La tua ricerca ha prodotto 2 risultati per fiat:

Altavilla l'uomo della fusione

Quando nasce, Alfredo Altavilla , il top manager Fiat responsabile delle alleanze industriali della casa torinese e braccio destro di Marchionne, ha una passione nel Dna. «Mio padre era titolare di una concessionaria Lancia e all’automobile italiana eravamo indissolubilmente legati». Durante il quinquennio, attraverso il docente di Marketing Giorgio Walter Scott (nella foto sotto), ho avuto la possibilità di contribuire alla stesura di un libro che la Fiat ha dedicato alla Uno, una vettura di grande successo commerciale che ha ridato ossigeno alle casse dell’azienda. Nel 2005, chiuso il capitolo Gm, dove ero stato, nell’ultimo periodo, anche Chairman della joint-venture Powertrain, mi è stata data la responsabilità del business development di Fiat Group Automobiles, contestualmente a quella di Amministratore delegato di Tofas, la nostra joint-venture in Turchia. Il primo prevede il raggiungimento di un fatturato di 1,5 miliardi di dollari al di fuori del mercato del Nafta. Il secondo passo lo faremo quando potremo dare l’ok alla costruzione di una vettura capace di percorrere 17 chilometri con un litro di benzina nel ciclo di omologazione. Tra Fiat-Chrysler è stato amore a prima vista? Abbiamo compreso in fretta che si trattava di un’occasione unica per puntare a quella massa critica di 5,5-6 Mio di vetture che consideriamo quella ideale per generare una sostenibilità a lungo termine. Dal 2002, nel pieno di una crisi che ha portato l’azienda sull’orlo del fallimento, si è deciso di puntare esclusivamente sull’automotive (automobile, veicoli industriali, agricoli e movimento terra).

 

Nelle stanze del Lingotto correranno i bit al posto dei bulloni

La chiamo Fiat per evocare nel marchio quello che è stata la Fabbrica Italiana Automobili Torino. La trasformazione digitale si rende visibile nella trasformazione industriale rivelando uno dei caratteri che sono proprio del digitale, una rivoluzione per sostituzione, in questo caso del tutto e iconicamente evidente. Nelle stanze del Lingotto, parola che al torinese non evoca Fort Knox, ma il potere della fabbrica sulla storia di questa terra, correranno i bit al posto dei bulloni. Caricare di significati evocativi la transizione è forse eccessivo per una terra che continuerà ancora a lungo ad avere o sperare di avere nella manifattura di che vivere, tuttavia resta un segno forte del tempo che cambia e un messaggio chiaro per chi deve progettare il domani. La cultura della fabbrica ha segnato profondamente, nel bene e nel male i decenni scorsi, la cultura del digitale sta facendo e farà lo stesso. In quel caso la cultura della fabbrica è stata di fatto subìta, raramente scelta, difficilmente governata in una tensione ideologica che lasciava pochi margini. Tuttavia in quella tensione i campi contrapposti erano chiari così come i soggetti che li incarnavano, c’erano corpi intermedi ben precisi e le interlocuzioni, anche violente, si facevano attorno a un tavolo con volti e sigle.

 
Go top