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Stefano Bertuzzi: «Non chiamatemi cervello in fuga»

Più che di fuga si deve parlare di mobilità dei cervelli: che gli italiani vadano all’estero va benissimo; sarebbe altrettanto auspicabile che gli stranieri venissero in Italia: nel mondo globale della conoscenza la strada è questa». Ma non dobbiamo pensare che con l’arrivo del vaccino tutto sia risolto: innanzitutto per questo vaccino c’è una coda di 7 miliardi di persone. La strada di Stefano Bertuzzi parte da Piacenza, dove ha frequentato la facoltà di Agraria; a Cremona si è specializzato in biotecnologie e da lì è volato negli States. E chi altro? «L’altra persona a cui devo molto è il professor Bottazzi, il direttore di Microbiologia che mi aveva ammesso nel suo Istituto, con cui ho fatto il dottorato a Cremona e con cui ho potuto maturare una passione approfondita per la materia. Sto molto bene negli Usa: gli americani ti accolgono a braccia aperte, ma non le stringono mai. È una società molto aperta, in cui è facilissimo creare rapporti, ma manca quel senso di profondità nelle relazioni che invece ho sperimentato in Italia. E allo Stefano Bertuzzi neolaureato cosa direbbe? «Quello che direi al me stesso di allora e a tutte le persone che si laureano adesso è pensare alla scienza come un percorso che permette di equipaggiarti per risolvere problemi complessi. Una cosa che io non avevo capito è che fare ricerca non è tanto imparare delle nozioni o delle tecniche o farsi delle domande ma creare situazioni in cui riesci a risolvere dei problemi molto complessi.

 

Lotta al Covid, diritti civili e clima. Il fattore Biden per riunire gli Usa

Il fattore Biden per riunire gli Usa Sono tante le sfide che attendono il neo eletto presidente americano. Se il 46esimo inquilino della Casa Bianca vorrà però essere “un presidente che unisce”, come auspicato da lui stesso , non basterà solo rompere con il recente passato. Biden dovrà ricucire le ferite e parlare a una società sempre più divisa dalla radicalizzazione del dibattito pubblico, un processo iniziato da tempo ma che ha subito una accelerata con la presidenza Trump. Per inquadrare meglio le sfide che aspettano Biden e il suo staff ecco alcune riflessioni dei nostri docenti Unicatt. Biden e gli atti di fede di un presidente – di Mauro Magatti Solo la Storia dirà se riuscirà nell’impresa di guidare il Paese fuori dalla tempesta. Ma è certo è che l’America ha deciso di affidarsi a un profilo opposto a quello del suo predecessore. Riuscirà il neo-presidente a sanare le lacerazioni e le diseguaglianze dell'era Trump? L'analisi del professore di Economia della pace per l' Huffington Post #usa #elezionipresidenziali2020 #biden #trump Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Yes We Catt, il mondo è nuovo, anche nel web

SETTE GRADI Yes We Catt, il mondo è nuovo, anche nel web Mentre gli Stati Uniti - e il mondo - trepidano in attesa di sapere chi sarà il presidente, l'Europa è scossa dal ritorno del terrorismo. Beato chi rimane accanto , beati i perseguitati e gli oppressi perché è già di essi il regno che non è stato in Terra Lunedì 2. Si va molto avanti nel Web: anche un nuovo sito è un nuovo mondo, le Università preparano il futuro, Yes, We Catt . Too close to call : quest’anno è nuova anche l’Election Night, non ha vinto né perso nessuno, i candidati rompono il silenzio, ma ci vuol ancora qualche giorno per la vittoria finale. L’elezione americana ha cambiato anche il Social network , ora attento anche ai contenuti: la sfida digitale è la più nuova, in tutte le sue forme. Eppure, la vita è nuova ogni giorno ed è la quotidianità che conta, anche se in questi mesi è complessa. Il mondo avrà un Presidente, ma è già davvero tutto nuovo.

 

Usa, Joe Biden è il nuovo presidente

Speciale elezioni Usa 2020 Usa, Joe Biden è il nuovo presidente Con il successo in Pennsylvania il candidato democratico conquista la Casa Bianca. Le sue prime parole in un tweet: «Sarò il presidente di tutti gli americani» by a cura di Paolo Ferrari | 07 novembre 2020 Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti d'America. Il candidato democratico, nel tardo pomeriggio (ora italiana) di sabato 7 novembre, conquistando la Pennsylvania e i suoi 20 grandi elettori, è ormai certo della vittoria. In un tweet le sue prime parole da presidente eletto: «Sono onorato che gli americani mi abbiano scelto come loro presidente. Intervista al giornalista per diverse testate nazionali e curatore del progetto della Treccani AtlanteUsa2020 di Giacomo Cozzaglio Trump e l'eterna lotta tra realtà e reality – intervista a Mattia Ferraresi La pandemia ha fatto irruzione nelle presidenziali americane colpendo direttamente il candidato repubblicano. Il vero ostacolo alla rielezione di Trump sarà certamente il Covid di Emiliano Dal Toso «Vi racconto l’America vera che va al voto» - intervista a Emiliano Bos Il corrispondente dagli Stati Uniti della Radio Televisione Svizzera è rientrato da un viaggio in camper attraverso tutta la federazione. Anche per il suo impatti drammatico sull’economia di Emiliano Dal Toso La campagna “Covid related” potrebbe cambiare inquilino alla Casa Bianca - intervista ad Alberto Simoni Secondo il caporedattore de “ La Stampa ”, laureato in Lettere in Unicatt, se spostassimo le lancette a gennaio 2020, avremmo pochi dubbi sul vincitore delle Presidenziali.

 

David Cicilline, il deputato che fa tremare i polsi a Facebook

Un rapporto di 449 pagine della sottocommissione Antitrust della Camera americana è potenzialmente destinato a mutare radicalmente il rapporto con la tecnologia in tutto il pianeta. Stiamo parlando di compagnie che hanno cinquemila miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa, la somma del Pil di diverse nazioni. Perché accade oggi quanto sarebbe potuto accadere anni fa quando le evidenze odierne erano già sotto gli occhi di tutti? La riposta è scritta nella costituzione americana, nelle prime parole: We, the people . La tecnologia e i suoi epigoni ci hanno in parte relegato al rango di spettatori muti, di utenti bisognosi di beni a basso o nessun costo, disposti a chiudere ben più di un occhio. Da credente so che questo processo è stato accompagnato da un aiuto dall’alto, ma l’analisi storica restituisce comunque l’evidenza che i processi anche complessi stanno nel cuore e nella volontà delle persone. La conoscenza, le decisioni di ordine morale, la condivisione dei saperi e la ricerca del bene comune, nella trasformazione digitale, hanno molte più possibilità di avere impatti globali di quanto possiamo pensare. docente di Teologia alla facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di cultura digitale #big tech #tassazione #multinazionali #usa Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Tra Stati Uniti e Cina, la Ue può trovare il suo ruolo

Pubblichiamo la parte iniziale dell’articolo di Agostino Giovagnoli Una “nuova guerra fredda” tra Stati Uniti d’America e Cina. Ora un documento riservato sulla strategia americana nel mondo definisce la Cina «principale nemico degli Stati Uniti», più della Russia e di chiunque altro, verso cui adottare un «approccio competitivo». Il documento segna l’abbandono definitivo della linea americana, avviata dalla missione Kissinger in Cina del 1971, che ha aiutato questo Paese a uscire dalla “rivoluzione culturale” e favorito la stagione di “riforme e apertura” di Deng Xiaoping. Ma l’impegno americano per coinvolgerla nella cooperazione internazionale ha prodotto risultati importanti sul piano dei rapporti tra i popoli e delle relazioni interculturali, fatto che, in prospettiva storica, conta più di tutti gli altri. Tale impegno ha suscitato un inedito mito americano in Cina – anche i figli della nomenklatura comunista cinese vanno a studiare negli Usa – e creato un originale universo sino–americano (quello raccontato nel film “The farewell. Ma, improvvisamente, i vertici americani hanno rimosso tutto questo, decidendo che contavano solo la crescita economica cinese, il quasi monopolio di Huawei sul 5G, i successi nel campo dell’intelligenza artificiale ecc. Hanno stabilito che la Cina è andata troppo avanti, che è diventata troppo pericolosa e che va fermata. E così hanno accantonato ciò che di buono avevano fatto in precedenza, per scegliere la via dello scontro.

 

L’America sceglie il futuro

Sette gradi, la rassegna stampa della settimana con le principali testate nazionali e internazionali by Federica Mancinelli | 30 ottobre 2020 Il tempo è superiore allo spazio . E ora è di spazi e di tempo che abbiamo bisogno. L’indicatore sono gli ospedali, e gli ospedali sono in affanno, mentre almeno la letalità del virus si riduce. L’Italia aspetta : economia è salute e salute è economia , con il lockdown nella mente e la Politica alla prova. Aumentano gli spazi di pace: entra in vigore uno storico accordo di disarmo , un altro passo verso l’eliminazione totale di armi nucleari, sperando non sia solo un simbolo. Dove le filiere umane sono già in crisi Covid-19 peggiora condizioni già al limite: in Perù aumentano povertà e paura, gli spazi di vita non sono mai uguali. Sono un’incognita anche i consumi: la stagione natalizia è alle porte e in Italia si studiano incentivi e nuovi mezzi, il digital finanziario non è più una scelta.

 

Covid, convitato di pietra alla Casa bianca

Sette gradi Covid, convitato di pietra alla Casa bianca La pandemia torna a fare paura nel mondo e tocca uno dei politici più scettici sulla lotta al Coronavirus, Donald Trump. Nel mondo non è facile: siamo tutti uguali davanti al virus, ma non davanti alla pandemia. Quella americana è una lezione, anche se è complesso considerarla con leggerezza: ma la letteratura , come sempre, aiuta. Mentre gli Usa attendono, fra meno di un mese si deciderà, in Italia di nuovo elezioni : politica glocal nelle città, ogni ballottaggio è un nuovo inizio. È glocal anche la responsabilità: ciò che accade a tutti dipende dai singoli, dalle case, dalle aule, dagli uffici, il bivio è ora. E mentre nei Balcani il nation-building ravviva le tensioni tra Macedonia e Bulgari a, nell’Europa italiana è festa: per un po’ una domenica in perfetta letizia . L’« economia delle persone », nel mondo, soffre: dal grande al piccolo la pandemia colpisce in sproporzione e localmente non siamo tutti uguali. Dal piccolo al grande la vita adesso è un effetto farfalla: una piccola azione può influenzare e propagarsi.

 

Biden e gli atti di fede di un presidente

PRESIDENZIALI USA Biden e gli atti di fede di un presidente Solo la Storia dirà se riuscirà nell’impresa di guidare il Paese fuori dalla tempesta. Ma è certo è che l’America ha deciso di affidarsi a un profilo opposto a quello del suo predecessore. L'editoriale del professor Mauro Magatti per Avvenire 10 novembre 2020 di Mauro Magatti Diventare presidente degli Stati Uniti d’America, a 77 anni, nel mezzo di una pandemia che continua a mietere migliaia di morti, con un’economia in difficoltà e un Paese in preda a forti scontri razziali richiede molto coraggio. Quel che è certo è che l’America ha deciso di affidarsi a un timoniere che, dal punto di vista umano, non poteva essere più diverso dal suo predecessore. Un tratto che i critici considerano il suo vero punto debole, ritenendolo un atteggiamento poco virile nei confronti di una realtà scossa da fortissime tensioni. E in un’altra intervista: «La mia fede mi implora di avere una gestione preferenziale per i poveri e come presidente farò di tutto per combattere la povertà e costruire un futuro che ci porti più vicino ai nostri ideali» ('The Christian Post'). Continua a leggere su Avvenire * Docente di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica #magatti #avvenire #biden #usa #politica Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Al lavoro nella Grande mela

Grazie a questa multiculturalità ho avuto la possibilità di perfezionare ulteriormente il mio livello di inglese, oltre che di gustare alcuni piatti tipici dei Paesi da cui provenivano i miei nuovi amici. Lavoravo al decimo piano in un meraviglioso ufficio da cui si vedevano tutte le vie affollate di taxi gialli e turisti, oltre che le luminose insegne pubblicitarie, e tutto questo mi dava l’impressione di vivere la vita di quei protagonisti dei film americani. Mi sono occupata di Media Communications, ho creato contenuti per i social media al fine di promuovere la compagnia e ho contattato diverse aziende con lo scopo di creare una rete di partnership. Spesso alcuni colleghi di altre aziende che condividevano lo stesso ufficio di coworking offrivano per pranzo pizza o donuts, insieme a enormi bibite colorate, il che ti ricordava costantemente di essere davvero in America. Grazie alle escursioni organizzate da Interngroup, ho avuto modo di visitare il Top of the Rock, il Guggenheim Museum, partecipare a workshop di lavoro e visitare il museo dedicato alle vittime dell’11 settembre; esperienza molto toccante, soprattutto perché abbiamo conosciuto e ascoltato le testimonianze di alcuni sopravvissuti. Posso dire di aver davvero vissuto nella grande mela, lavorando, immergendomi nella cultura americana fatta di jazz, bbq all’aperto, facendo jogging in Central Park la domenica mattina, imbattendomi in venditori improvvisati di mango o noccioline agli angoli delle strade, il tutto circondata da grattacieli che sfiorano il cielo. In questa città stracolma di insegne luminose, lavoratori in giacca, cravatta e sneakers, senza tetto che chiedono aiuto con le lacrime agli occhi, ho vissuto un’esperienza indimenticabile e incontrato compagni di viaggio con i quali tutt’ora mi sento e spero di incontrare di nuovo.

 

Black vote matters, il voto afroamericano potrebbe incoronare Biden

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. La polarizzazione dello scenario politico è stata animata e incoraggiata da Trump, che fin dal principio ha imposto la sua idea di politica caratterizzata da spaccatura, litigiosità e da quel clima di microconflittualità che ha contraddistinto ogni disputa. L’aggressività di Trump ha contribuito a surriscaldare gli animi? «Sì, proteste e crisi sociale sono la conseguenza più tragica e visibile, anche perché ci sono di mezzo questioni importanti, come i diritti delle persone e la sicurezza nazionale, che sono temi molto cari a tutti gli elettori. Era comunque abbastanza scontato per la stagione che viviamo che Biden scegliesse una donna di colore e, forse, questa inevitabilità ha tolto un po’ di quella carica che Kamala ha e pure in grande abbondanza. Sul tentativo di mobilitazione di questi due segmenti di popolazione si basa la campagna di Biden, che è fondamentalmente riassumibile con uno slogan (anche perché non ce ne ricordiamo molti altri): “Se volete cambiare lo scenario attuale, l’unica cosa che potete fare è votare”». Utilizzando una sua metafora, si potrebbe dire, dopo quest’inchiesta, che il presidente che avrebbe dovuto “prosciugare la palude” se n’è costruita un’altra, più confacente alle sue caratteristiche, in cui i punti di partenza, di smistamento dei privilegi sono i suoi alberghi, i suoi resort, in soldoni la Trump Organisation. Trump, che prova disprezzo per tutto ciò che è multilaterale, per tutte le decisioni collettive, ha stroncato volontariamente questa fiducia, che dal dopoguerra in avanti è rappresentata dalle istituzioni internazionali e da tutte le loro declinazioni.

 

Alla guerra dei dazi

Un’iniziativa già tentata da Bush nel 2003, che ha il chiaro intento di sfavorire la Russia, il Giappone e, soprattutto, la Cina, nei due settori citati, particolarmente sensibili per gli Usa. Una chiara delegittimazione dell’Organizzazione mondiale del commercio, secondo Andrew Spannaus , giornalista americano che già mesi prima aveva previsto la vittoria di Trump, per la sua capacità di intercettare le reali esigenze del popolo americano, di quelle classi oppresse che ormai rappresentano il 75% dei Paesi ricchi. Su una lunghezza d’onda diversa il direttore dell’ Aseri Vittorio Emanuele Parsi ( in alto la sua videointervista ), che ritiene vi sia «una visione teologica, astorica del libero commercio», che invece ha causato questa distribuzione iniqua delle risorse nelle nazioni più sviluppate. Il protezionismo (che Trump di certo non ha inventato) a suo tempo ha fatto aumentare i dati relativi al commercio degli States e permesso di proteggere lo standard e la qualità dei loro prodotti. È questo ciò che preme maggiormente al Presidente, quello che ha promesso ai suoi elettori e che ora tenta di rispettare: produrre, far crescere la manifattura, ridurre il deficit commerciale e il gap con la Cina. Per il professor Luca Rubini dell’Università di Birmingham, invece, ciò che ha causato questo divario sempre più netto tra poveri e ricchi è la mancanza di politiche interne mirate, non il libero commercio. I dazi nascono per sfavorire la Cina ma in realtà impattano più sul Canada, sul Messico e sull’Unione Europea, tanto che è stato rinviato fino a giugno l’ultimatum all’Unione europea, nel tentativo di trovare finalmente un accordo proficuo per entrambe le parti in causa.

 

Dallo storytelling alla post-verità

VITA E PENSIERO Dallo storytelling alla post-verità Mentre inizia l’era Trump, una riflessione sul senso di un’elezione dirompente, dove conta inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile, talvolta inverosimile, può diventare una realtà incontrovertibile. Memori della pessima fama che la forma di governo democratica aveva lasciato, vollero impedire che la nascente repubblica fosse lacerata dalle lotte tra fazioni. E proprio per evitare che l’elezione del presidente degli Stati Uniti potesse scatenare lo scontro delle passioni politiche e mettere a rischio la pace, consegnarono a un collegio di grandi elettori il compito di scegliere chi dovesse essere il capo dell’esecutivo. E cioè quel candidato che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava solo una comparsa del grande circo elettorale americano, ma che, mese dopo mese, macinando vittoria dopo vittoria, è riuscito a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Forse più che formulare previsioni è utile in questo momento riflettere su ciò che ha rappresentato l’elezione di Donald Trump e sulle motivazioni che hanno condotto a un risultato che – comunque la si pensi – rappresenta uno shock destinato a lasciare una traccia profonda. In questo senso la polemica di Trump contro Wall Street e contro l’establishment non sarebbe altro che la reincarnazione di quel vecchio populismo agrario che, sul finire dell’Ottocento, impugnò la bandiera del “sogno americano” contro la “plutocrazia” delle grandi corporations. Perché molto più efficaci diventano strutture di comunicazione personali, capaci di penetrare dei reticoli dei social network, di inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile – o in qualche caso inverosimile – può diventare una realtà dimostrata e incontrovertibile, quasi impossibile da scalfire persino con le più sofisticate argomentazioni.

 

Elezioni Usa, la sfida di Bloomberg

il commento Elezioni Usa, la sfida di Bloomberg Per il candidato presidente la strategia fin qui seguita dai democratici non è più la carta decisiva. L’analisi del professor Vittorio Emanuele Parsi su “Il Messaggero” 26 novembre 2019 Pubblichiamo l’incipit dell’editoriale del professor Vittorio Emanuele Parsi uscito su “Il Messaggero” di Vittorio Emanuele Parsi * Battere Trump e il suo estremismo non opponendogli una piattaforma radicalmente “liberal”, ma attraverso l’uscita dalla radicalizzazione e dalla polarizzazione. Perché possa concretizzarsi, Bloomberg dovrà innanzitutto vincere le primarie democratiche, strappandole probabilmente a Elizabeth Warren, una candidata su posizioni e di formazione decisamente più “radical” rispetto al tre volte sindaco di New York, peraltro transitato abbastanza recentemente dal Partito repubblicano a quello democratico. Bloomberg punta sulla preoccupazione di fasce crescenti dei ceti medi (oltre che delle élite) circa i danni permanenti che il populismo identitario del presidente sta arrecando a un sistema istituzionale da tempo sottoposto a torsioni. In termini internazionali, ritiene che la politica “neo-jacksoniana” di Trump stia oggettivamente indebolendo quella rete di relazioni e alleanze – protetta e amplificata da innumerevoli istituzioni internazionali – che ha fornito agli Stati Uniti il vantaggio competitivo e fin qui esclusivo rispetto agli sfidanti: effettivi e potenziali. Bloomberg si colloca nella lunga tradizione di leader che aspirano alla vittoria occupando il “centro” dello schieramento politico. docente di Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze politiche e sociali e direttore dell’ Alta Scuola in Economia e relazioni internazionali (Aseri) dell’Università Cattolica [continua a leggere su "Il Messaggero"] #bloomberg #democratici #elezioni usa #primarie Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Chi vince dovrà gestire le rovine d’America

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Non sarà una sorpresa se Biden vincerà per il maggior numero di voti, ma sappiamo bene che per il modello elettorale americano questo non significa che sarà sicuramente lui il presidente. Non è un caso che sia il luogo in cui Biden è nato ma è anche uno degli Stati che quattro anni fa ha regalato la vittoria a Trump. Va detto però che gli elettorati sono molto polarizzati, è vero che c’è una fascia di Repubblicani che non ama Trump, ma stiamo comunque parlando di un partito in cui non c’è un’idea di ripartenza. Crede che una parte dell’elettorato democratico possa astenersi? «La sensazione è che la scelta di Kamala Harris come vicepresidente sia stata felice, perché è una rappresentante degli afroamericani ma è anche un volto fresco, e seppur non sia una giovanissima leva, ha portato più energia. Quali potrebbe essere le novità più immediate che potrebbe comportare una vittoria di Biden? «In America non ci sono quasi mai svolte radicali, però sicuramente cambieranno i rapporti con gli alleati, con l’Europa, con la Nato, che avranno una fase di distensione notevole rispetto a Trump. Per concludere, possiamo dire che questa campagna elettorale è stata una delle peggiori di sempre? «Finora si parlava degli Stati Uniti come della più grande democrazia occidentale, ma queste elezioni hanno mostrato ancora di più che l’America non ha più alcuna lezione da dare ad altri Paesi.

 

La campagna “Covid related” potrebbe cambiare inquilino alla Casa Bianca

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e alcuni dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Per queste ragioni è venuto a mancare quello scontro che tradizionalmente negli ultimi due mesi caratterizza le campagne elettorali, privando il dibattito politico di quell’elettricità e di quella tensione vibrante che ne sono sempre stati il tratto distintivo». I due candidati hanno cercato di mettere più in cattiva luce l’avversario, piuttosto che illustrare i punti di un programma… «È stata una campagna elettorale povera di contenuti, priva di grandi idee, con dei toni assolutamente esagerati. A proposito di mobilitazione dei vari componenti del tessuto sociale americano, non è forse un po’ pretestuoso classificarli in maniera netta e presumere di ottenerne l’appoggio indiscriminato, dal momento che questi segmenti di popolazione al loro interno sono molto articolati? A che cosa si sta riferendo? «L’altro giorno la Borsa di Wall Strett ha fatto registrare una pesante perdita, che ha suggellato una settimana di “profondo rosso”. Così chi ha investito il suo “tesoretto” in questi fondi, si ritrova ora con un capitale che da 300mila dollari è sceso a poco più di 200mila e allora, dinanzi a queste ingenti perdite, potrebbe trasformare il suo voto in un voto di protesta». L’America oggi è un Paese che vive sul crinale della tensione, ci sono movimenti a destra e a sinistra che, come hanno ampiamente dimostrato negli ultimi tempi, sono in grado di trasformare una protesta pacifica in una rivolta violenta, in una guerriglia urbana dai connotati politici.

 

Il mondo alla prova Trump

analisi Il mondo alla prova Trump Per il professor Vittorio Emanuele Parsi l’ordine internazionale liberale può essere danneggiato dalla nuova presidenza Usa: potrebbero rivelarsi quattro anni perduti in un mondo dove crescono le diseguaglianze. Sono solo alcune, nemmeno tutte, delle perle di saggezza contenute in un’intervista a ruota libera rilasciata domenica scorsa al Times e alla Bild dal neo-presidente Donald Trump , che il 20 gennaio si insedierà alla Casa Bianca. Ne emerge un quadro desolato e preoccupante dello stato di salute della democrazia americana, che ha consentito l’elezione di un candidato le cui idee sul mondo sono un impasto di pregiudizi da bar e colossale ignoranza: una marea di sciocchezze. Al di là del legittimo sconcerto, ciò che preoccupa maggiormente è la considerazione che le istituzioni su cui si è fondato il concetto di Liberal World Order (l’ordine internazionale liberale) possano essere danneggiate irreparabilmente da quattro anni di presidenza Trump. Ma il futuro dell’Alleanza Atlantica, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e delle Nazioni Unite ha a che fare con la vita di tutti noi. In queste istituzioni si è incarnata quell’egemonia politica e culturale degli Stati Uniti che ha fatto definire il Novecento come “il secolo americano”. Ma è soprattutto la diseguaglianza che sta tornando a essere la cifra più inaccettabile del mondo che stiamo lasciando in eredità alle future generazioni. La sensazione è che i quattro anni di questa nuova presidenza saranno, ad andar bene, quattro anni perduti: un lusso che decisamente non potremo permetterci.

 

A Boston tra teoria e pratica

UCSC INTERNATIONAL A Boston tra teoria e pratica Le tre settimane di Summer Program di Anna, del Cimo, sono state un’esperienza di learning by doing: dalle lezioni al lavoro in gruppo, dall’organizzazione di un evento in città al corso di Public Speaking davanti alle telecamere. Oltre che per le lezioni potevamo recarci lì per lavorare in gruppo, usufruire delle aule studio e delle stampanti, ma anche per rilassarci, stenderci sul prato o sederci sulle panchine e scambiare due chiacchiere: insomma un vero e proprio spazio a misura di studente. I tre corsi che questo Summer Program prevedeva (Interactive Marketing, Event Management and Public Speaking) hanno decisamente superato le mie aspettative, sia a livello di organizzazione, sia di competenze e conoscenze acquisite. Per questo corso e quello di interactive marketing siamo stati in visita a hotel, agenzie e vari palazzi, abbiamo anche avuto occasione di parlare e fare domande dirette a chef o a responsabili delle strutture visitate. Sahl , ex giornalista, è stato per tutti un grande riferimento, anche per gli altri nostri professori, che fin dal primo giorno ce l’hanno descritto come un “uomo modello” per la sua esperienza lavorativa ma anche il suo modo di porsi, pacato ma autorevole al tempo stesso. Nessuno di noi aveva la minima idea di come si gestisse un programma televisivo, dalla stesura del copione al movimento delle telecamere, fino alla regolazione del volume dei microfoni. Grazie alla sua professionalità e alle sue preziose indicazioni siamo stati in grado di creare e registrare una nostra versione del programma “ Adesso Boston ”: è stata davvero una delle esperienze più divertenti e significative, non posso che ripetere una frase che è presto diventata un mantra “Grazie maestro”.

 

Iran, se lo stratega diventa un martire

L'analisi Iran, se lo stratega diventa un martire Secondo il professor Riccardo Redaelli , la decisione di uccidere il generale Soleimani è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. E l’amministrazione Trump è priva di una strategia politica per la regione 10 gennaio 2020 L’analisi della situazione del Medioriente nell’editoriale del professor Riccardo Redaelli pubblicato da “Avvenire”. Il primo è che l’Amministrazione Trump, checché ne dicano i suoi sostenitori e gli scatenati sovranisti europei che ne apprezzano ogni mossa, è palesemente priva di una strategia politica per la regione. La decisione di uccidere un personaggio importante e popolare quale Soleimani, oltre al vice-comandante delle Forze di mobilitazione popolare irachene, al-Muhandis – un capo milizia che era tuttavia inserito nella catena di comando del sistema di difesa iracheno – è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. Si è così trasformato un abile stratega iraniano in un martire che rimarrà nella storia di quel Paese, dopo averne esagerato le capacità e i successi. Il problema è che alla Casa Bianca e nei Dipartimenti che contano mancano centinaia di consiglieri e dirigenti, eliminati e mai rimpiazzati dal troppo attivo 'clan' Trump e dagli estremisti che circondano il presidente. docente di Geopolitica alla facoltà di Scienze politiche e sociali , Università Cattolica, campus di Milano [continua a leggere su “Avvenire”] #iran #soleimani #usa #medioriente Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Crisi iraniana, un ruolo cruciale per l’Ue

di Antonio Zotti * L’ondata d’instabilità innescata dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ha messo ancora una volta in evidenza gli stringenti limiti dell’influenza che gli attori europei esercitano nella regione mediorientale e nordafricana. Come al solito, è nell’Unione europea in quanto attore della politica internazionale che questa impotenza strategica trova la sua massima manifestazione. È infatti prevedibile che la riunione straordinaria dei ministri degli esteri dei Paesi membri, convocata dall’Alto rappresentante Borrell su iniziativa dei governi britannico, francese e tedesco, si limiterà al compito declaratorio di ribadire la “profonda preoccupazione” dell’Unione e a esortare a una riduzione della tensione. Le divergenze politiche fra Stati Uniti ed Europa generate dalla crisi iraniana evidenziano le carenze strategiche di quest’ultima. A tal proposito, proprio l’accordo sul nucleare offre un’utile prospettiva. Ciò dimostra come la dimensione economica dell’Ue rimanga una risorsa strategica potenzialmente rilevante, come pure la reputazione di attore relativamente affidabile perché rispettoso delle regole dell’ordine internazionale. docente di Istituzioni europee, corso di laurea interfacoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere e di Scienze politiche e sociali , campus di Milano #medioriente #iran #usa #escalation Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Era Trump, cosa cambierà?

Politica estera Era Trump, cosa cambierà? Ridefinizione dei ruoli di potenza e riformulazione dei rapporti internazionali. A Brescia un seminario ha discusso della visione, delle priorità e delle direttrici di politica estera della nuova amministrazione statunitense a due mesi dall’insediamento. Tra gli esperti intervenuti, introdotti dal prorettore Mario Taccolini : Carolina De Stefano , della Scuola Superiore Sant'Anna e George Washington University, Giuseppe Gabusi dell’Università di Torino, T.wai - Torino World Affairs Institute, Enrico Fassi , Andrea Plebani , Alessandro Quarenghi e Andrea Locatelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. politica #estero #economia #trump #usa Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Usa e Cina come Sparta e Atene?

milano Usa e Cina come Sparta e Atene? Secondo Anna Caffarena , autrice del libro “ La trappola di Tucidide e altre immagini ”, le relazioni internazionali sembrano non cambiare mai: un conflitto tra una potenza consolidata e una emergente può accendersi per le diverse rappresentazioni del mondo. by Matteo Chiesa | 09 aprile 2019 Durante la guerra del Peloponneso Sparta, potenza consolidata, si fece paladina del desiderio di libertà di molte altre Città-Stato facendo leva sulla loro paura di rimanere, o diventare, colonie di Atene. Una dimostrazione di come un conflitto tra una potenza consolidata e una emergente possa accendersi a causa delle diverse rappresentazioni del mondo all’interno delle quali ciascuna di esse vive. Ma soprattutto un monito affinché una spirale difensiva, in cui il rafforzamento del potere interno di un Paese viene assunto come minaccia da un altro e viceversa, non si ripeta tra Stati Uniti e Cina, le due grandi protagoniste del nostro tempo. Il caleidoscopio di immagini simbolo del 1989 coltivò la speranza di un progresso, impose un nuovo ordine mondiale, nutrì aspettative su un futuro equilibrio fatto di pace e prosperità, ben presto disatteso dal ritorno della politica di potenza, instauratasi definitivamente nel 2008. Ciò creò «una sorta di diplopia, uno sdoppiamento delle immagini parallele del mondo: da una parte quello senza confini, globalizzato, mentre dall’altra un mondo attraversato ancora da tantissimi conflitti». Queste rappresentazioni, però, non fungono solo da strumento per manipolare l’opinione pubblica ma rendono anche un discorso politico più semplice «come nello scontro di civiltà oppure servono per sottrarre una scelta politica all’analisi costi-benefici come nella guerra chirurgica».

 

Dopo l’Erasmus, lavoro a stelle e strisce

Ma ciò che ha reso così importante tutte queste esperienze sono le persone che ho incontrato nel mio percorso: mi hanno aiutato a inserirmi in contesti nuovi o a mettermi in gioco in qualcosa di diverso. Devo dire grazie ad ognuno di loro, ma anche alla mia università, che ha reso possibile questo itinerario che dalla Spagna mi ha portato nel cuore degli Stati Uniti. Questa esperienza mi ha sicuramente permesso di responsabilizzarmi, imparando a dividere equamente il mio tempo tra faccende di casa, lezioni, preparazione degli esami e uscite con compagni di corso della facoltà di economia o altri studenti Erasmus. Così, dopo una pausa di solo una settimana, sono volato direttamente negli States, in Maryland, per iniziare questa ulteriore, indimenticabile esperienza al più grande Water park di Ocean City. Così, dopo una settimana, sono andato nell'ufficio del mio capo chiedendole se potevo essere d'aiuto nello svolgimento di ulteriori mansioni, pur sapendo che il mio stipendio non avrebbe subito alcun aumento. Alla fine di ogni corso il superamento di un test scritto permetteva di essere promosso a un ruolo di maggiore responsabilità (con qualche dollaro in più). Così, quando inaspettatamente si è liberata una posizione manageriale, la mia direttrice mi ha proposto di ricoprirla: il giorno seguente ero al mio primo dei cinque giorni di training previsti dalle normative, in veste però di "manager supervisor".

 

Washington, chi c’è dietro la linea dura

Ecco quali possono essere le conseguenze 08 gennaio 2020 Abbiamo chiesto ad alcuni professori dell’Università Cattolica di spiegare le origini e gli sviluppi della nuova crisi mediorientale e di aiutarci a capire quali strumenti si possono adottare per spegnere la miccia di una situazione esplosiva. di Gianluca Pastori * L’uccisione di Qassem Soleimani rilancia in modo drammatico la “ vexata quaestio ” dei rapporti fra Washington e Teheran. Vale inoltre la pena di ricordare come l’attacco dello scorso 3 gennaio non sia il frutto di un’iniziativa individuale e come esso esprima una visione condivisa da almeno parte dell’élite di Washington. Al di là del “flettere i muscoli”, la Casa Bianca non ha alcun interesse a un confronto militare aperto con Teheran, soprattutto alla luce dei cattivi rapporti con il Congresso e nell’imminenza di un voto presidenziale che si preannuncia assai incerto. Come spesso accaduto, l’aumento di tensione provocato alla morte di Soleimani troverà, con ogni probabilità, uno sfogo “gestibile” nelle tante “ war by proxy ” che punteggiano il Medio Oriente. Si tratta, in molti casi, di voci e/o di speculazioni, che segnalano, tuttavia, una variabile in più da tenere in conto per inquadrare quanto accaduto nei giorni scorsi a Baghdad e per comprendere quali potranno esserne gli sviluppi. docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni politiche, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, campus di Milano #medioriente #usa #iran #trump Facebook Twitter Send by mail Print.

 

A Charlotte a scuola di diversità

Mi sono sentita in molte occasioni più “viva”, più coraggiosa, più intraprendente, più propensa ad abbracciare idee improvvise di viaggi, di esperienze nuove. In un contesto del genere infatti tutte le emozioni sono amplificate rispetto alla quotidianità che vivi in Italia, perché hai la consapevolezza che ci sarà una “data di scadenza”, che hai solo cinque mesi per ambientarti, creare amicizie, viaggiare, prepararti agli esami, per divertirti. Senza ombra di dubbio le persone con cui è più semplice legare sono gli altri studenti Exchange come te, con cui condividi il fatto di aver lasciato tutto per qualche mese, di aver deciso di intraprendere questa meravigliosa avventura senza sapere chi e cosa avresti trovato nel tuo cammino. Questo ti porta a credere di più nell’umanità in generale, in quanto ti ritrovi parte di una compagnia fatta di ragazzi provenienti dai contesti più disparati, diversi interessi, diversi corsi di studio, diverse attitudini e desideri, ma con i quali stai condividendo la stessa esperienza di vita. Ti senti parte di un gruppo in cui si impara ad andare oltre le differenze, a non giudicare modi di pensare e vivere diversi, perché diverso non significa sbagliato, anzi, è proprio quella diversità che rende ciascuno di noi unico e indispensabile. Senti di avere capito che non serve preoccuparsi troppo per una sconfitta ma anzi devi essere pronto a metterti in gioco, a buttarti e vedere come va. Sicuramente alla fine di questa esperienza sei pronto ad aprirti a nuove esperienze e possibilità che altrimenti prima ignoravi. Credi di più in te stesso, nelle tue capacità, di poter riuscire a fare tutto quello che desideri e nessuno potrà più fermarti nel perseguire i tuoi sogni più ambiziosi.

 

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