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Amazzonia, non brucia solo una foresta

Parla l’antropologa dell'Università Cattolica Anna Casella 26 agosto 2019 di Anna Casella * Quello che sta succedendo in Amazzonia è un fenomeno che ha alcuni aspetti antichi e alcuni molto nuovi. Una pratica applicata in diverse aree del mondo, laddove esiste ancora l’agricoltura itinerante, che si realizza senza avere il diritto di proprietà del terreno: non facendo uso di alcun concime, il contadino ha bisogno di sfruttare terra vergine, da abbandonare dopo qualche raccolto per andare in cerca di altra. Ma c’è di più: l’Amazzonia (e le aree limitrofe, della pre-Amazzonia che, insieme all’area densamente forestata costituiscono la cosiddetta “Amazzonia legale”) è, dall’epoca della colonizzazione, il rifugio della maggioranza delle popolazioni indigene, che si diffondono anche verso il centro del Brasile, nella regione matogrossense. Oggi, nei confronti degli indigeni l’ostilità (mai venuta meno) è alquanto palpabile: si lamenta il fatto che essi dispongano di molta terra che non rendono produttiva (circa il 13% della intera superficie del Brasile), che vivano secondo modelli sociali “arcaici”, che non contribuiscano allo sviluppo sociale ed economico. C’è sullo sfondo una visione culturale che ritiene “primitiva” qualsiasi maniera di vivere che non corrisponda a quella di ispirazione occidentale e borghese e che veicola un evidente disprezzo nei confronti delle popolazioni amazzoniche e rurali. Una cultura che sostiene piuttosto un modello di sviluppo orientato al profitto, non considera l’ambiente una priorità e soprattutto, ritiene che il destino dell’Amazzonia riguardi soltanto i brasiliani (in realtà, la parte che ha il potere di decidere). Vale la pena di ricordare, in vista del Sinodo sull’Amazzonia, che ben diversa è la posizione di Papa Francesco, per il quale (si veda l’Enciclica Laudato si’ ) la ricchezza della foresta amazzonica sta anche nella varietà delle culture umane che lì vivono e che la custodiscono.

 
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