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Collegio, un campus in città

Fu così per tanti ragazzi venuti dalla provincia italiana, come Romano Prodi che in una video intervista racconta di un periodo in cui si credeva che Milano diventasse come New York. Gemelli era convinto che un medico o un avvocato necessitassero non solo di una solida competenza tecnica, ma anche di approfondimenti che favorissero la formazione di uno spirito critico. Parole che trovano un’eco nella riflessione di don Luigi Galli , assistente spirituale di uno dei collegi milanesi: «Mi sembra che le generazioni attuali siano molto più libere rispetto alle precedenti. Perché allora in Italia quella dei collegi sembra una proposta fuori moda rispetto all’immagine “ cool ” che hanno saputo costruire i campus anglosassoni? È ancora possibile “creare élite senza essere elitari”? «Oggi è difficile dare una definizione di classe dirigente - prova a spiegare Casonatto -. È innegabile che, rispetto ai decenni passati, ci sia stato un minimo di flessione, perché i grandissimi nomi sono venuti a mancare, ma consideriamo anche il fatto che i meccanismi di selezione della classe politica, per esempio, sono molto cambiati. UNA FORTE ESPERIENZA COMUNITARIA È quello che l’università italiana va perdendo per strada, a favore di un modello che assomiglia sempre di più allo stile della scuola superiore. Oggi non hanno più molto senso, perché ci troviamo a che fare con delle matricole che sono tali solo per il collegio, mentre magari queste ragazze frequentano già una specialistica e hanno alle spalle una laurea triennale in un’altra università».

 

Portrait, ritratto del collegiale

MILANO Portrait, ritratto del collegiale 04 giugno 2010 Sono state le prime a sentire che c’era da aggiustare il tiro. Per esempio i ludi, le manifestazioni goliardiche, sono ancora organizzati secondo lo schema delle lauree quadriennali - spiegano le ragazze del collegio -. Oggi non hanno più molto senso, perché ci troviamo a che fare con delle matricole che sono tali solo per il collegio, mentre magari frequentano già una specialistica e hanno alle spalle una laurea triennale in un’altra università». È nato da queste esigenze “ Portrait ”, un acrostico che, nel “ritrarre” il profilo del collegiale responsabile e consapevole, intendeva rendere attuali i valori del Progetto formativo dei collegi. In quanto “cum munus” (dono), la vita comunitaria chiede che, oltre a divenire consapevoli del senso della regola, si sia disposti a regalarsi reciprocamente qualcosa, cioè a costruire relazioni basate sulla fiducia. La convivenza funziona se si diventa consapevoli che l’incontro e lo scontro con gli altri producono valore: nessuno si nasconde che vivere gomito a gomito può produrre anche conflitto. Ma lo verificano ogni giorno, consapevoli che il collegio non è un luogo protetto dal mondo, ma una palestra in cui si impara a distinguere i problemi dalle persone, a concentrarsi sugli obiettivi piuttosto che sulle posizioni, a riconoscere le differenze autorizzandosi a essere creativi.

 
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