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Terzo settore a rischio collasso

è l’appello che l’economista Marco Grumo , che da anni analizza il mondo della solidarietà, lancia alla luce del difficile momento che molte cooperative stanno attraversando a causa del coronavirus. È l’appello di Marco Grumo , docente di Economia aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che da anni si occupa di analizzare il mondo della solidarietà. Proprio nei momenti emergenziali si vede che il terzo settore è una risorsa per il Paese in grado di mettere in moto una grande solidarietà e un grande aiuto», spiega il professor Grumo. Come osserva Marco Grumo, che da anni si occupa di non profit: «In questa situazione con scuole e imprese chiuse, i blocchi delle attività sanitarie e di quelle assistenziali, ci sono migliaia di cooperative con migliaia di posti di lavoro a rischio. Di fatto il 40% del terzo settore è già fermo con lavoratori che sono e che saranno sempre più in cassa integrazione». Quindi, «non solo c’è un problema di sicurezza del lavoro ma anche di tenuta economica delle imprese che operano nell’ambito della cooperazione». Il Coronavirus toccherà soprattutto le persone più povere quindi è necessario che si risvegli una sorta di mecenatismo privato delle persone e delle imprese.

 

Noemi, la studentessa-babysitter solidale

Per questo, avendo sempre lavorato in ambito di fragilità sociale ed essendo sensibile a queste tematiche, ho deciso di prestare gratuitamente la mia professionalità e disponibilità di tempo a quelle famiglie». Sono venuta a contatto con genitori di figli disabili che affrontano, quotidianamente, enormi sacrifici e che non ricevono aiuti adeguati dallo Stato». Fra le tante storie famigliari, quella a cui Noemi ha subito risposto di sì è la richiesta di una mamma che fa l’infermiera in un reparto di terapia intensiva e che ultimamente, visto la grave crisi sanitaria in atto, lavora senza sosta. Dallo scorso 9 marzo, oltre a questo nucleo famigliare, Noemi dedica il suo tempo e offre la sua professionalità anche ad altre due famiglie che hanno bambini con la sindrome di down e disturbi dell’apprendimento. Dallo scorso 9 marzo Noemi ha quindi deciso che il suo tempo “sospeso” della quarantena non fosse un tempo di ore vuote, ma fosse un tempo “utile” in grado di mettere in atto un circolo virtuoso di solidarietà sociale. In questo periodo la studentessa avrebbe dovuto svolgere il suo tirocinio curriculare presso la Fondazione Somaschi di Milano, una struttura di accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili, ma la crisi sanitaria per il diffondersi del coronavirus ha bloccato e rinviato tutto. Anche in questo caso Noemi dimostra pienamente la sua formazione e vocazione di “educatrice” spiegandoci come «questa pandemia dovrebbe essere occasione di riflessione, non solo sulle nostre paure, ma anche sulle fragilità degli altri.

 

Charity, la prima volta in Nepal

CHARITY WORK PROGRAM Charity, la prima volta in Nepal Due nuove destinazioni per il programma di volontariato internazionale: oltre allo Stato himalayano si aggiunge anche la Romania come secondo Paese europeo, per un totale di 21 progetti. In Nepal gli studenti iscritti a un corso di laurea della facoltà di Scienze della Formazione trascorreranno il loro periodo di volontariato presso la Ong Engage. In totale sono più di cinquanta gli studenti che la prossima estate scriveranno una voce nuova nel proprio Cv grazie al Charity Work Program, il programma di volontariato internazionale promosso dal Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale (Cesi) . Un’iniziativa che, grazie al contributo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e ai fondi del 5 per mille, da dieci anni offre l’opportunità di vivere un’esperienza di volontariato in Paesi emergenti e in Via di Sviluppo. Per questo è scelta da un sempre crescente numero di studenti, come emerge dal significativo aumento delle richieste di partecipazione: nel 2018 hanno preso parte alle selezioni 275 studenti provenienti da tutte le facoltà e da tutte le sedi dell’Università Cattolica con un incremento pari al 18% rispetto all’edizione dell’anno precedente. Nel corso degli anni il Charity è stato modulato in modo da rappresentare un percorso sempre più coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte infatti solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. charityworkprogram #solidarieta' #volontariato Facebook Twitter Send by mail Print INTERNATIONAL VOLUNTEERING È un programma di Volontariato internazionale rivolto a tutti gli studenti e ai neolaureati dell’Università Cattolica, per tutti gli anni di corso, tutte le facoltà, tutte le sedi.

 

In rete per fare volontariato

Brescia In rete per fare volontariato Al via il progetto “VolontariaMente in rete” con cui la facoltà di Psicologia promuove l’inserimento dei propri studenti all’interno delle realtà associative della città. Numeri che si sposano con quei “3.838 enti non profit registrati a Brescia alla data 31 dicembre 2017, ovvero più del 14% del totale presente in Lombardia” come dichiarato dalla consigliera di CSV e terzo settore Margherita Rocco . Da questi dati l’Ateneo ha avviato la creazione del progetto che farà incontrare l’offerta degli studenti con la costante richiesta espressa da parte delle associazioni. Tutto ciò avverrà anche grazie alla presenza dei due tutor Alessandra Scollato , Psicologa di Comunita e Tutor degli studenti della Facolta di Psicologia e Federico Maffezzoni , laureato alla Cattolica in Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali. Ai due è affidato il compito di “essere punti di riferimento e indirizzare ogni partecipante verso la realtà più adatta, sia per in termini di competenze acquisite sia a livello di inclinazioni personali. L’effetto positivo sarà duplice secondo Silvia Bonizzoni , dirigente responsabile del Settore Servizi Sociali per la Persona, la Famiglia e la Comunita del Comune di Brescia. “Per gli studenti la possibilità di sperimentare sul campo le skills relazionali fondamentali per la futura professione, mentre per una città come la nostra, in cui l’80% dei servizi di prossimità è reso possibile grazie al volontariato, questo significa un’iniezione di nuove e fresche energie”.

 

Madagascar, una sola grande famiglia

Le loro risate, urla e canzoncine erano per noi la migliore sveglia che si potesse desiderare e la loro allegria illuminava le nostre giornate: è incredibile quanto questi bambini siano pieni di energia anche alle 5:30 di mattina, quando fuori fa ancora buio pesto. Ce lo hanno ripetuto le Suore Nazarene che si prendono cura ogni giorno di questi bambini senza una famiglia alle spalle che li sostenga e ce ne siamo accorte anche noi nelle tre settimane trascorse in Madagascar. C’è Herman, apparentemente forte ma molto sensibile, Meltina, spigliata e intraprendente, Claudin, geloso e coccolone, Frankie, timido e impacciato, e Angèle, chiacchierona e combinaguai. È triste pensare che questi bambini, così vivaci, brillanti e affettuosi non abbiano la possibilità di crescere nella loro famiglia di origine, anche se ci conforta pensare che l’amore, l’educazione e le opportunità che l’Orphelinat dà loro possano almeno in parte compensare la loro condizione. Non è stato sempre facile per noi fare i conti con un mondo così scioccante e completamente diverso dal nostro. Uno degli insegnamenti che il Charity Work Program a Fianarantsoa mi ha lasciato è proprio questo: esistono situazioni complesse, apparentemente insuperabili, ma bisogna tenere a mente che prima di darsi vinti ci si deve impegnare per fare la propria parte e per poter partecipare a un cambiamento in positivo. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Non l’avrei mai detto

charity work program Non l’avrei mai detto Giuseppe, studente del quarto anno di Medicina, non immaginava che il Charity Work Program in Uganda sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della sua vita. Non l’avrei mai detto che sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della mia vita (finora). Questione di cultura, e lo si vede nelle piccole cose come magari trovare la mattina l’intera famiglia del paziente dormire per terra pur di stare il più possibile con il proprio caro ricoverato. E allora ti rendi conto che, davanti a te, in quelle stanze, non hai solo una persona ricoverata con un numero di letto, che ha questo o forse quest’altro problema che oggi o magari domani riuscirai a risolvere. Davanti a te hai un uomo con una famiglia vicino con cui parlare, discutere, con cui gioire in caso di successo o piangere quando capisci che la soluzione c’è ma non hai i mezzi per raggiungerla. Già perché al Benedict Medical Centre non ci sono i mezzi più sofisticati e costosi ovviamente, ma tutto si basa sul dialogo, sul contatto fisico col paziente: un altro modo di vivere non solo la medicina ma la vita quotidiana. Ma quelle stesse tre settimane che sembravano lunghe prima di partire, non sono state, purtroppo, abbastanza: lo capisci quando dici addio a quei bambini con cui hai giocato tutto il giorno sotto il sole con un pallone bucato, rendendoli felici perché tu eri il loro muzungu , uomo bianco.

 

Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv

CHARITY WORK PROGRAM Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv Il Charity Work Program in sette anni ha inviato 164 studenti nei Paesi in via di sviluppo e 37 sono partiti tra luglio e ottobre scorsi . Un’esperienza ricca sia sul piano umano che professionale, come testimoniano i racconti di chi è appena tornato 03 novembre 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015 , 164 negli ultimi sette anni . In totale, compreso un altro progetto promosso dal Centro pastorale dell'Ateneo con il Cesi, quella appena trascorsa è stata un'estate in missione per 65 studenti dell’Università Cattolica . Solidarietà, lavoro di squadra e capacità di incontrare ogni forma di diversità sono attitudini sempre più ricercate nel mondo del lavoro - fa notare Pier Sandro Cocconcelli , delegato del Rettore per l’Internazionalizzazione -. L'esperienza del Charity Work Program offre agli studenti la possibilità di diventare dei professionisti in grado di operare in qualsiasi contesto grazie a due fattori: le competenze acquisite operando in contesi internazionali complessi, e l'educazione umana ricevuta entrando in rapporto con le realtà locali». Il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale è già al lavoro per organizzare le nuove destinazioni 2016 . Tante novità sono in arrivo, sia sul fronte delle destinazioni che sulle modalità di partecipazione.

 

Uganda, tutto l’amore che puoi

charity work program 2019 Uganda, tutto l’amore che puoi Per Sara , di Scienze della formazione, il Charity Work Program è stato un turbinio di emozioni in mezzo a persone che fanno capire l’importanza della tua presenza 21 ottobre 2019 di Sara Pegoraro * Dell’Uganda mi ricordo tutto. Mi ricordo come sono arrivata, piena di curiosità e di timore, come mi succede ogni volta che inizio una nuova avventura. Credo che da quel giorno davvero abbia preso inizio per me l’Uganda, sia iniziato a entrarmi ogni sguardo, ogni abbraccio ogni bacio che ricevevo. Ciò che mi colpiva andando a scuola, ma anche stando in missione, era come per le persone del luogo fosse importante sapere che noi fossimo presenti, al di là di quello che facevamo per loro. Questo mi manca dell’Africa, quella serenità che non vuol dire che tutto andasse bene sempre, ma che sapevo affrontare anche i pensieri, perché mi sentivo accompagnata. So solo che quella mia quotidianità di “cose che non ci sono” e di noi uniche musungu , non la vedevo più. E ora che da laureata mi trovo a far lezione, ogni tanto penso a quando ne avevo 99 che mi ascoltavano, che se anche non mi ricordavo il loro nome sapevano che ero lì per loro.

 

La gioia travolgente dei bambini

Charity Work Program La gioia travolgente dei bambini L’ha sperimentata Alice , neolaureata in Scienze linguistiche, nel suo Charity Work Program in Madagascar, tra una moltitudine di bimbi dell’Orphelinat Catholique, il più grande orfanotrofio del Paese. ottobre 2018 di Alice Bedogni * È un’esperienza straordinaria quella che l’Università Cattolica mi ha dato l’opportunità di vivere all’indomani della mia laurea magistrale. Con il cuore ricco d’emozione e la testa piena di domande sul delinearsi del mio futuro al di fuori del mondo universitario, sono partita per l’Isola Rossa insieme a Francesca, studentessa nella mia stessa facoltà. La nostra esperienza di servizio si è svolta presso l’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa, il primo orfanotrofio del Madagascar per dimensioni e numero di bambini che vi abitano (più di 200). La gioia di questi bambini di incontrarci per la prima volta può averci fatto credere che la nostra presenza lì fosse un dono per loro: col passare dei giorni, in realtà, ci siamo rese conto di quanto siano stati loro ad arricchire noi più di quanto avremmo mai immaginato. Stare insieme a questi bambini mi ha ricordato l’importanza di sapersi prendere cura di qualcuno che non ha che te, l’importanza di spendere giornate intere a giocare rimandando qualsiasi altra impellenza. Come spesso accade a chi ha la fortuna di trascorrere le proprie giornate insieme ai bambini, anche io ho gustato la bellezza di farli felici con poco, anche solo prendendoli in braccio o giocando a tenere un pupazzetto sulla testa.

 

Uomo bianco, muso lungo

Charity Work Program Uomo bianco, muso lungo «A vedere povertà e malattia così nude e crude ma con il sorriso, questo noi siamo. ottobre 2018 di Marta Francesca Vacca * Prima di partire per il mio Charity Work Program in Uganda non avrei mai pensato di tornare con “il mal d’Africa”. A noi bianchi ci chiamano muzngus che in swahili vuol dire “uomo bianco”, ma è divertente pensare come assomigli a “muso lungo”, perché questo siamo. Siamo bianchi che hanno tutto, una bella macchina, il telefono di ultima generazione, il finger food, il vestito di marca ma il muso lungo. Per una con il muso lungo vedere gioia e speranza negli occhi di persone che non hanno niente, che hanno difficoltà anche solo a comprare un farmaco o ad effettuare una procedura medica, è stato sorprendente. Così come è stato sorprendente e spaventoso non trovare al Benedict Medical Centre nemmeno l’ombra dei mezzi che siamo abituati ad avere all’interno di un ospedale, vedere come i medici si entusiasmassero anche solo alla vista del mio fonendoscopio Littman. Alla fine avresti voluto fare di più, vedere di più e sei sicuro di una cosa sola: che ci vuoi tornare.

 

Nelle braccia di Mamma Africa

Charity Work Program Nelle braccia di Mamma Africa Fin da subito è lei che mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e mi ha regalato con i suoi colori e i suoi sorrisi un profondo cambiamento. novembre 2015 di Sara Conzo * Quando ho scoperto che avevo superato la selezione per partire per la Tanzania , l’ansia e la paura lasciavano presagire che sarebbe stata un’esperienza importante. Quel buio così forte mi ha subito fatto capire che avrei dovuto imparare a guardare con occhi nuovi, che avrei dovuto posare la mia corazza di ritmi frenetici, oggetti superflui, convinzioni stereotipate e pregiudiziali. Ed è proprio in quel momento, quando ho deciso di abbandonarmi nelle braccia di Mamma Africa, che lei mi è entrata dentro l’anima senza chiedermi il permesso e quello che mi ha regalato è stato un lento, impercettibile, ma profondissimo e meraviglioso cambiamento. Nelle tre settimane trascorse a Nyabula ogni giorno di più ho imparato a godere della semplicità, ho imparato che la diversità esiste, ma è solo una forza inarrestabile di arricchimento dell’anima, ho imparato ad ascoltare la natura e a sintonizzare i miei ritmi con l’andamento lento delle giornate. anni, di Carosino (Ta), secondo anno laurea magistrale in Scienze linguistiche e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity 2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail Print #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Medico e uomo crescono insieme

dicembre 2017 di Daniele Di Natale * Ricorderò sempre con grande emozione ogni singolo momento, ricreativo e non, di questa esperienza in Uganda. Il Charity Work Program è senza dubbio un'occasione di crescita professionale e ancor di più personale, qualcosa che dovremmo fare tutti almeno una volta nella vita per apprezzare la diversità e le ricchezze di un contesto a noi totalmente estraneo. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda. Scopri la scheda del progetto in Uganda .

 

L’Africa, una grande benedizione

E ancora: i bambini che giocano per strada con una corda o un pallone, che utilizzano una pozzanghera come piscina, fratelli minori sulle spalle dei maggiori, la signora delle pulizie della scuola che ti parla in tigrinyo e, anche se tu non capisci, è contenta così. Trovare uno spazio così accogliente, sereno, leggero e a tratti decisamente spassoso è stata una piacevole sorpresa: ricordo che dopo qualche giorno ci siamo guardate e ci siamo dette: “Ci sembra di essere qua da una vita, sembra di fare qualcosa che abbiamo già fatto mille volte”. Mi sono scontrata con una realtà che credevo di conoscere, grazie ai miei studi, ma che in realtà si è rivelata completamente differente dalla mia idea di scuola. Questo mi ha permesso di apprezzarla di più, di rivalutare il valore della mia formazione, ma, soprattutto mi ha consentito di attivare una riflessione sul mio futuro lavoro che va decisamente oltre quello che ho studiato in questi anni. Trovarsi a dover progettare un piccolo corso di formazione per le insegnanti del kindergarten della missione, ha mobilitato tutte le competenze e le conoscenze apprese in questi anni in università e tutte le risorse a mia disposizione. Sicuramente nulla di questo poteva rientrare nelle fatidiche aspettative , perché semplicemente sono cose troppo diverse da quelle che viviamo per potercele realmente aspettare e, ovviamente, c’è stato molto più di questo. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un’esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Africa, la filosofia della semplicità

charity work program Africa, la filosofia della semplicità I bambini della Bishop Cipriano Kihangire Nursery &; Primary School di Kampala hanno posto domande cui Beatrice non poteva rispondere, neanche forte dei miei studi filosofici. ottobre 2017 di Beatrice Pianetta * Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. L'unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell'Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

 

Nepal, lezioni di vita vissuta

Il Charity Work Program di Alberto di Scienze della formazione 08 ottobre 2019 di Alberto Ciresola * Partire per un’esperienza con il Charity Work Program significa lasciare tutto ciò che è abituale, quotidiano per mettersi alla prova e sfidarsi. È la vita il banco di prova in cui mettere in pratica ciò che si è imparato nelle aule universitarie. Vivendo un’esperienza di volontariato in Nepal ci si rende conto di quanto sia molto più facile apprendere nozioni, imparare strategie d’intervento, studiare. Quando ci si accorge che tutto ciò che si è imparato può essere solo in parte messo in pratica, non resta che rimboccarsi le maniche e mettersi in ascolto per ricominciare ad apprendere. Si impara a vivere in un contesto diverso: il fascino dei templi induisti e buddisti è mescolato all’odore di spezie e smog di vecchie motociclette che sfrecciano senza sosta per le strade caotiche di una capitale asiatica. Di nepalesi che contrattano cifre che sembrano irrisorie, ma che fanno la differenza per chi uno stipendio a stento ce l’ha. Cittadini non solo di quel mondo globalizzato di cui tanto i giornali patinati parlano, ma di un mondo che si sente così lontano che sembra non ci appartenga.

 

Agricoltura, lezioni d’alta quota

E poi, prima di arrivare alla destinazione finale, Atalaya, qualche giorno a Lima, una città che è dieci volte Milano con il traffico di Napoli piena di profumi colori e sapori, con le sue maestose chiese piene d’oro. Il viaggio dura circa 7 ore su terra battuta con attraversamenti su barche, diverse volte abbiamo guadato torrenti e percorso tornanti pericolosi, i piloti sono molto esperti e il viaggio diventa una gara di rally col tempo per arrivare in paese prima che cali il buio tra gli alberi altissimi. Al limite delle ultime capanne della cittadina inizia la salita verso il monte che risaliamo con machete alla mano, nella prima parcella c'è il vivaio, sotto un telo ombreggiante dove vengono coltivate centinaia di piantine di cacao e agrumi. È uno dei pochi punti da dove si può scorgere l'intera cittadina che finisce sulla riva del rio Tambo, che pochi metri più avanti si univa con il rio Urubamba per formare come una ipsilon: il rio Ucayally, principale affluente del rio Amazonas. Purtroppo l'integrità di queste comunità non viene preservata dallo stato peruviano: non indossano i loro abiti caratteristici e vivono da contadini poveri, perché aziende e multinazionali hanno fatto delle loro terre, dei loro fiumi e dei loro prodotti ciò che volevano grazie alle sovvenzioni statali. Durante la settimana successiva con Ugo abbiamo realizzato potature e innesti di cacao perfezionando tecniche di gestione dei frutteti, la parte di formazione è fondamentale per garantire una buona produzione e qualità dei frutti. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Dentro l’anima di un popolo

Charity Work Program Dentro l’anima di un popolo «L’Albania e stata una scoperta continua e, per quanto complesso e contraddittorio, e un Paese in cui il cambiamento è già in atto». Parola di Carolina , studentessa di Economia a Milano, alla luce del suo Charity Work Program al di là dell’Adriatico. Dopo i primi giorni di assestamento, sia da un punto di vista lavorativo che relazionale, ho iniziato a sentirmi più a mio agio in una realtà estremamente piccola come quella di Koplik, molto peculiare per quanto riguarda la mentalità. Passare tanto tempo con lo staff del Nord, collaborare, pranzare insieme e condividere giornate di svago e stato importante per entrare in contatto e in confidenza con i ragazzi, e soprattutto conoscere la vera anima del Paese e in particolare di quella zona d’Albania. La serietà e soprattutto la consapevolezza di alcuni di questi ragazzi mi fa credere che il cambiamento che già e in atto, procederà sempre più veloce. Anche i numerosi viaggi organizzati privatamente mi hanno permesso di scoprire nuovi lati del Paese e comprendere e sperimentare la varietà non solo paesaggistica e culinaria ma anche di mentalità intercorrente tra Nord e Sud. La mia speranza e quella di tornare tra qualche anno e vedere unPaese che sia in grado di sfruttare al meglio tutto il suo potenziale e che sia effettivamente integrato e in linea con i principi dell’Unione.

 

La mia Africa, il mio lavoro

Charity Work Program La mia Africa, il mio lavoro Grazie al mio Charity Work Program in Madagascar sono più sicura di aver scelto il percorso di studi che far per me e, da futura cooperante, voglio tornare ad aiutare questo meraviglioso continente. L’impatto con un Paese così povero come il Madagascar è stato forte, e guardandosi intorno si capisce ancor più l'enorme lavoro che fanno le suore Nazarene, che ci hanno trattate come loro sorelle. Ricorderò ogni momento passato a ridere di frasi in malgascio di cui non capivo neanche una parola, e la soddisfazione dei bimbi più grandi quando invece ne capivo qualcuna, il loro "bravaaaa" mi faceva sentire davvero soddisfatta, una soddisfazione che nessun esame e nessun traguardo personale può comprare. I bimbi delle elementari e dell'asilo, i monelli più affettuosi che abbia mai conosciuto, mi hanno regalato oltre che a un allenamento degno di una palestra con il loro correre e saltarmi addosso a qualsiasi ora del giorno, una gioia di svegliarmi che non avevo mai provato. Dal " jardaina " pieno di animali, all'orto, all'enorme " terrain ", non c'era momento in cui non avessi almeno tre bambini per ogni mano, attaccati alle braccia, alla schiena, che mi tiravano volendo farmi vedere cose che mi sono resa conto di dare troppo per scontate. Dopo questa esperienza sono ancora più sicura di aver scelto il percorso di studi che fa per me e lo finirò nella convinzione di voler lavorare per aiutare questo meraviglioso Paese che è l'Africa, e i meravigliosi bambini di cui porterò nel cuore ogni sorriso. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

Charity, l’estate che lascia il segno

ateneo Charity, l’estate che lascia il segno Nei racconti degli studenti che hanno partecipato al programma di volontariato nei Paesi in via di sviluppo, promosso dal Cesi , la conferma che fare esperienza della solidarietà cambia il modo di vedere il mondo ma può cambiare anche il curriculum. ottobre 2016 Più borse di studio, più destinazioni e un network di partner più ampio. Senza contare che ha allargato la platea dei destinatari: oltre gli studenti dell’Ateneo - dal 2009 a oggi se ne contano ben 214 – ha compreso anche neolaureati e iscritti a master, dottorati e scuole di specializzazione . Nell’edizione di quest’anno è aumentato il numero delle destinazioni: 15 diversi progetti in 13 Paesi hanno ospitato gli studenti, comprendendo nuove mete come Madagascar e Senegal (la prima volta in assoluto), Brasile , Bolivia, Camerun, Etiopia, India, Messico, Perù, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Terra Santa e Uganda . Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Il Charity, oltre a rappresentare un’esperienza altamente formativa dal punto di vista della crescita personale, è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo».

 

Il Brasile, il sorriso e la speranza

È strano non vederli più impegnati a colorare, cercare di imparare a comporre le lettere dei loro nomi o scrivere i primi numeri su un foglio e poi mostrarti fieri il risultato. È strano non entrare più in cucina prima di pranzo e aiutare la cuoca Sara a preparare i piatti per i bambini, vederla cantare e scherzare con noi, sempre allegra, e anche cercare di insegnarmi a ballare la samba, nonostante io fossi completamente negata. Il primo giorno, svoltando l’angolo e imboccando la strada per raggiungere l’asilo, li abbiamo visti, già da lontano, fuori dal cancello ad aspettarci, con gli occhiali da sole e le trombette colorate. Dopo i primi giorni, in cui mi sentivo a tratti spaesata e non capivo sempre quello che mi era richiesto, abbiamo imparato a conoscere la routine della giornata, ben scandita nei suoi diversi momenti, e a capire come muoverci e cosa fare. Così le giornate hanno cominciato a susseguirsi in maniera sempre più naturale e veloce: dopo la mattinata trascorsa con i bambini più piccoli, dalle 13 ci aspettavano i bambini del doposcuola, con un’età compresa tra i 6 e gli 11 anni suddivisi in tre classi. Il nostro compito era aiutarli nelle diverse attività, come matematica, inglese o portoghese, dove però il rapporto si invertiva ed erano più loro che cercavano di insegnare a noi nuove parole e parlavano lentamente, così che riuscissimo a capire. Durante queste visite ho conosciuto persone con una forza incredibile, che, nonostante avessero vissuto grandissime difficoltà e subito molte perdite, continuano a vivere, giorno per giorno, con il sorriso e la speranza che le cose possano migliorare.

 

Occhio vede, cuore non dimentica

Charity Work Program Occhio vede, cuore non dimentica Il Madagascar è un posto che non si dimentica facilmente e i 200 bambini dell’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa sono ormai impressi nel cuore di Francesca , studentessa di Scienze linguistiche. ottobre 2018 di Francesca Stella * Torno a casa con un po’ di nostalgia, ma con il cuore pieno di amore e gioia. Sono entrati subito nel mio cuore con i loro sorrisi, le loro vocine, la loro voglia di vivere, di farti vedere che sapevano cantare in italiano. Era uno dei momenti che preferivo della giornata: tutti ti chiamavano dalle loro culle, aspettando solo che andassi lì con loro a cantare una canzoncina o dar loro il bacio della buonanotte. Molti di questi bambini non hanno più nessuno, oppure hanno i genitori in carcere o che non possono più occuparsi di loro economicamente. Il tutto era sempre accompagnato dai balli e canti dei bambini e si concludeva con grandi pranzi degni di un re. Questi momenti ci hanno fatto sentire parte integrante della comunità, di un mondo così lontano dal nostro, ma che in un solo mese ci ha dato veramente tanto. Nel mio cuore c’è spazio per ognuno di loro: Nabine, Feno, Nirina, Angela, Enrico, Meltine, Jean-Marie, Solange, Germaine, Marco, Martine… Una lista infinita di nomi, ognuno con qualcosa che li contraddistingue, che li rende “shpeciali” (come direbbe Suor Pascaline).

 

Cura, non solo medicina

charity work program Cura, non solo medicina In Uganda, Carmelo, futuro dottore in formazione al campus di Roma, ha scoperto significati nuovi nella relazione medico-paziente: offrire ascolto attivo all’umanità del malato. dicembre 2017 di Carmelo Sofia * Dopo diverse ore di volo atterriamo in Uganda, all’aeroporto di Entebbe a ridosso dell’Equatore. Avverto, al pari dei miei tre compagni di viaggio, un misto di disorientamento, euforia e curiosità alla vista di un paesaggio tanto particolare: è il colore rosso della terra ugandese a catturare la mia attenzione. Dopo un solo giorno comincio a trovarmi a mio agio, come se fossi entrato già a far parte di una grande famiglia: dopotutto al BMC si respira un clima di grande festa per la celebrazione dell’anniversario della Scuola Bishop Cipriano Kihangire, adiacente all’ospedale. Purtroppo rimango a volte amareggiato per la rassegnazione e lo sconforto di alcuni che non hanno sufficienti disponibilità da destinare alla cura di sé o dei propri familiari. Spinti dal desiderio di scoprire le bellezze di questa terra, ci dirigiamo verso il nord dell’Uganda abbandonando il traffico e lo smog di Kampala. Ogni qual volta metto piede fuori dal centro ho la sensazione di non passare mai inosservato ed è curioso sentire delle voci alla nostra vista che esclamano “Muzungu, muzungu!” in riferimento appunto all’ “uomo bianco”; riscopro come il colore bianco della pelle rimanda dopotutto a specifici significati.

 

La gioia di sentirsi volontari

Charity Work Program La gioia di sentirsi volontari Mai routine mancherà tanto a Martina , studentessa di Scienze politiche, che al Centro Santa Rachele di Gerusalemme, ha scoperto la bellezza di essere a totale servizio dei bambini ospitati dalla struttura. Le giornate si svolgevano in un grande spazio esterno dove i bambini, di età compresa fra i 3 e i 10 anni e di nazionalità non israeliana (ad esempio etiopi o filippini), svolgevano varie attività coordinate da noi volontari. Alla fine delle tre settimane mi sono ritrovata a piangere come quando uno dei bambini inciampava e si sbucciava un ginocchio; non potevo credere che fosse arrivato il momento di tornare in Italia. Credo proprio che presto tornerò a fare visita al Centro e ai bambini che spero si ricorderanno di me! La Terra Santa è un paese meraviglioso quanto misterioso, unico e speciale. La cosa che forse mi ha colpita di più è stata la cultura ebraica, così lontana dalla nostra e così ricca di piccole sfaccettature. Ora che sono tornata a casa devo dire che mi sarebbe piaciuto durasse molto di più. Specialmente perché sono andata via proprio quando i bambini iniziavano a ricordare il mio nome e avevo trovato moltissimi nuovi amici tra gli altri volontari, che spero di poter rivedere presto.

 

In Amazzonia, cittadino del mondo

Charity Work Program In Amazzonia, cittadino del mondo In Perù ho lavorato con i ragazzi di Nopoki, giovani di tribù locali che, grazie a borse di studio, aiutano lo sviluppo di un Paese ricco di risorse naturali, migliorando il modo di fare impresa o le tecniche agricole. Presentando la candidatura al Charity Work Program ho potuto sfruttare una delle più grandi fortune che è stata regalata alla nostra generazione. Assaggiamo sempre tutto ciò che coltiviamo, ci rendiamo conto di come ci si approccia alla terra, e comprendiamo con quanta dedizione deve essere affrontato questo tipo di lavoro. Sanno che il Perù è un paese eccezionale, ricco di potenzialità ancora da sfruttare e vogliono aiutare il cambiamento portando conoscenza ed educazione laddove questo manca, migliorando il modo di “fare impresa” o affinando le tecniche agricole. Questo è solo uno dei tanti episodi che mi hanno fatto comprendere quanta fortuna abbia avuto nel partecipare a questo progetto che mi ha fatto comprendere tante cose dal punto di vista “tecnico” ma soprattutto umano. Il Perù e Atalaya resteranno sempre dentro di me, saranno sinonimo di un’esperienza diversa, di una nuova visione e di una grande consapevolezza su quanto sia fortunato. anni, di Messina, studente del secondo anno della laurea magistrale in Food marketing e Strategie Commerciali, Interfacoltà di Economia e Giurisprudenza e di Scienze Agrarie alimentari e ambientali, campus di Piacenza #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

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