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Le Ande d’ananas e cacao

CHARITY WORK PROGRAM Le Ande d’ananas e cacao Dal corso di laurea di Scienze e tecnologie agrarie di Piacenza alla Cordigliera in Perù, ho studiato sul campo le coltivazioni tropicali insieme agli esperti della Cattolica di Lima, contando sul duro lavoro dei lavoratori del posto. novembre 2015 di Silvia Dander * Il viaggio in aereo Milano-Parigi-Lima è stato infinito e il primo impatto con la città un po’ traumatico, non sono abituata al traffico e al caos di una capitale. Lì il clima è diverso, molto umido ma con 35-40 gradi: il traffico non esiste, le strade sono per la maggior parte di terra battuta e il mezzo di trasporto è il motocarro. Ma i panorami sono mozzafiato: sei circondato dal verde che si estende a perdita d’occhio verso l’orizzonte e tutto intorno a te senti il canto di uccelli tropicali e puoi ammirare decine di farfalle colorate. L’ultimo giorno di lavoro si conclude con un pranzo a casa del Padre Curro nella sua parrocchia e tra vari discorsi di ringraziamento emerge un po’ di tristezza per la fine della nostra permanenza ad Atalaya. anni, di Brescia, laureanda a Scienze e tecnologie agrarie, facoltà di Scienze agrarie, alimentari e am¬bientali, sede di Piacenza #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Nelle braccia di Mamma Africa

Charity Work Program Nelle braccia di Mamma Africa Fin da subito è lei che mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e mi ha regalato con i suoi colori e i suoi sorrisi un profondo cambiamento. novembre 2015 di Sara Conzo * Quando ho scoperto che avevo superato la selezione per partire per la Tanzania , l’ansia e la paura lasciavano presagire che sarebbe stata un’esperienza importante. Quel buio così forte mi ha subito fatto capire che avrei dovuto imparare a guardare con occhi nuovi, che avrei dovuto posare la mia corazza di ritmi frenetici, oggetti superflui, convinzioni stereotipate e pregiudiziali. Ed è proprio in quel momento, quando ho deciso di abbandonarmi nelle braccia di Mamma Africa, che lei mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e quello che mi ha regalato è stato un lento, impercettibile, ma profondissimo e meraviglioso cambiamento. Nelle tre settimane trascorse a Nyabula ogni giorno di più ho imparato a godere della semplicità, ho imparato che la diversità esiste, ma è solo una forza inarrestabile di arricchimento dell’anima, ho imparato ad ascoltare la natura e a sintonizzare i miei ritmi con l’andamento lento delle giornate. anni, di Carosino (Ta), secondo anno laurea magistrale in Scienze linguistiche e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Metti in circolo il tuo amore

Charity Work Program Metti in circolo il tuo amore Dal Brasile sono tornata con la certezza di voler continuare a partire all’esplorazione del mondo, senza perdere di vista la realtà, qualunque sia il modo per farlo: il sedile di un aereo o la sedia di uno studio terapeutico. novembre 2015 di Marta Grossi* Il Brasile ti colpisce subito, appena atterri, appena apri gli occhi e scopri l’intensità del blu del suo cielo, del verde della sua terra; non appena cerchi di rincorrere il tuo stesso sguardo che corre nell’immensità dei suoi spazi dominati dalla natura selvatica. Il Brasile ti rimane dentro, tra le pieghe dei sensi e dell’anima; il profumo intenso del cacao della Fazenda Valeria, il sapore del mango e del maracuja nel fondo della gola, il rumore della bicicletta sui ciottoli delle strade di Canavieiras. Insieme a loro, io e le mie compagne di viaggio abbiamo vissuto per un po’ le nostre vite, entrando nei loro giochi, nelle loro classi, nella loro quotidianità, mettendoci in ginocchio al loro fianco, facendoci guidare dal loro tenerci per mano per orientarci in quel mondo straniero e complesso. In Brasile tante cose non funzionano bene, e non c’è modo di non accorgersene; ma parallelamente, non è possibile non vedere la bellezza di una terra calda e sorridente, capace di far sentire lo straniero a casa. Il mio viso pallido sulle infinite spiagge di Bahia ha cercato di prendere il colore della terra tanto quanto l’intera mia persona ha provato a colorarsi delle vite che ho incontrato, con cui mi sono mescolata condividendo tempi, e spazi, e emozioni. anni, di Merate (Lc), secondo anno della laurea magistrale in Psicologia Clinica, facoltà di Psicologia Clinica, campus di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015.

 

I have a dream, I have a goal

Donne silenziose, bambini che domandano: «Musungu, give me some sweets» e non sai mai se è una stupida pretesa, legata allo stereotipo dell’uomo bianco che porta cibo e caramelle e cibo. È quando sei qui che ti accorgi che i rumori della tua bella città, gli egoismi, le difficoltà della nostra quotidianità si alimentano di una “linfa” di superficialità. È quando sei qui che inizi a interrogarti su come puoi veramente essere utile all’altro; un altro che può essere il bambino nero scalzo che ti corre vicino o un tuo amico che ti chiede dieci minuti di tempo per parlare. Posso dire che, grazie al Charity Work Program, ho avuto l’opportunità di iniziare a conoscere, capire cosa significa vivere più o meno lontano da quelle antiche rive del Nilo, al di là della visione, non sempre autentica, che riceviamo nelle nostre comode case, grazie ai mass media. Non so se al termine di questo periodo sia stato più quello che ho dato che quello che ho ricevuto. Dall’«I have a dream» di aiutare, con cui ero partita, ritorno con l’«I have a goal», che è quello di imparare ad aiutare ma, soprattutto, di imparare come aiutare ad aiutarsi. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

La valigia del cooperante

Il Coe, la Ong italiana che da più di cinquant’anni opera in molti Paesi nel mondo, è situato in un quartiere non distante dal centro della capitale del Camerun, sul pendio di una delle colline che circondano la città. Ha una struttura ben articolata poiché al suo interno il centro ospita un reparto maternità, funzionante ventiquattro ore su ventiquattro, che accoglie sia le mamme del quartiere sia le molte altre donne che provengono da varie parti della città. La struttura del Centre d’Animation Sociale et Sanitaire (Cass) è conosciuta poiché ha sempre scelto di garantire le prestazioni mediche a prezzi contenuti, a differenza degli ospedali statali in cui ci si deve assicurare di poter pagare prima di essere curati. Durante l’anno vengono organizzati laboratori di teatro, incontri di cineforum, sport come danza e pallavolo ma anche olimpiadi di matematica che consentono così di avere un centro frequentato dai ragazzi durante l’anno e durante le cinque settimane di attività estive (da inizio giugno a metà luglio). Yaoundé però mi sono riempita gli occhi di rosso: i tramonti che colorano il cielo di tutte le sfumature calde; è un rosso che si attacca addosso attraverso la terra polverosa che si posa sui vestiti e che anche dopo averli lavati non si smacchia. Il rosso è stato quello della passione e delle amicizie che abbiamo trovato e che ci hanno fatto conoscere la città, speso attraversando i quartieri a piedi, a volte prendendo scassati taxi collettivi, tante altre volte attraverso i racconti di chi ci è nato e cresciuto. Ogni volta che camminavo tra la spazzatura, ogni volta che guardavo le distese di tetti in lamiera e compensato, è stato questo rosso a farmi intravedere sempre qualcosa di bello al di là di tutto.

 

Etiopia, un milione di emozioni

CHARITY WORK PROGRAM Etiopia, un milione di emozioni È sempre stato il mio sogno andare in Africa e sono già pronta a prenotare il prossimo volo per tornarci. Per tre settimane sono entrata nel cuore, nella cultura e tra la gente della magica Etiopia, che il Charity Work Program mi ha fatto incontrare. novembre 2015 di Arianna Coglio * Ci sono milioni di cose che potrei dire sul mio Charity Work Program in Etiopia. Le nostre mansioni sono state quelle di fare giocare i bambini, stare con loro, insegnare qualcosa che sapevamo fare bene. É stata un’opportunità unica per stringere amicizia, ballare, festeggiare con i bimbi ed entrare in una nuova dimensione, una nuova cultura: quella della magica Etiopia. anni, di Castronno (Va), secondo anno del corso di laurea in Psicologia, facoltà di Psicologia, sede di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town

Charity Work Program Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town Il Work Charity Program è stato molto più di un’esperienza di volontariato: un uragano che ha cambiato il mio sguardo sulla vita. Appena il tempo di mettere da parte valigie e incertezze, diamo inizio a quella che oggi chiamerei una meravigliosa sfida, un’immersione totale nel mondo dello “Scalabrini Centre” di Cape Town, un centro pensato per aiutare i rifugiati che hanno bisogno di assistenza legale, educazione, supporto economico. Vivere un’esperienza di questo tipo ti scuote dall’interno, ti aiuta a capire quali sono le priorità, ti insegna che la vita è qualcosa di straordinario, perché molto spesso, in Africa, vivere è già un gran privilegio. Durante le consulenze dell’Advocacy Team incontri una donna dello Zimbabwe che ti racconta di essere fuggita dalla guerra civile, di aver contratto l’Hiv, di essere stata stuprata ripetutamente. Eppure ha un sorriso contagioso perché oggi ha appena saputo che il suo Appeal è stato accolto e che quindi potrà avere un permesso per restare in Sudafrica con i suoi figli, senza più essere costretta a tornare ogni mese a Pretoria per rinnovare i documenti. Poi una mamma ti fa notare che è una reazione normale, perché loro una persona bianca non l’hanno mai vista nella loro vita. Il Work Charity Program è stato per me molto più di un’esperienza di volontariato: è stato un uragano che ha scombussolato quella che io prima consideravo la piattezza della quotidianità, fatta di studio, amici, famiglia.

 

Betlemme: più dei gesti, oltre le parole

Volti di una realtà che suscita domande ma non risposte, solo la certezza che un viaggio così non può che essere un inizio. Charlie trattiene il respiro senza quasi rendersene conto nell’istante che precede l’apertura delle porte automatiche: una frazione di secondo dopo, un panorama di volti e di braccia che si agitano a richiamare attenzioni gli si spalanca davanti. L’urto di una valigia lo ridesta di colpo da questi pensieri, riportandolo a vagare con lo sguardo alla ricerca di quattro occhi ben noti, che nell’incrociare i suoi si illuminano di gioia e sollievo insieme, mentre quattro mani sciolgono la stretta d’apprensione per aprirsi in un’attesa di abbraccio. Il fatto è che forse ad un certo punto si smette di cercare una motivazione, perché in fondo non è questa a muovere l'impegno, tanto si continuerebbe a fare ciò che si fa anche se l'ultima scintilla di speranza si dovesse spegnere. Come i rifugiati del campo di Aida che, indifferenti all’avvicendarsi delle generazioni, continuano a raccontare ai propri figli la storia delle loro origini, a ricordare che “casa” è altrove e che tutto ciò a cui ambiscono è potervi, un giorno, fare ritorno. Suor Maria, responsabile del centro che ha accolto Charlie, risponde che è la realtà che si vive quotidianamente che porta ad assumere atteggiamenti più o meno positivi: lei la speranza l’ha dovuta abbandonare per far spazio al presente, rappresentato da quei bambini che ogni giorno bussano alla sua porta. Una realtà che suscita tante domande senza dare risposte, solo un’unica, grande consapevolezza: che un viaggio così, non può essere che un inizio.

 

Terra negli occhi, brividi nel cuore

È stata la prima cosa che ho chiesto alla mia compagna di viaggio durante il tragitto in macchina per raggiungere il Benedict Medical Centre di Kampala, dove ho svolto il mio Charity Work Program. Frammista allo smog del traffico di Kampala ho respirato la polvere di terra rossa, quella stessa terra che aveva assistito agli albori della civiltà umana e che ora, depositandosi sui nostri vestiti e impregnando le nostre scarpe, richiamava prepotentemente l’attenzione su di sé. Guardando e respirando quella terra mi sarei resa conto, nei giorni a venire, che mi trovavo in un luogo che mi apparteneva, o, meglio, cui io appartenevo più di quanto pensassi. Proprio in quel mondo, che dal difuori sembra così lontano nel tempo e nello spazio e che la nostra presunzione di essere “civilizzati” ci farebbe definire arretrato, risiedono le nostre radici e sarebbe stato lì che avrei riscoperto una delle cose più preziose: l’autenticità. L’ambito dei rapporti umani non è stato l’unico in cui, per indagare quelli che ritenevo difetti altrui, ho scoperto i limiti del nostro modo di agire, di pensare e di intendere il proprio ruolo. In Africa il tempo scorre lento, ma, come sempre, è inesorabile e, purtroppo, è già ora di ripartire: pronta ad accoglierci c’è una pletora di sorrisi e di intense e prolungate strette di mano che sembrano quasi carezze. Trovandomi in prima persona a lottare contro lo stereotipo dell’”uomo bianco che viene ad aiutare”, ho compreso l’importanza di garantire l’istruzione in questi Paesi, perché non si cresce con qualcuno che di volta in volta risolve i problemi, ma solo con qualcuno che insegna a risolverli.

 

Una Ferrari che viaggia come una Seicento

novembre 2015 di Daria Camastra * Quando sentii pronunciare dalla responsabile del progetto: «Seu trabalho aqui esté terminado», piano piano una serie di diverse emozioni e sentimenti iniziano a farsi spazio dentro la testa per arrivare dove rimarranno per sempre, nel mio cuore. La conclusione del mio volontariato con il Charity Work Program mi ha generato una serie di strane sensazioni che con difficoltà riesco a distinguere tra loro. Non incontrerò più i bambini che mi urleranno: «Branca doce doce», come se realmente bastasse una semplice caramella a renderli felici. E poi, c’è paura e angoscia perché mi rendo conto che trascorrere un mese a Sao Tomé non serve a migliorare la situazione dell'isola: probabilmente non basterà neanche un anno. Felicità perché i sautomensi la trasmettono in modo contagioso; amore perché un posto così stupendo lo si può solo amare. Perché Sao Tomé e Principe é in realtà una Ferrari che per il momento viaggia come una Seicento. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A Nyabula non si fanno rubare la speranza

Charity Work Program A Nyabula non si fanno rubare la speranza Nella missione di Baba Emilio in Tanzania ho incontrati ragazzi che, nonostante le difficili condizioni in cui vivono, non si scoraggiano e affrontano la vita con gioia e con semplicità. È lì che mi vuole portare il cuore, è lì che metterò a dura prova quella Carmela, ultimamente, piena di paure e con profondi dubbi su come trovare la vera felicità. Nyabula è popolata per lo più da studenti delle scuole superiori che vivono nei dormitori e che riescono a vedere le proprie famiglie solo durante la pausa scolastica e le feste natalizie e pasquali. Quanta semplicità nei loro sguardi e quanta bellezza! Ragazzi che, in sintonia a quanto raccomandato con forza da Papa Francesco, non si sono fatti rubare la speranza e, nonostante le condizioni di vita difficili, non cedono allo scoraggiamento. Ognuno di noi è chiamato a non sottrarsi a quella “buona battaglia” della fede – di cui scrive Susanna Bo – che dà sale alla vita, anche quando questa sembra farsi matrigna. anni, di San Severo (Fg), studentessa del secondo anno della laurea magistrale in Economia e gestione delle imprese, delle aziende e dei servizi sanitari, facoltà di Economia, sede di Roma #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Al Benedict con i medici di frontiera

CHARITY WORK PROGRAM Al Benedict con i medici di frontiera Nelle corsie dell’ospedale di Kampala costruito da Padre John abbiamo visto la sofferenza di un’Africa che lotta contro malattie che da noi sono curate e lì fanno ancora molte vittime. novembre 2015 di Claudia Mendicino * Rievocando a distanza di qualche settimana i momenti centrali della mia esperienza in Uganda con il Charity Work Program, ci sono alcune immagini particolarmente nitide che si affacciano alla mente. I colori accesi, il paesaggio di un verde brillante e il contrasto con la terra rossa, i rumori, il fiume di persone a piedi che camminano ai lati della strada e i tantissimi bambini sorridenti che ci salutano segnano tutto il tragitto in taxi da Entebbe a Kampala. Quello che colpisce subito è il calore della gente del posto, i sorrisi di benvenuto di infermieri, ostetriche e medici che si mostrano sinceramente contenti di averci lì, i saluti dei bambini per strada. La dimensione del tempo per gli africani è molto diversa dalla nostra: è subito evidente che per loro il tempo non ha lo stesso valore assoluto che assume per noi occidentali. Vediamo le condizioni drammatiche di tanti pazienti, il divario tra quello che si può fare con ciò che i medici locali hanno a disposizione e ciò che si sarebbe potuto fatto in Italia per pazienti in quelle stesse condizioni. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

L’abbraccio caldo dell’Africa

CHARITY WORK PROGRAM L’abbraccio caldo dell’Africa Tutti i dubbi che mi sono venuti appena prima di partire per l’Etiopia si sono sciolti nell’accoglienza che ci hanno riservato i bambini della missione a Debre Birhan e nell’ospitalità delle loro famiglie nella condivisione di una pietanza e nel rito del caffè. È in quel momento che capisci di dover rivalutare l’idea che ti eri fatta dell’Africa e dei suoi abitanti. È lì che capisci di essere partita per conoscere chi sembra diverso da noi, ma che in realtà ci somiglia molto più di quanto si possa pensare. La mia attenzione è ricaduta subito sul fatto che bambini dai tre ai cinque anni venissero lasciati in giardino, sia che ci fosse il sole, sia che piovesse a dirotto, senza che ci fosse qualcuno a controllarli. Ci hanno offerto delle pietanze tipiche e il caffè, preparato secondo la tradizionale cerimonia che prevede che ogni passaggio, dalla tostatura alla macinatura sia svolto lì, sotto gli occhi dell’ospite. E sono proprio le piccole cose che conserverò di questa esperienza, unite al loro valore e alla consapevolezza che dovremmo fermarci a riflettere e (re)imparare da questi popoli. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

La bellezza che spacca il cuore

CHARITY WORK PROGRAM La bellezza che spacca il cuore Al Giardino degli Angeli di Canavieiras, un paradiso in mezzo al degrado, ho visto che “mettere il bambino al centro” può diventare non uno slogan stantio, ma un ambiente tutto a misura dei più piccoli, soprattutto quelli più poveri. Nelle tre settimane di volontariato a “Il Giardino degli Angeli” di Canavieiras non hanno fatto altro che ripetere: «Zia, zia, zia!». Canavieriras è una cittadina che colpisce per i colori brillanti, i profumi intensi, la musica allegra che proviene da ogni angolo, i sorrisi della gente ma anche per la grande povertà e il degrado sociale in cui è immersa: droga, alcol, abbandoni, violenze di ogni genere. “Il Giardino degli Angeli” e la sua straordinaria direttrice Regina, per me che studio Scienze dell’educazione e della Formazione, e che spero di aprire un giorno un asilo tutto mio, sono stati una grande fonte di ispirazione. Maestre, cuoca, tutto-fare, ex alunni che fanno volontariato all’asilo sono persone che credono in un futuro migliore e non hanno smesso di sognare e di progettare, benché le risorse a loro disposizione, almeno per quanto riguarda quelle materiali, siano nettamente inferiori a quelle di un qualsiasi giovane italiano. Tutto è fatto a loro misura: dagli arredi alle attività, dai momenti di ascolto come il “circle time” mattutino (in cui viene raccontato ciò che è stato vissuto il giorno precedente a casa) alla continua consapevolezza del bisogno di attenzioni individuali di cui i fanciulli necessitano. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

El Girasol, un fiore di città

Charity Work Program El Girasol, un fiore di città Non sappiamo se siamo riuscite a lasciare qualcosa nel nostro Charity Work Program tra i bambini della periferia povera del Messico. novembre 2015 di Arianna Mattei e Giulia Gaddari * Nelle grigie strade della periferia di Querétaro è fiorito un fiore che ha dato speranza a più di 400 bambini. Si tratta della scuola “El Girasol” che ha consentito di inserire nel mondo dell’educazione numerosi bambini appartenenti a famiglie le cui difficoltà economiche e sociali avrebbero potuto, altrimenti, compromettere un’adeguata crescita educativa. Il popolo messicano con il suo calore e il suo affetto aveva da insegnarci molto di più: la disponibilità delle persone e la spontaneità nell’offrire il poco che ognuno di loro possiede ci ha fatto riflettere. L’entusiasmo delle suore che si occupavano della gestione della scuola e di tutti coloro che ci lavoravano ci ha contagiato da subito. Ma a darci la carica fin dal primo istante sono stati i centinaia di sorrisi e le urla di gioia dei bambini che affrontavano il loro primo giorno di scuola con una felicità che i nostri ragazzi forse non conoscono più. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

L’aspirante dottoressa più felice dell’Africa

CHARITY WORK PROGRAM L’aspirante dottoressa più felice dell’Africa Ho assistito ai primi vagiti di un bambino, ho visto casi che in Italia non avrei visitato così presto, ho imparato ad ascoltare la “sinfonia” del cuore che batte quando si poggia il fonendoscopio sul torace. Davanti ai miei occhi si estende un paesaggio completamente nuovo fatto di piccoli edifici in legno o in mattoni con il tetto in lamiera ma soprattutto gente che cammina a piedi a bordo strada vestita con i kanga o katinga dai colori vivacissimi. Dopo svariate ore di viaggio in macchina, il paesaggio si riempie di pini e raggiungiamo Iringa e poi Njombe dove la strada asfaltata lascia il posto a una strada in terra rossa che al nostro passaggio si trasforma in una nuvola di polvere densa. È la prima volta che assisto a un cesareo ed è la prima volta che entro in una sala operatoria: il dottor Giovanni e il dottor Adam si preparano e io rimango con loro. Continua a leggere Per avere un quadro ancora più completo della sanità africana, ho voluto per una settimana seguire il dottor Marco, il cardiologo, una persona fantastica, sapiente in ogni campo che assiste i clinical officer del pronto soccorso con i pazienti cardiologici. Durante la mia settimana di conoscenza del mondo della cardiologia, ho potuto vedere le varie lesioni cardiache e, a malincuore, ho potuto constatare che sono molto frequenti le lesioni della valvola mitrale causate da deposizione di immunocomplessi a seguito di faringotonsillite in ragazzi di età inferiore a 14 anni. Questi ragazzi non hanno la possibilità di subire l’operazione per il posizionamento di un pacemaker perché in Tanzania questo tipo di intervento chirurgico non si effettua tranne che in pochi casi nella capitale e devono recarsi in India, una spesa non sostenibile per le famiglie.

 

Un vortice di suoni, voci, colori

Charity Work Program Un vortice di suoni, voci, colori Scuola di vita, scuola di medicina, scuola di umanità: l’Africa per me è stata casa, famiglia e calore ma anche maestra di consapevolezza: una scossa per aprire gli occhi e comprendere la realtà dell’Uganda, provando a condividerla con loro. novembre 2015 di Alice Zucconi * Il mio viaggio in Africa è giunto al termine: tre settimane dense di insegnamenti, di scoperte, ma soprattutto di emozioni. Un vortice di suoni, voci, colori, odori, visi, sguardi, che all’inizio sembrava travolgermi, e che adesso riaffiora alla memoria cercando di trovare il suo posto nella vita di ogni giorno. Nel mio cuore però è rimasto anche tanto altro, tanti racconti e storie su una terra piena di contraddizioni: ricca e tremendamente povera, piena di gioia ma anche di sofferenza. Perché l’Africa è stata proprio questo per me: casa, famiglia e calore ma anche maestra di consapevolezza, uno scossone che mi ha fatto aprire gli occhi e che mi ha aiutata a comprendere e a vivere la realtà dell’Uganda. anni, di Segrate (Milano), quarto anno della laurea in Medicina e Chirurgia, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv

CHARITY WORK PROGRAM Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv Il Charity Work Program in sette anni ha inviato 164 studenti nei Paesi in via di sviluppo e 37 sono partiti tra luglio e ottobre scorsi . Un’esperienza ricca sia sul piano umano che professionale, come testimoniano i racconti di chi è appena tornato 03 novembre 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015 , 164 negli ultimi sette anni . In totale, compreso un altro progetto promosso dal Centro pastorale dell'Ateneo con il Cesi, quella appena trascorsa è stata un'estate in missione per 65 studenti dell’Università Cattolica . Solidarietà, lavoro di squadra e capacità di incontrare ogni forma di diversità sono attitudini sempre più ricercate nel mondo del lavoro - fa notare Pier Sandro Cocconcelli , delegato del Rettore per l’Internazionalizzazione -. L'esperienza del Charity Work Program offre agli studenti la possibilità di diventare dei professionisti in grado di operare in qualsiasi contesto grazie a due fattori: le competenze acquisite operando in contesi internazionali complessi, e l'educazione umana ricevuta entrando in rapporto con le realtà locali». Il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale è già al lavoro per organizzare le nuove destinazioni 2016 . Tante novità sono in arrivo, sia sul fronte delle destinazioni che sulle modalità di partecipazione.

 

Agricoltura, lezioni d’alta quota

E poi, prima di arrivare alla destinazione finale, Atalaya, qualche giorno a Lima, una città che è dieci volte Milano con il traffico di Napoli piena di profumi colori e sapori, con le sue maestose chiese piene d’oro. Il viaggio dura circa 7 ore su terra battuta con attraversamenti su barche, diverse volte abbiamo guadato torrenti e percorso tornanti pericolosi, i piloti sono molto esperti e il viaggio diventa una gara di rally col tempo per arrivare in paese prima che cali il buio tra gli alberi altissimi. Al limite delle ultime capanne della cittadina inizia la salita verso il monte che risaliamo con machete alla mano, nella prima parcella c'è il vivaio, sotto un telo ombreggiante dove vengono coltivate centinaia di piantine di cacao e agrumi. È uno dei pochi punti da dove si può scorgere l'intera cittadina che finisce sulla riva del rio Tambo, che pochi metri più avanti si univa con il rio Urubamba per formare come una ipsilon: il rio Ucayally, principale affluente del rio Amazonas. Purtroppo l'integrità di queste comunità non viene preservata dallo stato peruviano: non indossano i loro abiti caratteristici e vivono da contadini poveri, perché aziende e multinazionali hanno fatto delle loro terre, dei loro fiumi e dei loro prodotti ciò che volevano grazie alle sovvenzioni statali. Durante la settimana successiva con Ugo abbiamo realizzato potature e innesti di cacao perfezionando tecniche di gestione dei frutteti, la parte di formazione è fondamentale per garantire una buona produzione e qualità dei frutti. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 
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