di Clara Tirloni *

«Munaypata significa La collina dell’amore». Ce l’ha spiegato Elsa il nostro primo giorno di lavoro al Centro Mario Parma. Se l’avessimo saputo prima Sara e io saremmo partite molto più tranquille. Invece, noi che fuori dall’Europa non avevamo mai viaggiato, non riuscivamo a immaginarci cosa avremmo trovato in questo barrío della capitale boliviana La Paz. Sapevamo soltanto che saremmo andate dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, sotto l’Equatore e in cima alle Ande.

L’impatto all’arrivo è stato forte: nella luce fioca delle sei del mattino riuscivamo a intravedere baracche e case pericolanti, furgoncini (che presto avremmo imparato a chiamare “mini” e “micro”) che si affollavano disordinati per le strade e donne anziane sedute in terra pronte a vendere alimentari e stoffe. Al di là dei finestrini appannati del pick-up che ci stava portando dall’aeroporto al quartiere di Munaypata, sembravano regnare il freddo, il caos e la povertà.

I modi simpatici e premurosi di padre Fabio, il parroco della parrocchia dove avremmo alloggiato, e il sorriso di Elsa, la direttrice del centro dove avremmo lavorato, ci hanno però fatto capire che eravamo in buone mani. Presto avremmo anche imparato che la prospettiva migliore per conoscere La Paz non è “al di qua” di un finestrino, ma è dal cassone esterno del pick-up. Solo da qui si possono sentire i rumori della città e il vento fresco nei capelli, sobbalzare a ogni dislivello della strada sterrata e soprattutto ammirare la nitida immagine del monte Illimani che con i suoi 6.402 metri di altezza sorveglia la “Ciudad Maravilla”.

Poche ore dopo il nostro arrivo, ci siamo ritrovate alla messa domenicale nella chiesa di Santiago Apóstol, circondate da bambini e ragazzi di tutte le età, che ci hanno accolto con entusiasmo sulle note di un canto: una commovente benedizione del servizio e del tempo che avremmo offerto alla loro comunità. Mi sono subito ripromessa che avrei lavorato al meglio delle mie capacità per non deludere chi mi stava ospitando, chi stava mostrando fiducia in me, chi mi stava sin da subito donando tanto amore.

In un mese di lavoro al entro de Rehabilitación Neurológica Infantil “Mario Parma” ho visto decine di bambini affetti da disturbi del neuro sviluppo, bimbi trascurati e con gravi difficoltà relazionali, madri sole e incapaci di comprendere e di sostenere il peso delle diagnosi fatte ai loro figli e famiglie segnate da traumatici episodi di violenza. La guida dei nostri colleghi e tutor Isabel e Jaime è stata fondamentale. Molti pensano che lavorare con i bambini significhi giocare, ridere e ricevere abbracci, ma pochi sanno quanta professionalità e preparazione specialistica, quanto coraggio siano necessari per dare speranza e sorridere a chi troppo presto ha conosciuto sofferenze troppo grandi.

Ogni giorno tornavamo a casa con tanti pensieri e domande, ed era spesso la vita in parrocchia ad aiutarci a riflettere sul senso di ciò che vedevamo e sull’importanza della nostra esperienza di volontariato. Padre Fabio, padre Giovanni e i due giovani missionari Alessandro e Paola sono diventati presto la nostra famiglia: il contagioso entusiasmo e la dedizione che mostrano sempre per la loro missione li ha resi il nostro principale punto di riferimento.

Ci siamo lasciate coinvolgere in numerose attività della vivace comunità di Munaypata e ci siamo immerse così nella realtà di un luogo tanto povero di beni materiali quanto ricco di tradizioni affascinanti (dalle danze popolari ai costumi tradizionali delle “cholitas”) e di una popolazione dal carattere solare e accogliente. Un appuntamento quotidiano che ci stava particolarmente a cuore era quello al Comedor, dove circa 150 bambini ci aspettavano per ricevere un pasto caldo. I più piccoli ci chiedevano di imboccarli, alcuni di soffiare sulla minestra perché scottava, altri semplicemente volevano giocare con noi o essere ascoltati mentre raccontavano della loro giornata al collegio, essere presi in braccio o coccolati.

Il nostro Charity Work Program è stato un’esperienza “al quadrato”: la vita in parrocchia e il lavoro al centro si sono rivelate attività complementari poiché l’una potenziava e consolidava gli aspetti che apprendevamo nell’altra. Sarebbe impossibile scindere ciò che abbiamo imparato a livello professionale da ciò che abbiamo vissuto sul piano umano, personale e spirituale.

Tra le strade sterrate e sempre in salita di La Paz ho ritrovato le motivazioni più profonde che mi hanno spinta ad intraprendere il mio percorso universitario e ho scoperto in me risorse che non sapevo di avere. Forte dell’affetto che ho ricevuto da tutte le persone che ho incontrato, ho capito di potere e di voler dare il mio contributo nel mondo: il sogno è quello di ritornare a Munaypata un giorno ed il progetto è quello di proseguire in studi specialistici che mi permettano così di tornarvi arricchita da nuove competenze.

Dall’altra parte dell’Oceano, sotto l’Equatore, a 3800 metri di altezza ho vissuto intensamente un insegnamento che sempre porto nel cuore: “Dicono che capendo noi stessi, capiremo meglio gli altri, ma io vi dico, amando gli altri impareremo qualcosa in più su noi stessi.” (Kahlil Gibran)

* 22 anni, di Brescia, laureata in Scienze e tecniche psicologiche, facoltà di Psicologia, campus
 di Brescia

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