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ROMA

Tumore al fegato, al Gemelli sbarca la radioembolizzazione

Un anziano paziente trattato con successo con questa sofisticata arma per curare gli epatocarcinomi resistenti ad altre terapie. Il Policlinico diventa il terzo centro del Lazio dotato di questo dispositivo

Studi e Ricerche, Roma
Pubblicato: 05 agosto 2011

di Emiliana Stefanori e Nicola Cerbino

Il primo trattamento di radioembolizzazione epatica con un dispositivo medico di ultima generazione è stato eseguito nei giorni scorsi con successo al Policlinico universitario “Agostino Gemelli” di Roma su un paziente anziano di 84 anni affetto da una neoplasia al fegato di elevate dimensioni (9cm) con associata trombosi portale, che non permetteva qualunque altra forma di terapia. La procedura è stata eseguita senza alcuna complicanza e il paziente è stato dimesso in buone condizioni cliniche quattro giorni dopo il trattamento.

Il Gemelli diventa così il terzo ospedale della Regione Lazio, insieme all’Istituto Regina Elena e all’Ospedale di Latina, a poter offrire ai malati di tumore epatico resistente ad altri trattamenti questa sofisticata procedura. Per questo primo trattamento di radioembolizzazione epatica gli specialisti del dipartimento di Bioimmagini e Scienze radiologiche del Gemelli, diretto dal professor Lorenzo Bonomo, hanno impiegato un device di nuova generazione rispetto a quello utilizzato nelle altre due strutture chiamato “TheraSphere”.

Sono solo otto in Italia i centri oncologici attrezzati per l’impiego di questa procedura con TheraSphere, affiancandosi a prestigiosi centri di trattamento europei quali la “Bclc Group Hospital Clinic” di Barcellona (Spagna) e il “Centre Eugene Marquis” di Rennes (Francia), e 18 in totale, considerando i centri italiani che utilizzano anche l’altro dispositivo medico in commercio (Sirtex).

«La radioembolizzazione si caratterizza per essere una procedura gestita in maniera multidisciplinare – spiega Lorenzo Bonomo - con la presenza di competenze chirurgiche, gastroenterologiche, radiologiche, medico-nucleari e fisiche, tali da rendere possibile l’esecuzione del trattamento in maniera sicura ed efficace».

Il risultato raggiunto al Gemelli, che permette di aggiungere una nuova efficace arma all’arsenale di strumenti per combattere l’epatocarcinoma, è stato possibile grazie al lavoro del Gruppo multidisciplinare per la gestione dell’Epatocarcinoma denominato HepatoCatt, attivo dal 2008. Il gruppo comprende tutti gli specialisti che operano in tale ambito (epatologi, radiologi diagnostici e interventisti, chirurghi del fegato e del trapianto, oncologi, anatomo-patologi, radioterapista, medici nucleari, fisici). A oggi, con oltre 250 nuovi casi di cancro al fegato valutati e trattati ogni anno, il Gemelli si pone come l’ospedale con la maggiore casistica del Lazio e del Centro-Sud e tra i primi tre d’Italia.

La radioembolizzazione epatica può essere utilizzata in pazienti con tumori epatici primitivi (epatocarcinoma o colangiocarcinoma) o secondari (metastasi da tumore colon-retto, mammella, neuroendocrini) e ha dimostrato buoni risultati in termini di risposta locale di malattia e soprattutto di sopravvivenza. In particolare, l’utilizzo di TheraSphere, device di nuova generazione, grazie alla sua scarsa azione ischemizzante sul parenchima epatico ed efficace azione radiante selettiva sul tumore, trova indicazione specifica in pazienti con trombosi portale che non hanno un’altra opzione chirurgica, ma che dovrebbero essere trattati in alternativa con terapia antiangiogenetica di supporto, con più bassi risultati in termini di controllo locale di malattia e sopravvivenza media dimostrati in letteratura.

La radioembolizzazione è una procedura di radiologia interventistica che consiste nella iniezione nel tumore di microsfere di vetro, che contengono l’elemento radioattivo ittrio-90 utilizzando come vettore il sangue del tumore stesso. «Nel dettaglio - spiega Roberto Iezzi, del dipartimento di Bioimmagini e Scienze radiologiche del Gemelli - vengono iniettate milioni di microsfere di vetro dai medici nell’arteria epatica, che irrora la lesione tumorale tramite un microcatetere; la radiazione raggiunge il tumore epatico attraverso i vasi sanguigni, distruggendo le cellule tumorali in esso contenute, con danni minimi al circostante tessuto sano».

Il trattamento prevede due fasi: nella prima fase diagnostica si valutano le arterie afferenti al tumore e si infondono attraverso un catetere alcune sfere innocue, simili per forma e dimensione alle microsfere di Ittrio-90, utili per ottenere un “imaging diagnostico“ e per eseguire un’indagine scintigrafica finalizzata a individuare la distribuzione delle sfere iniettate. Nella seconda fase si procede all’iniezione transcatetere di sfere marcate con Ittrio-90, posizionando il catetere nella stessa posizione della fase diagnostica, al fine di escludere l’azione radiante ad altre parti del corpo quali stomaco e anse intestinali.

La radioembolizzazione epatica viene eseguita in anestesia locale, tramite una piccola incisione dall’inguine, senza richiedere tagli chirurgici. È un trattamento non doloroso, ben tollerato, con minimi effetti collaterali; in particolare, dopo il trattamento il paziente può presentare una sindrome caratterizzata da febbricola, stanchezza, affaticamento e riduzione dell’appetito, che tende a risolversi spontaneamente dopo 10-12 giorni. I dati attualmente riportati in letteratura hanno dimostrato che tale procedura consente un significativo aumento dell’aspettativa e della qualità di vita dei pazienti con patologia epatica in stadio avanzato, per i quali non ci sarebbe stato alcun altro trattamento possibile.

Emiliana Stefanori e Nicola Cerbino




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