, We Catt . Too close to call : quest’anno è nuova anche l’Election Night, non ha vinto né perso nessuno, i candidati rompono il silenzio, ma ci vuol ancora qualche giorno per la vittoria finale. L’elezione americana ha cambiato anche il Social network , ora attento anche ai contenuti: la sfida digitale è la più nuova, in tutte le sue forme. Eppure, la vita è nuova ogni giorno ed è la quotidianità che conta, anche se in questi mesi è complessa. Il mondo avrà un Presidente, ma è già davvero tutto nuovo.

 

Usa, Joe Biden è il nuovo presidente

Speciale elezioni Usa 2020 Usa, Joe Biden è il nuovo presidente Con il successo in Pennsylvania il candidato democratico conquista la Casa Bianca. Le sue prime parole in un tweet: «Sarò il presidente di tutti gli americani» by a cura di Paolo Ferrari | 07 novembre 2020 Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti d'America. Il candidato democratico, nel tardo pomeriggio (ora italiana) di sabato 7 novembre, conquistando la Pennsylvania e i suoi 20 grandi elettori, è ormai certo della vittoria. In un tweet le sue prime parole da presidente eletto: «Sono onorato che gli americani mi abbiano scelto come loro presidente. Intervista al giornalista per diverse testate nazionali e curatore del progetto della Treccani AtlanteUsa2020 di Giacomo Cozzaglio Trump e l'eterna lotta tra realtà e reality – intervista a Mattia Ferraresi La pandemia ha fatto irruzione nelle presidenziali americane colpendo direttamente il candidato repubblicano. Il vero ostacolo alla rielezione di Trump sarà certamente il Covid di Emiliano Dal Toso «Vi racconto l’America vera che va al voto» - intervista a Emiliano Bos Il corrispondente dagli Stati Uniti della Radio Televisione Svizzera è rientrato da un viaggio in camper attraverso tutta la federazione. Anche per il suo impatti drammatico sull’economia di Emiliano Dal Toso La campagna “Covid related” potrebbe cambiare inquilino alla Casa Bianca - intervista ad Alberto Simoni Secondo il caporedattore de “ La Stampa ”, laureato in Lettere in Unicatt, se spostassimo le lancette a gennaio 2020, avremmo pochi dubbi sul vincitore delle Presidenziali.

 

David Cicilline, il deputato che fa tremare i polsi a Facebook

Un rapporto di 449 pagine della sottocommissione Antitrust della Camera americana è potenzialmente destinato a mutare radicalmente il rapporto con la tecnologia in tutto il pianeta. Stiamo parlando di compagnie che hanno cinquemila miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa, la somma del Pil di diverse nazioni. Perché accade oggi quanto sarebbe potuto accadere anni fa quando le evidenze odierne erano già sotto gli occhi di tutti? La riposta è scritta nella costituzione americana, nelle prime parole: We, the people . La tecnologia e i suoi epigoni ci hanno in parte relegato al rango di spettatori muti, di utenti bisognosi di beni a basso o nessun costo, disposti a chiudere ben più di un occhio. Da credente so che questo processo è stato accompagnato da un aiuto dall’alto, ma l’analisi storica restituisce comunque l’evidenza che i processi anche complessi stanno nel cuore e nella volontà delle persone. La conoscenza, le decisioni di ordine morale, la condivisione dei saperi e la ricerca del bene comune, nella trasformazione digitale, hanno molte più possibilità di avere impatti globali di quanto possiamo pensare. docente di Teologia alla facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di cultura digitale #big tech #tassazione #multinazionali #usa Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Biden e gli atti di fede di un presidente

PRESIDENZIALI USA Biden e gli atti di fede di un presidente Solo la Storia dirà se riuscirà nell’impresa di guidare il Paese fuori dalla tempesta. Ma è certo è che l’America ha deciso di affidarsi a un profilo opposto a quello del suo predecessore. L'editoriale del professor Mauro Magatti per Avvenire 10 novembre 2020 di Mauro Magatti Diventare presidente degli Stati Uniti d’America, a 77 anni, nel mezzo di una pandemia che continua a mietere migliaia di morti, con un’economia in difficoltà e un Paese in preda a forti scontri razziali richiede molto coraggio. Quel che è certo è che l’America ha deciso di affidarsi a un timoniere che, dal punto di vista umano, non poteva essere più diverso dal suo predecessore. Un tratto che i critici considerano il suo vero punto debole, ritenendolo un atteggiamento poco virile nei confronti di una realtà scossa da fortissime tensioni. E in un’altra intervista: «La mia fede mi implora di avere una gestione preferenziale per i poveri e come presidente farò di tutto per combattere la povertà e costruire un futuro che ci porti più vicino ai nostri ideali» ('The Christian Post'). Continua a leggere su Avvenire * Docente di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica #magatti #avvenire #biden #usa #politica Facebook Twitter Send by mail Print.

 

L’America sceglie il futuro

Sette gradi, la rassegna stampa della settimana con le principali testate nazionali e internazionali by Federica Mancinelli | 30 ottobre 2020 Il tempo è superiore allo spazio . E ora è di spazi e di tempo che abbiamo bisogno. L’indicatore sono gli ospedali, e gli ospedali sono in affanno, mentre almeno la letalità del virus si riduce. L’Italia aspetta : economia è salute e salute è economia , con il lockdown nella mente e la Politica alla prova. Aumentano gli spazi di pace: entra in vigore uno storico accordo di disarmo , un altro passo verso l’eliminazione totale di armi nucleari, sperando non sia solo un simbolo. Dove le filiere umane sono già in crisi Covid-19 peggiora condizioni già al limite: in Perù aumentano povertà e paura, gli spazi di vita non sono mai uguali. Sono un’incognita anche i consumi: la stagione natalizia è alle porte e in Italia si studiano incentivi e nuovi mezzi, il digital finanziario non è più una scelta.

 

Covid, convitato di pietra alla Casa bianca

Sette gradi Covid, convitato di pietra alla Casa bianca La pandemia torna a fare paura nel mondo e tocca uno dei politici più scettici sulla lotta al Coronavirus, Donald Trump. Nel mondo non è facile: siamo tutti uguali davanti al virus, ma non davanti alla pandemia. Quella americana è una lezione, anche se è complesso considerarla con leggerezza: ma la letteratura , come sempre, aiuta. Mentre gli Usa attendono, fra meno di un mese si deciderà, in Italia di nuovo elezioni : politica glocal nelle città, ogni ballottaggio è un nuovo inizio. È glocal anche la responsabilità: ciò che accade a tutti dipende dai singoli, dalle case, dalle aule, dagli uffici, il bivio è ora. E mentre nei Balcani il nation-building ravviva le tensioni tra Macedonia e Bulgari a, nell’Europa italiana è festa: per un po’ una domenica in perfetta letizia . L’« economia delle persone », nel mondo, soffre: dal grande al piccolo la pandemia colpisce in sproporzione e localmente non siamo tutti uguali. Dal piccolo al grande la vita adesso è un effetto farfalla: una piccola azione può influenzare e propagarsi.

 

Usa e Cina come Sparta e Atene?

milano Usa e Cina come Sparta e Atene? Secondo Anna Caffarena , autrice del libro “ La trappola di Tucidide e altre immagini ”, le relazioni internazionali sembrano non cambiare mai: un conflitto tra una potenza consolidata e una emergente può accendersi per le diverse rappresentazioni del mondo. by Matteo Chiesa | 09 aprile 2019 Durante la guerra del Peloponneso Sparta, potenza consolidata, si fece paladina del desiderio di libertà di molte altre Città-Stato facendo leva sulla loro paura di rimanere, o diventare, colonie di Atene. Una dimostrazione di come un conflitto tra una potenza consolidata e una emergente possa accendersi a causa delle diverse rappresentazioni del mondo all’interno delle quali ciascuna di esse vive. Ma soprattutto un monito affinché una spirale difensiva, in cui il rafforzamento del potere interno di un Paese viene assunto come minaccia da un altro e viceversa, non si ripeta tra Stati Uniti e Cina, le due grandi protagoniste del nostro tempo. Il caleidoscopio di immagini simbolo del 1989 coltivò la speranza di un progresso, impose un nuovo ordine mondiale, nutrì aspettative su un futuro equilibrio fatto di pace e prosperità, ben presto disatteso dal ritorno della politica di potenza, instauratasi definitivamente nel 2008. Ciò creò «una sorta di diplopia, uno sdoppiamento delle immagini parallele del mondo: da una parte quello senza confini, globalizzato, mentre dall’altra un mondo attraversato ancora da tantissimi conflitti». Queste rappresentazioni, però, non fungono solo da strumento per manipolare l’opinione pubblica ma rendono anche un discorso politico più semplice «come nello scontro di civiltà oppure servono per sottrarre una scelta politica all’analisi costi-benefici come nella guerra chirurgica».

 

Il mondo alla prova Trump

analisi Il mondo alla prova Trump Per il professor Vittorio Emanuele Parsi l’ordine internazionale liberale può essere danneggiato dalla nuova presidenza Usa: potrebbero rivelarsi quattro anni perduti in un mondo dove crescono le diseguaglianze. Sono solo alcune, nemmeno tutte, delle perle di saggezza contenute in un’intervista a ruota libera rilasciata domenica scorsa al Times e alla Bild dal neo-presidente Donald Trump , che il 20 gennaio si insedierà alla Casa Bianca. Ne emerge un quadro desolato e preoccupante dello stato di salute della democrazia americana, che ha consentito l’elezione di un candidato le cui idee sul mondo sono un impasto di pregiudizi da bar e colossale ignoranza: una marea di sciocchezze. Al di là del legittimo sconcerto, ciò che preoccupa maggiormente è la considerazione che le istituzioni su cui si è fondato il concetto di Liberal World Order (l’ordine internazionale liberale) possano essere danneggiate irreparabilmente da quattro anni di presidenza Trump. Ma il futuro dell’Alleanza Atlantica, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e delle Nazioni Unite ha a che fare con la vita di tutti noi. In queste istituzioni si è incarnata quell’egemonia politica e culturale degli Stati Uniti che ha fatto definire il Novecento come “il secolo americano”. Ma è soprattutto la diseguaglianza che sta tornando a essere la cifra più inaccettabile del mondo che stiamo lasciando in eredità alle future generazioni. La sensazione è che i quattro anni di questa nuova presidenza saranno, ad andar bene, quattro anni perduti: un lusso che decisamente non potremo permetterci.

 

Iran-Usa, se la guerra si fa cyber

L'analisi Iran-Usa, se la guerra si fa cyber La risposta cibernetica dell’Iran all’uccisione del generale Soleimani non si è fatta attendere. di Andrea Locatelli * Dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani l’attenzione di esperti, osservatori e dell’opinione pubblica in generale è concentrata sulla reazione dell’Iran. Se da una parte la preoccupazione principale è rivolta agli attacchi alle basi americane di Erbil e Al Asad, per altro verso Washington e Teheran si stanno affrontando in modo ben più misurato su un altro fronte: quello cibernetico. Un esempio di questo orientamento strategico è l’attacco che ha colpito nella giornata di sabato il Federal Depository Library Program (l’infrastruttura informatica che fornisce accesso a oltre mille biblioteche americane). Si tratta, da quanto è risultato da una prima analisi forense, di un “defacciamento”: per alcune ore, il sito web del programma ha mostrato un messaggio di cordoglio per la morte del generale iraniano e un’immagine di Trump preso a schiaffi. Questo tipo di attacchi cibernetici è molto frequente e non dovrebbe suscitare troppe preoccupazioni: il sabotaggio è stato giudicato di basso livello tecnico (non risulta infatti che siano stati rubati né cancellati dati) e l’ufficio federale non rappresenta propriamente un’infrastruttura critica. Per quanto sia sconsigliabile trarre conclusioni affrettate da questo singolo episodio, la prospettiva di una rappresaglia cibernetica su più larga scala all’assassinio di Soleimani appare tutt’altro che remota.

 

La campagna “Covid related” potrebbe cambiare inquilino alla Casa Bianca

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e alcuni dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Per queste ragioni è venuto a mancare quello scontro che tradizionalmente negli ultimi due mesi caratterizza le campagne elettorali, privando il dibattito politico di quell’elettricità e di quella tensione vibrante che ne sono sempre stati il tratto distintivo». I due candidati hanno cercato di mettere più in cattiva luce l’avversario, piuttosto che illustrare i punti di un programma… «È stata una campagna elettorale povera di contenuti, priva di grandi idee, con dei toni assolutamente esagerati. A proposito di mobilitazione dei vari componenti del tessuto sociale americano, non è forse un po’ pretestuoso classificarli in maniera netta e presumere di ottenerne l’appoggio indiscriminato, dal momento che questi segmenti di popolazione al loro interno sono molto articolati? A che cosa si sta riferendo? «L’altro giorno la Borsa di Wall Strett ha fatto registrare una pesante perdita, che ha suggellato una settimana di “profondo rosso”. Così chi ha investito il suo “tesoretto” in questi fondi, si ritrova ora con un capitale che da 300mila dollari è sceso a poco più di 200mila e allora, dinanzi a queste ingenti perdite, potrebbe trasformare il suo voto in un voto di protesta». L’America oggi è un Paese che vive sul crinale della tensione, ci sono movimenti a destra e a sinistra che, come hanno ampiamente dimostrato negli ultimi tempi, sono in grado di trasformare una protesta pacifica in una rivolta violenta, in una guerriglia urbana dai connotati politici.

 

«Il nuovo presidente lo sceglierà il Covid»

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Quale di questi temi incide di più sul risultato elettorale? «Parto da quello che pesa di meno: l’ambiente, perché riguarda soltanto l’elettorato più radicale e di sinistra rispetto a Biden, quell’elettorato che non ama il candidato democratico ma che lo voterà comunque perché sa che Trump è un disastro. Quindi un effetto Covid è inevitabile? «Quello che bisogna capire, e che potrebbe essere decisivo per il risultato elettorale, è se nell’entroterra e nel Sud degli Stati Uniti il dramma del Covid venga davvero imputato a Trump. Trump ha sempre dato la colpa a loro per le rivolte, per i saccheggi e per la violenza, tentando di spiegare che la reazione della polizia è una conseguenza di un disordine anarchico di sinistra e dei gruppi “Antifa”. Quali sono le ragioni che hanno portato Trump e Biden a basare la loro campagna elettorale soprattutto su attacchi personali? «Credo che Biden non possa essere accusato di questo, sugli attacchi personali ha agito difendendosi, avendo davanti un personaggio talmente discutibile e provocatorio. In questi dibattiti è emersa però l’impossibilità di discutere con un avversario che nega sempre la realtà, che di fronte alla realtà dice che sono tutte balle e che niente è vero. Ciononostante, è talmente forte lo spauracchio Trump ed è stata talmente decisiva l’astensione di molti di quattro anni fa che questa volta è molto difficile che l’area socialista non voterà per Biden».

 

Elezioni Usa, la sfida di Bloomberg

il commento Elezioni Usa, la sfida di Bloomberg Per il candidato presidente la strategia fin qui seguita dai democratici non è più la carta decisiva. L’analisi del professor Vittorio Emanuele Parsi su “Il Messaggero” 26 novembre 2019 Pubblichiamo l’incipit dell’editoriale del professor Vittorio Emanuele Parsi uscito su “Il Messaggero” di Vittorio Emanuele Parsi * Battere Trump e il suo estremismo non opponendogli una piattaforma radicalmente “liberal”, ma attraverso l’uscita dalla radicalizzazione e dalla polarizzazione. Perché possa concretizzarsi, Bloomberg dovrà innanzitutto vincere le primarie democratiche, strappandole probabilmente a Elizabeth Warren, una candidata su posizioni e di formazione decisamente più “radical” rispetto al tre volte sindaco di New York, peraltro transitato abbastanza recentemente dal Partito repubblicano a quello democratico. Bloomberg punta sulla preoccupazione di fasce crescenti dei ceti medi (oltre che delle élite) circa i danni permanenti che il populismo identitario del presidente sta arrecando a un sistema istituzionale da tempo sottoposto a torsioni. In termini internazionali, ritiene che la politica “neo-jacksoniana” di Trump stia oggettivamente indebolendo quella rete di relazioni e alleanze – protetta e amplificata da innumerevoli istituzioni internazionali – che ha fornito agli Stati Uniti il vantaggio competitivo e fin qui esclusivo rispetto agli sfidanti: effettivi e potenziali. Bloomberg si colloca nella lunga tradizione di leader che aspirano alla vittoria occupando il “centro” dello schieramento politico. docente di Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze politiche e sociali e direttore dell’ Alta Scuola in Economia e relazioni internazionali (Aseri) dell’Università Cattolica [continua a leggere su "Il Messaggero"] #bloomberg #democratici #elezioni usa #primarie Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Alla guerra dei dazi

Un’iniziativa già tentata da Bush nel 2003, che ha il chiaro intento di sfavorire la Russia, il Giappone e, soprattutto, la Cina, nei due settori citati, particolarmente sensibili per gli Usa. Una chiara delegittimazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, secondo Andrew Spannaus , giornalista americano che già mesi prima aveva previsto la vittoria di Trump, per la sua capacità di intercettare le reali esigenze del popolo americano, di quelle classi oppresse che ormai rappresentano il 75% dei Paesi ricchi. Su una lunghezza d’onda diversa il direttore dell’ Aseri Vittorio Emanuele Parsi ( in alto la sua videointervista ), che ritiene vi sia «una visione teologica, astorica del libero commercio», che invece ha causato questa distribuzione iniqua delle risorse nelle nazioni più sviluppate. Il protezionismo (che Trump di certo non ha inventato) a suo tempo ha fatto aumentare i dati relativi al commercio degli States e permesso di proteggere lo standard e la qualità dei loro prodotti. È questo ciò che preme maggiormente al Presidente, quello che ha promesso ai suoi elettori e che ora tenta di rispettare: produrre, far crescere la manifattura, ridurre il deficit commerciale e il gap con la Cina. Per il professor Luca Rubini dell’Università di Birmingham, invece, ciò che ha causato questo divario sempre più netto tra poveri e ricchi è la mancanza di politiche interne mirate, non il libero commercio. I dazi nascono per sfavorire la Cina ma in realtà impattano più sul Canada, sul Messico e sull’Unione Europea, tanto che è stato rinviato fino a giugno l’ultimatum all’Unione europea, nel tentativo di trovare finalmente un accordo proficuo per entrambe le parti in causa.

 

Con Soleimani non muore solo un generale

L'analisi Con Soleimani non muore solo un generale Con la sua eliminazione salta uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Tra i principali artefici della prorompente ascesa di Teheran all’interno della cosiddetta “mezzaluna sciita”, il comandante delle brigate al-Quds era uno dei simboli più importanti della “rinascita geopolitica” iraniana all’interno dell’arco di instabilità compreso tra Levante, Mesopotamia e Golfo. Il sistema di relazioni formali e informali costruito da Soleimani si era rivelato in tal senso fondamentale, garantendo a Teheran uno strumento flessibile e capace di operare su più livelli (militare, socio-politico ed economico in primis). La sua morte rappresenta quindi un colpo durissimo per la Repubblica Islamica, alle prese con una congiuntura economica estremamente negativa e con i rischi di incorrere in una iperestensione potenzialmente in grado di mettere a repentaglio i risultati conseguiti in questi anni. Per quanto rimanesse una figura estremamente controversa, Soleimani rappresentava uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Un avversario temibile e astuto, che si era però dimostrato capace di tenere sotto controllo le ali più radicali delle forze sotto la sua guida e col quale era stato possibile confrontarsi in passato. Non è detto che i suoi successori siano in grado (o siano disposti) a fare altrettanto, soprattutto alla luce di un modus operandi statunitense che rischia di avere strascichi ben più significativi e durevoli di quanto ipotizzato.

 

Washington, chi c’è dietro la linea dura

Ecco quali possono essere le conseguenze 08 gennaio 2020 Abbiamo chiesto ad alcuni professori dell’Università Cattolica di spiegare le origini e gli sviluppi della nuova crisi mediorientale e di aiutarci a capire quali strumenti si possono adottare per spegnere la miccia di una situazione esplosiva. di Gianluca Pastori * L’uccisione di Qassem Soleimani rilancia in modo drammatico la “ vexata quaestio ” dei rapporti fra Washington e Teheran. Vale inoltre la pena di ricordare come l’attacco dello scorso 3 gennaio non sia il frutto di un’iniziativa individuale e come esso esprima una visione condivisa da almeno parte dell’élite di Washington. Al di là del “flettere i muscoli”, la Casa Bianca non ha alcun interesse a un confronto militare aperto con Teheran, soprattutto alla luce dei cattivi rapporti con il Congresso e nell’imminenza di un voto presidenziale che si preannuncia assai incerto. Come spesso accaduto, l’aumento di tensione provocato alla morte di Soleimani troverà, con ogni probabilità, uno sfogo “gestibile” nelle tante “ war by proxy ” che punteggiano il Medio Oriente. Si tratta, in molti casi, di voci e/o di speculazioni, che segnalano, tuttavia, una variabile in più da tenere in conto per inquadrare quanto accaduto nei giorni scorsi a Baghdad e per comprendere quali potranno esserne gli sviluppi. docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni politiche, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, campus di Milano #medioriente #usa #iran #trump Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Dallo storytelling alla post-verità

VITA E PENSIERO Dallo storytelling alla post-verità Mentre inizia l’era Trump, una riflessione sul senso di un’elezione dirompente, dove conta inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile, talvolta inverosimile, può diventare una realtà incontrovertibile. Memori della pessima fama che la forma di governo democratica aveva lasciato, vollero impedire che la nascente repubblica fosse lacerata dalle lotte tra fazioni. E proprio per evitare che l’elezione del presidente degli Stati Uniti potesse scatenare lo scontro delle passioni politiche e mettere a rischio la pace, consegnarono a un collegio di grandi elettori il compito di scegliere chi dovesse essere il capo dell’esecutivo. E cioè quel candidato che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava solo una comparsa del grande circo elettorale americano, ma che, mese dopo mese, macinando vittoria dopo vittoria, è riuscito a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Forse più che formulare previsioni è utile in questo momento riflettere su ciò che ha rappresentato l’elezione di Donald Trump e sulle motivazioni che hanno condotto a un risultato che – comunque la si pensi – rappresenta uno shock destinato a lasciare una traccia profonda. In questo senso la polemica di Trump contro Wall Street e contro l’establishment non sarebbe altro che la reincarnazione di quel vecchio populismo agrario che, sul finire dell’Ottocento, impugnò la bandiera del “sogno americano” contro la “plutocrazia” delle grandi corporations. Perché molto più efficaci diventano strutture di comunicazione personali, capaci di penetrare dei reticoli dei social network, di inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile – o in qualche caso inverosimile – può diventare una realtà dimostrata e incontrovertibile, quasi impossibile da scalfire persino con le più sofisticate argomentazioni.

 

Black vote matters, il voto afroamericano potrebbe incoronare Biden

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. La polarizzazione dello scenario politico è stata animata e incoraggiata da Trump, che fin dal principio ha imposto la sua idea di politica caratterizzata da spaccatura, litigiosità e da quel clima di microconflittualità che ha contraddistinto ogni disputa. L’aggressività di Trump ha contribuito a surriscaldare gli animi? «Sì, proteste e crisi sociale sono la conseguenza più tragica e visibile, anche perché ci sono di mezzo questioni importanti, come i diritti delle persone e la sicurezza nazionale, che sono temi molto cari a tutti gli elettori. Era comunque abbastanza scontato per la stagione che viviamo che Biden scegliesse una donna di colore e, forse, questa inevitabilità ha tolto un po’ di quella carica che Kamala ha e pure in grande abbondanza. Sul tentativo di mobilitazione di questi due segmenti di popolazione si basa la campagna di Biden, che è fondamentalmente riassumibile con uno slogan (anche perché non ce ne ricordiamo molti altri): “Se volete cambiare lo scenario attuale, l’unica cosa che potete fare è votare”». Utilizzando una sua metafora, si potrebbe dire, dopo quest’inchiesta, che il presidente che avrebbe dovuto “prosciugare la palude” se n’è costruita un’altra, più confacente alle sue caratteristiche, in cui i punti di partenza, di smistamento dei privilegi sono i suoi alberghi, i suoi resort, in soldoni la Trump Organisation. Trump, che prova disprezzo per tutto ciò che è multilaterale, per tutte le decisioni collettive, ha stroncato volontariamente questa fiducia, che dal dopoguerra in avanti è rappresentata dalle istituzioni internazionali e da tutte le loro declinazioni.

 

Iran, se lo stratega diventa un martire

L'analisi Iran, se lo stratega diventa un martire Secondo il professor Riccardo Redaelli , la decisione di uccidere il generale Soleimani è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. E l’amministrazione Trump è priva di una strategia politica per la regione 10 gennaio 2020 L’analisi della situazione del Medioriente nell’editoriale del professor Riccardo Redaelli pubblicato da “Avvenire”. Il primo è che l’Amministrazione Trump, checché ne dicano i suoi sostenitori e gli scatenati sovranisti europei che ne apprezzano ogni mossa, è palesemente priva di una strategia politica per la regione. La decisione di uccidere un personaggio importante e popolare quale Soleimani, oltre al vice-comandante delle Forze di mobilitazione popolare irachene, al-Muhandis – un capo milizia che era tuttavia inserito nella catena di comando del sistema di difesa iracheno – è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. Si è così trasformato un abile stratega iraniano in un martire che rimarrà nella storia di quel Paese, dopo averne esagerato le capacità e i successi. Il problema è che alla Casa Bianca e nei Dipartimenti che contano mancano centinaia di consiglieri e dirigenti, eliminati e mai rimpiazzati dal troppo attivo 'clan' Trump e dagli estremisti che circondano il presidente. docente di Geopolitica alla facoltà di Scienze politiche e sociali , Università Cattolica, campus di Milano [continua a leggere su “Avvenire”] #iran #soleimani #usa #medioriente Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Era Trump, cosa cambierà?

Politica estera Era Trump, cosa cambierà? Ridefinizione dei ruoli di potenza e riformulazione dei rapporti internazionali. A Brescia un seminario ha discusso della visione, delle priorità e delle direttrici di politica estera della nuova amministrazione statunitense a due mesi dall’insediamento. Tra gli esperti intervenuti, introdotti dal prorettore Mario Taccolini : Carolina De Stefano , della Scuola Superiore Sant'Anna e George Washington University, Giuseppe Gabusi dell’Università di Torino, T.wai - Torino World Affairs Institute, Enrico Fassi , Andrea Plebani , Alessandro Quarenghi e Andrea Locatelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. politica #estero #economia #trump #usa Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Quei falli a centrocampo di Donald Trump

L'analisi Quei falli a centrocampo di Donald Trump Nel primo duello televisivo, il presidente ha cercato con continue interruzioni di non far tirare in porta l’avversario, che, da par suo, lo ha attaccato sul piano personale. Faccio una prima considerazione: il defender , per usare i termini dell’America’s Cup, che avrebbe dovuto essere Trump, in realtà è parso avere un atteggiamento più da attaccante rispetto all’avversario challenger . Ovviamente molto è stato determinato dalle personalità dei due sfidanti: il presidente in carica è il classico uomo che non ha un background politico, diplomatico naturale, come ha, invece, il candidato Dem, e quindi è molto più portato al pragmatismo. Se immaginiamo il dibattito come una partita di calcio, Trump con le continue e insistenti interruzioni ha cercato di giocare pressando alto per non fare giocare l’avversario e utilizzando il fallo tattico per impedirgli di entrare nella propria metà campo, e tirare in porta. Sulla mancanza di fair anche Biden non è stato da meno, facendo attacchi più personali che politici. Mentre Trump rispondeva agli attacchi dell’avversario ribattendo più sulla linea politica dell’ex vice di Obama (per esempio parlava di “voi radicali socialisti”), Biden si riferiva direttamente alla persona, puntando a ridicolizzare la figura di Trump, che già gode di una reputazione pubblica internazionale un po’ negativa. docente al Seminario di Public Speaking, facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Brescia #elezioni usa #trump #biden #dibattito Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Un presidente sulla difensiva. Uno sfidante debole. Una recita a copione

L'analisi del professor Gianluca Pastori 30 settembre 2020 Abbiamo chiesto al professor Gianluca Pastori di commentare a caldo il primo dibattito televisivo tra il presidente uscente Donald Trump e lo sfidante Joe Biden in vista delle elezioni presidenziali di novermbre. La sua analisi è stata pubblicata sull'Huffington Post di Gianluca Pastori * Il dibattito della scorsa notte fra Donald Trump e Joe Biden si è svolto lungo linee ampiamente prevedibili. Più che un confronto su fatti e linee politiche è stato uno scontro di personalità, che Trump ha cercato di dominare con la sua presenza e con la consueta aggressività verbale. Non sempre questa strategia si è dimostrata pagante e se, l’obiettivo dello sfidante era quello (sostenuto da vari osservatori) di smentire gli sprezzanti giudizi del presidente uscente riguardo alla sua presunta “fragilità”, tale obiettivo sembra essere stato raggiunto. Più difficile è capire quanto il confronto sia riuscito a spostare effettivamente il voto degli indecisi, anche se alcuni sondaggi ‘volanti’ condotti subito dopo il dibattito sembrano evidenziare una vittoria dello sfidante democratico in questo segmento dell’elettorato. Entrambi i contendenti si sono sostanzialmente attenuti al copione recitato negli ultimi mesi, con Biden in genere -- ma non sempre -- più “presidenziale” del suo avversario e più aderente all’immagine “istituzionale” che si associa, di norma, all’inquilino della Casa Bianca. continua a leggere sull'Huffington Post] * docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore #elezioni presidenziali #usa #trump #biden Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Crisi iraniana, un ruolo cruciale per l’Ue

di Antonio Zotti * L’ondata d’instabilità innescata dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ha messo ancora una volta in evidenza gli stringenti limiti dell’influenza che gli attori europei esercitano nella regione mediorientale e nordafricana. Come al solito, è nell’Unione europea in quanto attore della politica internazionale che questa impotenza strategica trova la sua massima manifestazione. È infatti prevedibile che la riunione straordinaria dei ministri degli esteri dei Paesi membri, convocata dall’Alto rappresentante Borrell su iniziativa dei governi britannico, francese e tedesco, si limiterà al compito declaratorio di ribadire la “profonda preoccupazione” dell’Unione e a esortare a una riduzione della tensione. Le divergenze politiche fra Stati Uniti ed Europa generate dalla crisi iraniana evidenziano le carenze strategiche di quest’ultima. A tal proposito, proprio l’accordo sul nucleare offre un’utile prospettiva. Ciò dimostra come la dimensione economica dell’Ue rimanga una risorsa strategica potenzialmente rilevante, come pure la reputazione di attore relativamente affidabile perché rispettoso delle regole dell’ordine internazionale. docente di Istituzioni europee, corso di laurea interfacoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere e di Scienze politiche e sociali , campus di Milano #medioriente #iran #usa #escalation Facebook Twitter Send by mail Print.

 

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