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«La rabbia affonda le radici nella diseguaglianza»

Stati Uniti «La rabbia affonda le radici nella diseguaglianza» Il malcontento che monta negli Usa, per il professor Raul Caruso , è legato alla consapevolezza da parte degli afroamericani di essere in fondo alla scala sociale. Raul Caruso , docente di Economia della pace nella facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica, fornisce una chiave di lettura economica delle proteste che, dopo la morte dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis, stanno incendiando gli Stati Uniti. Non è più un mistero ma è ormai una cosa nota a tutti gli economisti e policy maker che in generale nel mondo e soprattutto negli Stati Uniti la disuguaglianza è aumentata in maniera sostanziale già all’indomani della crisi del 2008. Per quale motivo? « Negli Stati Uniti la forbice si è allargata notevolmente per via di un mercato del lavoro flessibile e non regolamentato con la conseguenza che i salari reali di una buona fetta di popolazione sono diminuiti ancora di più. A partire da un’esperienza reale di Chicago dimostra come l’investimento educativo sulle minoranze afroamericane nei momenti iniziali della vita dei bambini si è rivelata vincente dal punto di vista di indicatori di performance lavorativa di vario tipo. C’è una lunga lista di rivolte di questo tipo: gli scontri di Detroit (1967), quelli di Los Angeles (1992) fino ad arrivare ai giorni nostri… « Queste proteste nobilitano nel giudizio storico la figura per eccellenza della cultura dei diritti civili, e da cui non possiamo prescindere, il reverendo King. Dopo l’arresto di Rosa Parks sull’autobus, dopo la marcia di Selma la popolazione afroamericana intraprese una campagna profondamente moderna di non violenza, dando vita al movimento di pace sociale più efficace nella storia del secolo scorso » .

 

Perché l’America brucia? Parlano i nostri esperti

Stati Uniti Perché l’America brucia? Parlano i nostri esperti Le manifestazioni di piazza, accompagnate dalle violenze dopo la morte di George Floyd, manifestano il clima infuocato di un Paese sempre più polarizzato, che si approssima alle elezioni presidenziali. Le molteplici ragioni della rabbia sociale 08 giugno 2020 Da giorni sono gli Stati Uniti a fare notizia con i disordini provocati dalla morte di George Floyd e le manifestazioni di piazza contro la polizia e contro il presidente. Parlano i professori Gianluca Pastori, Cristina Bon, Raul Caruso, Vittorio Emanuele Parsi di Gianluca Pastori * Le violenze che dalla morte di George Floyd stanno travagliando gli Stati Uniti hanno messo in luce ancora una volta il fragile rapporto che esiste, nel Paese, fra gli Stati e il governo federale. I violenti scontri verbali della metà di aprile fra Trump e Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York e sorta di simbolo di un “altro approccio” alla pandemia, più che un’eccezione legata alla rivalità esistente fra i due, sembrano, quindi, essere la regola di questa convulsa fase politica. Non stupisce che, in un contesto “di emergenza” e con la Casa Bianca occupata da una figura come Donald Trump, che ama dare di sé un’immagine di “Presidente del popolo”, assertivo e dichiaratamente “antipolitico”, le tensioni siano esplose in forma eclatante. Raul Caruso , docente di Economia della pace nella facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica, fornisce una chiave di lettura economica delle proteste che, dopo la morte dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis, stanno incendiando gli Stati Uniti. Negli Stati Uniti la forbice si è allargata notevolmente per via di un mercato del lavoro flessibile e non regolamentato con la conseguenza che i salari reali di una buona fetta di popolazione sono diminuiti ancora di più.

 

Il mondo sul Titanic

Una virata che ha comportato alcune disillusioni: si pensava che, dopo la guerra Fredda, ci sarebbe stato un sistema fondato sui principi della giustizia, su una più equa distribuzione della ricchezza e su una maggior sicurezza, ma ciò non si è verificato». Questa chiusura, in Europa, spesso assume la forma di un sovranismo identitario , ma al di là delle etichette e delle “scomuniche”, resta il fatto che se lo spazio di rappresentanza dei malesseri non viene occupato, qualcun altro lo occupa». Che cosa può fare l’Occidente per evitare la collisione? «Sostanzialmente riportare la nave dell’ordine liberale sulla giusta rotta, che è quella della consapevolezza che il sistema economico, essendo all’interno di un sistema sociale, non può disinteressarsi delle conseguenze che produce sulla società. Se diventassimo consapevoli che l’Unione Europea è uno spazio politico i cui confini collettivi devono essere difesi insieme, anche il problema delle migrazioni diventerebbe un “di cui”, all’interno della questione più complessiva della cittadinanza europea, della sicurezza collettiva. In questa situazione veramente inquietante v’è però da sperare che sia proprio la cultura a suggerire nuovi passi di avvicinamento e di distensione, proponendo un metodo di approccio alla realtà e ai rapporti fra le nazioni che renda capaci di uno sguardo meno ostile e aggressivo. Deve esser molto chiaro cosa intenda in questo caso Frank per perdono: non si tratta neppur lontanamente di un banale relativismo e neanche dell’orgogliosa bonarietà di un’onnipotenza che si ritiene al di sopra delle parti e arbitra di ogni giustizia. Per ciascuno di noi, nel pieno di una situazione nuovamente difficile, si tratta di ricordare una storia affascinante e di provare a riviverne la forza.

 

Tra Usa e Corea, la Cina convitato di pietra

Milano Tra Usa e Corea, la Cina convitato di pietra Secondo il professor Vittorio E. Parsi la passeggiata di Trump oltre il 32° parallelo rimarrà la più famosa al mondo dopo quella di Neil Amstrong sulla Luna. luglio 2019 di Vittorio Emanuele Parsi * La passeggiata di Donald Trump oltre il 32° parallelo rimarrà probabilmente la più famosa al mondo dopo quella di Neil Amstrong nel Mare della Tranquillità nel luglio del 1969. Come ha giustamente sottolineato Papa Francesco, si tratta comunque di un gesto simbolico importante positivo, se solo si considera che lungo quella linea armistiziale gli unici sconfinamenti in tanti decenni sono stati quelli legati alle provocazioni, spesso omicide, da parte nordcoreana. Il quale fino ad ora ha sempre preferito che la Corea del Nord logorasse i nervi della superpotenza americana allo scopo di mostrarne (soprattutto agli altri Paesi della regione) l’inefficacia della sua politica. Ma è evidente che i temi sollevati rudemente dall’amministrazione Trump restano sul tappeto e che la fase iperglobalista, succeduta alla crisi dell’ordine liberale immaginato a Terranova nel 1941 e progettato a Bretton Woods (1944) e San Francisco (1945), è destinata a finire alle nostre spalle. E con lei l’evidenza che più tempo aspettiamo a invertire il meccanismo, più è certo che la lotta tra gli iperglobalisti e i loro oppositori sarà animata da attori illiberali: Cina e grandi multinazionali da un lato, formazioni politiche pupuliste e sovraniste dall’altro. docente di Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze politiche e sociali e direttore dell’Alta Scuola in Economia e Relazioni internazionali ( Aseri ) #politicainternazionale #trump #coreadelnord Facebook Twitter Send by mail Print.

 

La questione razziale non s’è mai spenta

Fin dove affondano le radici del problema? Sicuramente possiamo risalire almeno alle origini dell’esperimento politico-istituzionale statunitense, ma potremmo anche spingerci oltre, all’epoca coloniale, e in particolare dalla seconda metà del Seicento quando i primi schiavi di origine africana sbarcarono sulle coste della Chesapeake Bay e delle Carolinas. Gli schiavi afro-americani diventano parte del sistema federale dalle origini, al punto da diventare oggetto di un importante compromesso costituzionale sul calcolo della ripartizione delle tasse da un lato e della distribuzione dei seggi presso la Camera federale. La storia americana della prima metà dell’800 è quindi inestricabilmente legata alla schiavitù e ai conflitti federali che ne derivarono e la Guerra Civile americana fu innescata da visioni profondamente contrastanti sul destino della schiavitù e la sua espansione dei territori dell’Ovest. Già quindi solo guardando ai momenti fondativi dello stato-nazione americano è evidente come la storia degli afro-americani negli Stati Uniti, prima schiavi e poi freedmen, rappresenti una parte imprescindibile del processo di costruzione dell’identità nazionale statunitense. Se alle origini il federalismo americano è un federalismo duale, con una netta divisione di competenze fra livello federale e livello statuale e un’ampia sfera di autonomia statuale, dopo la Guerra Civile si pongono le basi teoriche per un superamento di questo tipo di relazione federale. Tuttavia, questo “ enforcement ” venne molto ridimensionato dalle sentenze della Corte Suprema nella seconda metà dell’800, fino ad arrivare alla sentenza del caso Plessy v. Ferguson (1896), che ammise di fatto la costituzionalità della segregazione razziale. In questo modo, di fatto i governi degli Stati furono legittimati a perseguire le politiche di segregazione, mentre parallelamente ostacolavano anche l’accesso al diritto di voto introducendo, ad esempio, i famosi test di alfabetismo.

 
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