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La comune passione per il teatro

Milano La comune passione per il teatro Nel 1955 Andrea Camilleri conosce Mario Apollonio in occasione del concorso per funzionari della neonata Rai. Un incontro che non si è più ripetuto. luglio 2019 di Paola Provenzano * Camilleri in Ora dimmi di te (Bompiani 2018) si rivolge alla sua pronipotina Matilda, le affida pensieri e ricordi, si cala nelle sue memorie e le consegna delle immagini vive, da custodire. Tra gli incontri di una vita di cui la rende partecipe vi è quello con il professor Mario Apollonio , nostro docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore tra il ’42 e il ’71. Sostenni gli orali a Roma, la commissione era presieduta da un grande storico del teatro e della letteratura, il professor Mario Apollonio - così scrive Camilleri in Ora dimmi di te -. Credo di interpretare il pensiero della commissione dichiarandole che ci rivedremo presto a Milano per il corso di formazione” - continua a raccontare Camilleri nel libro -. Costa aveva incontrato Apollonio che gli aveva espresso il rammarico per la decisione del presidente della RAI, ing. Filippo Guala, di escludere Camilleri. Di quell’esperienza, più che l’amarezza per la delusione, rimane stemperato dagli anni, per la sua Matilda, quel dialogo vivo, non inquinato da divergenze ideologiche, fra due uomini che pur partendo da terreni tanto differenti si erano ritrovati nella stessa passione per la parola viva e partecipata del teatro.

 

Lo scrittore che abitava la sua lingua

Milano Lo scrittore che abitava la sua lingua A 93 anni è morto Andrea Camilleri, padre del commissario Montalbano, maestro indiscusso del giallo e di una narrativa paradossale, tanto più amata quanto più circoscritta nei particolarismi. luglio 2019 di Giuseppe Lupo * Ho incontrato Andrea Camilleri due volte, quando gli era stato attribuito il Premio Campiello alla carriera, nel 2011, e quattro anni più tardi, nel 2015, quando la Casa del Manzoni, a Milano, lo aveva invitato per un dialogo a posteriori con l’illustre inquilino di via del Morone. Camilleri non abitava una regione con un preciso orizzonte spazio-temporale, ma una lingua, la sua, che aveva regole a cui piano piano i lettori si erano abituati, accettando termini su cui in altri casi avrebbero sorvolato per fretta, per incompetenza, per avversione verso gli idiomi troppo caratterizzati. Camilleri si era cimentato con un personaggio enigmatico e affascinante come Edoardo Persico: un napoletano laureato in giurisprudenza, morto a soli trentasei anni, che era stato tra i protagonisti della Milano astrattista e razionalista negli anni Trenta. Persico non era solo un intellettuale, ma un crocevia culturale e Camilleri si era avventurato fra le numerose domande che la sua vita aveva lasciato irrisolte, cercando di mettere ordine, come un giallista sa fare, negli indizi, nelle supposizioni, nelle prove. Negli ultimi tre dichiarava di non avere più piste per proseguire nelle sue indagini, smetteva i panni del commissario e assumeva l’abito del facitore di storie: tre capitoli racchiudevano tre differenti supposizioni sulla morte di Persico e dunque, a ritroso, anche sulla sua esistenza e sul suo lavoro. Camilleri dimostrava di essere andato alla scuola di Manzoni: la formula che Manzoni usa per il genere del romanzo storico, il “componimento misto di storia e invenzione”, era stata rispettata in tutte le sue parti.

 
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