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Ci voleva il Covid per capire che (in democrazia) uno non vale uno

Politologia Ci voleva il Covid per capire che (in democrazia) uno non vale uno Se c’è una verità che l’emergenza ha rivelato è la rivincita delle competenze nel guidare l’azione politica. Pendiamo dalle labbra di coloro che hanno studiato a lungo i virus, che possono avanzare, a ragion veduta, delle soluzioni per arrestare la pandemia e per farci tornare a vivere nell’agognata normalità. È indubbio, però, che l’emergenza sanitaria in atto a livello globale ha svelato (con tutto il suo carico di problematicità) un tema rimasto sottotraccia nel dibattito pubblico o trattato in maniera alquanto semplicistica: la necessità di usufruire del parere degli esperti per assumere decisioni politiche. Già molto tempo prima della diffusione del coronavirus, tale compromesso è apparso in crisi profonda e una delle principali cause è proprio legata al fatto che l’idea che sia un’élite a decidere le sorti della società ha perso molto credito. Il Covid-19 ci ha invece aperto gli occhi sul fatto che la partecipazione di tutti è essenziale in una democrazia, ma che in alcuni momenti non tutti possono dire la loro. Dobbiamo essere orgogliosi dei talenti che abbiamo ricevuto e metterli al servizio di una società che deve essere capace di apprezzarli. Sono così nati quattro ebook di riflessioni spirituali: Il potere della speranza di monsignor Tolentino Mendonça , I giorni del nemico di Giuliano Zanchi , Il segno delle Chiese vuote di Halik , il libro fotografico La via sacra della Pandemia di Alexandre Palma .

 

Covid, mi si è ristretta la democrazia

Ci sono state altre epidemie nel passato, anche nel corso del ‘900, e ciascuna ha una storia diversa, come differenti sono le società che vi si misurano» spiega Damiano Palano , docente di Scienza politica alla facoltà di Scienze politiche e sociali e direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica. La prima è la perdita di prestigio della democrazia liberale nel mondo: la sua capacità di gestione della crisi non si è rivelata particolarmente efficiente e il modello cinese, invece, è guardato da molti come più efficace. Una tendenza presente da tempo, che si è ulteriormente rafforzata: l’idea di concedere poteri straordinari e di sospendere la dinamica democratica per garantire un intervento più efficiente è una tentazione che, al di là del caso di Orban in Ungheria, è ugualmente ben presente anche altrove». Più che un’inversione di tendenza la gestione dell’epidemia innesca un’accelerazione con un duplice risvolto: se da un lato questo potrebbe rassicurare, dall’altro può preoccupare perché sottopone a ulteriori tensioni delle istituzioni che si sono col tempo indebolite sempre di più». C’è però anche un altro aspetto: in gran parte questi dati non sono nelle mani degli Stati o dei governi ma soprattutto sono di proprietà di compagnie private che possono fornire agli Stati questi strumenti, di solito vendendoglieli. Ci sono segni di chiusure nazionalistiche e di vecchi egoismi? «Il rischio del risorgere del nazionalismo è uno degli effetti più immediati di una situazione di questo genere. Tuttavia la costruzione di organismi globali che siano in grado di dare informazioni credibili sullo stato di salute nei diversi contesti sarà uno strumento essenziale per poter controllare nel futuro dinamiche di diffusione di epidemie analoghe a quella in corso.

 

Democrazia a rischio recessione

Ma solo dal 2016, dopo il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump, la percezione di molti osservatori si è davvero modificata. Ulteriori segnali di una significativa «recessione democratica» giungono però anche dalle dinamiche interne dei sistemi politici occidentali, e più precisamente nel logoramento di alcune delle garanzie che consentono la competitività tra partiti e il pluralismo informativo. Lo stesso Orbán in diverse occasioni ha d’altronde definito il proprio modello di riferimento come una «democrazia cristiana illiberale», che, contrastando l’indirizzo multiculturalista e cosmopolitico delle élite tecnocratiche dell’Ue, punta a difendere gli interessi e le tradizioni nazionali, sulla base di un vasto sostegno popolare. Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze politiche e delle relazioni internazionali della facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica. Quello pubblicato è uno stralcio del rapporto 2019 realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e intitolato «La fine di un mondo. democrazia #liberalismo #europa #crisi Facebook Twitter Send by mail Print L’EUROPA AL BIVIO Mercoledì 6 marzo , alle 12.30, nella Sala della Gloria della sede di Brescia dell'Università Cattolica (Via Trieste 17), sarà presentato il rapporto 2019 realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e intitolato « La fine di un mondo. La discussione, cui prenderanno parte Enrico Fassi , Damiano Palano e Arturo Varvelli (Ispi), è il primo appuntamento del ciclo «L’Europa al bivio» , organizzato dalla facoltà di Scienze politiche e sociali in vista delle elezioni di fine maggio.

 

Sturzo, cent’anni passati invano

L’appello “agli uomini liberi e forti”, con le sua grandi aspirazioni e con alcuni obiettivi margini di ambiguità, era destinato a essere travolto dagli eventi: invece di un dibattito fecondo, si sarebbe presto imposta una dittatura e pochi degli uomini “liberi e forti” sarebbero rimasti veramente tali. Meno di quindici anni dopo, anche nel Paese nel quale il poeta aveva additato l’ideale di “una terra libera con un popolo libero”, il richiamo alla libertà sarebbe risuonato in tutt’altro senso, all’ingresso di un campo di concentramento. È come se cento anni da allora fossero passati inutilmente, alla luce dei nuovi pericoli e dei nuovi problemi che affliggono alla base un sistema democratico che invece avrebbe dovuto crescere proprio grazie alla libertà delle persone. Oggi un appello del genere di quello di don Sturzo sollecita l’impegno di quanti – cristiani e non – credono che la democrazia non si risolva nelle statistiche, ma esiga innanzi tutto solidarietà e impegno. È un laico che si confronta con altri laici, spesso ispirati a visioni diverse, ma che sa dialogare con tutti, senza imporre a nessuno la sua concezione, perché la democrazia non ammette verità “a priori”, e nello stesso tempo senza mai rinunciare a testimoniare la bellezza della sua fede. Per un cristiano tutto questo ha un significato politico profondamente evangelico, che nulla ha a che vedere con certe espressioni penose di esibizione di rosari ai comizi elettorali. docente di Diritto amministrativo alla facoltà di Giurisprudenza , campus di Milano Ottavo articolo di una serie dedicata ai cento anni dall’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo.

 

Democrazia sotto attacco

L’analisi del professor Agostino Giovagnoli 02 settembre 2019 di Agostino Giovagnoli * Ottant’anni fa, il 1 settembre 1939, le armate tedesche superarono i confini polacchi: era l’inizio della Seconda guerra mondiale, che ha causato più di cinquanta milioni di vittime e che ha permesso la tragedia della Shoah. Oggi la Seconda guerra mondiale appare ancora più chiaramente il momento culminante di uno scontro mortale fra totalitarismo e democrazia, iniziato un secolo fa e che, in forme diverse, continua ancora oggi. L’avvento della società di massa infatti ha messo fine allo Stato liberale e da allora due sono diventate le alternative possibili, totalitarismo e democrazia, che nel corso degli ultimi cento anni hanno conosciuto alterne fortune. Ma con la Seconda guerra mondiale i popoli democratici che non l’avevano voluta sono riusciti a sconfiggere un nemico che sembrava invincibile e dopo la guerra la democrazia si è affermata in tutti i Paesi occidentali, in India, in Giappone e altrove. Anche in Paesi simbolo della democrazia, come negli Stati Uniti, si sono affermate figure poco sensibili ai valori democratici o sono state compiute scelte inquietanti, come la “chiusura” del Parlamento in Gran Bretagna, culla della democrazia. Negli ultimi decenni, abbiamo visto che molte critiche condivisibili alla democrazia e appelli a una democrazia più vera, più diretta hanno man mano lasciato spazio a posizioni sempre più radicali e pericolose. Il pericolo totalitario, insomma, è tutt’altro che astratto e lontano e l’ottantesimo anniversario dell’inizio della Seconda guerra mondiale ci ricorda che il totalitarismo, prima o poi, porta alla guerra e a tragedie disastrose per l’umanità.

 

Cacciari, non facciamo il gioco dell’Isis

Una lezione sulla storia di incontro tra culture che, nella loro reciproca comprensione, tagliano le radici al terrorismo VIDEOINTERVISTA. A colloquio con il giornalista di “Avvenire” Luca Geronico e con il professor Riccardo Redaelli , autore del recente Islamismo e democrazia (Vita e Pensiero), il professor Cacciari mette a fuoco le tante inadeguatezze dell’Occidente, portando avanti una disamina di ampia prospettiva storica. Nuova acqua al mulino di chi suggerisce di tornare a curarsi dei progressi, scientifici e no, dell’Europa, ma anche tappa paradigmatica nella formazione di uno stato d’animo: «Nasce proprio allora una sorta di frustrazione» precisa Cacciari. Perché Isis non è certo portatore di una civiltà islamica, ma vogliamo scherzare? Lo sforzo più grande ricade su chi tenta di intelligere , appunto, di discernere. Riccardo Redaelli (nella foto in alto a destra) inizia l’incontro gremito di studenti al collegio Ludovicianum smontando subito questa dicotomia, che non è così monolitica come alcuni pensano, perché parliamo di realtà complesse, variegate, con mille anime. La nostra Europa è al centro di un flusso migratorio che non si fermerà; l’Islam, uno, univoco, non esiste, ed è alle prese con una terribili crisi con la quale fare i conti. L’Italia deve riconoscere un Islam italiano», ha detto il docente di Geopolitica dell’Università Cattolica e autore di Islamismo e democrazia (Vita e Pensiero), «in classe ho studenti musulmani di seconda generazione: devono avere una rappresentatività, spazi, diritti».

 

Democrazie a rischio sharp power

milano Democrazie a rischio sharp power Grazie a una rivoluzione informatica che porta il conflitto politico in una dimensione digitale, alcuni Paesi illiberali destabilizzano i Paesi democratici con azioni di propaganda che minano l’opinione pubblica. La presentazione del libro di Paolo Messa by Giorgia Venturini | 20 marzo 2019 Un coltello affilato che penetra nelle democrazie manipolandone l’opinione pubblica. Con lui Vittorio Emanuele Parsi , direttore dell’Alta scuola di economia e relazioni internazionali, Simone Crolla dell’ American Chamber of Commerce in Italia, e Pier Donato Vercellone , presidente della Federazione relazioni pubbliche italiana (Ferpi). Interferendo nella vita dei Paesi democratici sfruttando a proprio favore i nuovi strumenti offerti dalla globalizzazione: manipolazione di notizie, pressioni sugli attori politici ed economici, attacchi cyber . Lo sharp power – spiega il professor Parsi – è un coltello affilato che trafigge il contesto politico dei Paesi presi di mira e mina l’opinione pubblica di questi Paesi. Esattamente quello che fa il soft power : ovvero azioni di propaganda messi in atto da Paesi non democratici verso Paesi democratici. Il presidente cinese sarà nel nostro Paese per firmare il memorandum d’intesa con il presidente del consiglio Giuseppe Conte sull’adesione alla Belt and road initiative (Bri) , il grande piano infrastrutturale cinese che coinvolge più di sessanta Paesi tra Asia, Africa ed Europa.

 

Palano, democrazia con le ore contate?

Politica Palano, democrazia con le ore contate? I sistemi democratici mostrano segni di crisi e sulla scena mondiale avanzano la politica di potenza di Putin, la Cina e l’altro grande protagonista di un mondo senza politica, Donald Trump. E l’Italia da 30 anni è il laboratorio di ogni forma di populismo by Paolo Ferrari | 13 febbraio 2020 Si può parlare di crisi della democrazia? La domanda non è fuori luogo se è vero che solo fino a pochi anni fa nessuno dubitava che le democrazie consolidate potessero essere a rischio. Si individuavano dei problemi di efficienza e di scarsa fiducia ma le basi dei sistemi democratici non sembravano poter essere minacciate» spiega Damiano Palano , docente di Scienza politica e direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica. Invece da qualche anno, sostanzialmente il punto di svolta principale è il 2016, i politologi hanno cominciato a vedere un aggravamento di alcuni segnali critici che potrebbero indurre delle preoccupazioni. Ci sono altri rischi? «A tutti gli altri fattori si aggiunge quel grande moltiplicatore che è il contesto comunicativo che favorisce una crescente polarizzazione, che è il punto su cui molti politologi attirano l’attenzione. Si può dire che dopo le tre ondate di democratizzazione stiamo assistendo a un reflusso? «Samuel Huntington quando parlava delle tre ondate di democratizzazione diceva che dopo un’ondata c’è sempre un reflusso, perché le nuove istituzioni democratiche non riescono a resistere e sono soggette a un tracollo. Cosa intendete? «Usiamo questa espressione in questo senso: dopo il 1989 pensavamo che la grande politica fatta di passioni ideologiche e di grandi scontri fosse un po’ abbandonata e, come diceva il tanto citato Fukuyama, alla fine si trattava soltanto di una serie di contrattazioni prevalentemente economiche.

 

Son tutte chiacchiere?

by a cura di Velania La Mendola | 24 gennaio 2018 “Più cresce l’informazione, più sembra diminuire la conoscenza, e il vuoto di pensiero sempre più si riempie di hate speech , bufale, fake news . La crescita dei populismi e del cosiddetto consenso post-politico pone grandi sfide, così come la polarizzazione del dibattito che spinge le persone agli estremi, dato che provocare è un modo di massimizzare il coinvolgimento”. Ad esempio il filosofo tedesco precisa che il diffondersi e ripetersi della chiacchiera ha il potere di trasformare il non sapere in sapere : un non sapere continuamente presentato, ripetuto e diffuso come se fosse un sapere alla fine viene percepito e soprattutto utilizzato come se fosse un sapere. Rispetto all’essenziale e alla complessità di cui la chiacchiera è un sintomo, […] il dibattito attorno alla post-truth e alle fake news si impone per la sua limpida vacuità: vecchie questioni, teoria di banalità, temi da tempo studiati, poca serietà nell’affrontarli, nessun rigore nell’esaminarli. È proprio per questa ragione, per evitare il dramma e le complicazioni di questa coappartenenza essenziale, che forse conviene lasciar perdere sia la ‘verità’ che la ‘morale’, occupandosi piuttosto della post-truth e della deontologia relativa alle fake news . Con il ritorno a uno scenario da “prima repubblica”, che assegna maggiore centralità ai partiti, è assai probabile che il rapporto tra cittadini e politica possa deteriorarsi ulteriormente e che nell’opinione pubblica il pendolo tra “testa” e “pancia” si sposti ancor più nettamente a favore di quest’ultima ». Nando Pagnoncell i è presidente di Ipsos Italia ed è docente di Analisi della pubblica opinione alla facoltà di Scienze politiche e sociali , sede di Milano.

 
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