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Charity, la prima volta in Nepal

 

In rete per fare volontariato

Brescia In rete per fare volontariato Al via il progetto “VolontariaMente in rete” con cui la facoltà di Psicologia promuove l’inserimento dei propri studenti all’interno delle realtà associative della città. Numeri che si sposano con quei “3.838 enti non profit registrati a Brescia alla data 31 dicembre 2017, ovvero più del 14% del totale presente in Lombardia” come dichiarato dalla consigliera di CSV e terzo settore Margherita Rocco . Da questi dati l’Ateneo ha avviato la creazione del progetto che farà incontrare l’offerta degli studenti con la costante richiesta espressa da parte delle associazioni. Tutto ciò avverrà anche grazie alla presenza dei due tutor Alessandra Scollato , Psicologa di Comunita e Tutor degli studenti della Facolta di Psicologia e Federico Maffezzoni , laureato alla Cattolica in Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali. Ai due è affidato il compito di “essere punti di riferimento e indirizzare ogni partecipante verso la realtà più adatta, sia per in termini di competenze acquisite sia a livello di inclinazioni personali. L’effetto positivo sarà duplice secondo Silvia Bonizzoni , dirigente responsabile del Settore Servizi Sociali per la Persona, la Famiglia e la Comunita del Comune di Brescia. “Per gli studenti la possibilità di sperimentare sul campo le skills relazionali fondamentali per la futura professione, mentre per una città come la nostra, in cui l’80% dei servizi di prossimità è reso possibile grazie al volontariato, questo significa un’iniezione di nuove e fresche energie”.

 

Non l’avrei mai detto

charity work program Non l’avrei mai detto Giuseppe, studente del quarto anno di Medicina, non immaginava che il Charity Work Program in Uganda sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della sua vita. Non l’avrei mai detto che sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della mia vita (finora). Questione di cultura, e lo si vede nelle piccole cose come magari trovare la mattina l’intera famiglia del paziente dormire per terra pur di stare il più possibile con il proprio caro ricoverato. E allora ti rendi conto che, davanti a te, in quelle stanze, non hai solo una persona ricoverata con un numero di letto, che ha questo o forse quest’altro problema che oggi o magari domani riuscirai a risolvere. Davanti a te hai un uomo con una famiglia vicino con cui parlare, discutere, con cui gioire in caso di successo o piangere quando capisci che la soluzione c’è ma non hai i mezzi per raggiungerla. Già perché al Benedict Medical Centre non ci sono i mezzi più sofisticati e costosi ovviamente, ma tutto si basa sul dialogo, sul contatto fisico col paziente: un altro modo di vivere non solo la medicina ma la vita quotidiana. Ma quelle stesse tre settimane che sembravano lunghe prima di partire, non sono state, purtroppo, abbastanza: lo capisci quando dici addio a quei bambini con cui hai giocato tutto il giorno sotto il sole con un pallone bucato, rendendoli felici perché tu eri il loro muzungu , uomo bianco.

 

Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv

CHARITY WORK PROGRAM Volontariato, l’altraestate che fa bene al Cv Il Charity Work Program in sette anni ha inviato 164 studenti nei Paesi in via di sviluppo e 37 sono partiti tra luglio e ottobre scorsi . Un’esperienza ricca sia sul piano umano che professionale, come testimoniano i racconti di chi è appena tornato 03 novembre 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015 , 164 negli ultimi sette anni . In totale, compreso un altro progetto promosso dal Centro pastorale dell'Ateneo con il Cesi, quella appena trascorsa è stata un'estate in missione per 65 studenti dell’Università Cattolica . Solidarietà, lavoro di squadra e capacità di incontrare ogni forma di diversità sono attitudini sempre più ricercate nel mondo del lavoro - fa notare Pier Sandro Cocconcelli , delegato del Rettore per l’Internazionalizzazione -. L'esperienza del Charity Work Program offre agli studenti la possibilità di diventare dei professionisti in grado di operare in qualsiasi contesto grazie a due fattori: le competenze acquisite operando in contesi internazionali complessi, e l'educazione umana ricevuta entrando in rapporto con le realtà locali». Il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale è già al lavoro per organizzare le nuove destinazioni 2016 . Tante novità sono in arrivo, sia sul fronte delle destinazioni che sulle modalità di partecipazione.

 

Uomo bianco, muso lungo

Charity Work Program Uomo bianco, muso lungo «A vedere povertà e malattia così nude e crude ma con il sorriso, questo noi siamo. ottobre 2018 di Marta Francesca Vacca * Prima di partire per il mio Charity Work Program in Uganda non avrei mai pensato di tornare con “il mal d’Africa”. A noi bianchi ci chiamano muzngus che in swahili vuol dire “uomo bianco”, ma è divertente pensare come assomigli a “muso lungo”, perché questo siamo. Siamo bianchi che hanno tutto, una bella macchina, il telefono di ultima generazione, il finger food, il vestito di marca ma il muso lungo. Per una con il muso lungo vedere gioia e speranza negli occhi di persone che non hanno niente, che hanno difficoltà anche solo a comprare un farmaco o ad effettuare una procedura medica, è stato sorprendente. Così come è stato sorprendente e spaventoso non trovare al Benedict Medical Centre nemmeno l’ombra dei mezzi che siamo abituati ad avere all’interno di un ospedale, vedere come i medici si entusiasmassero anche solo alla vista del mio fonendoscopio Littman. Alla fine avresti voluto fare di più, vedere di più e sei sicuro di una cosa sola: che ci vuoi tornare.

 

L’Africa, una grande benedizione

E ancora: i bambini che giocano per strada con una corda o un pallone, che utilizzano una pozzanghera come piscina, fratelli minori sulle spalle dei maggiori, la signora delle pulizie della scuola che ti parla in tigrinyo e, anche se tu non capisci, è contenta così. Trovare uno spazio così accogliente, sereno, leggero e a tratti decisamente spassoso è stata una piacevole sorpresa: ricordo che dopo qualche giorno ci siamo guardate e ci siamo dette: “Ci sembra di essere qua da una vita, sembra di fare qualcosa che abbiamo già fatto mille volte”. Mi sono scontrata con una realtà che credevo di conoscere, grazie ai miei studi, ma che in realtà si è rivelata completamente differente dalla mia idea di scuola. Questo mi ha permesso di apprezzarla di più, di rivalutare il valore della mia formazione, ma, soprattutto mi ha consentito di attivare una riflessione sul mio futuro lavoro che va decisamente oltre quello che ho studiato in questi anni. Trovarsi a dover progettare un piccolo corso di formazione per le insegnanti del kindergarten della missione, ha mobilitato tutte le competenze e le conoscenze apprese in questi anni in università e tutte le risorse a mia disposizione. Sicuramente nulla di questo poteva rientrare nelle fatidiche aspettative , perché semplicemente sono cose troppo diverse da quelle che viviamo per potercele realmente aspettare e, ovviamente, c’è stato molto più di questo. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un’esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Nepal, lezioni di vita vissuta

 

Agricoltura, lezioni d’alta quota

E poi, prima di arrivare alla destinazione finale, Atalaya, qualche giorno a Lima, una città che è dieci volte Milano con il traffico di Napoli piena di profumi colori e sapori, con le sue maestose chiese piene d’oro. Il viaggio dura circa 7 ore su terra battuta con attraversamenti su barche, diverse volte abbiamo guadato torrenti e percorso tornanti pericolosi, i piloti sono molto esperti e il viaggio diventa una gara di rally col tempo per arrivare in paese prima che cali il buio tra gli alberi altissimi. Al limite delle ultime capanne della cittadina inizia la salita verso il monte che risaliamo con machete alla mano, nella prima parcella c'è il vivaio, sotto un telo ombreggiante dove vengono coltivate centinaia di piantine di cacao e agrumi. È uno dei pochi punti da dove si può scorgere l'intera cittadina che finisce sulla riva del rio Tambo, che pochi metri più avanti si univa con il rio Urubamba per formare come una ipsilon: il rio Ucayally, principale affluente del rio Amazonas. Purtroppo l'integrità di queste comunità non viene preservata dallo stato peruviano: non indossano i loro abiti caratteristici e vivono da contadini poveri, perché aziende e multinazionali hanno fatto delle loro terre, dei loro fiumi e dei loro prodotti ciò che volevano grazie alle sovvenzioni statali. Durante la settimana successiva con Ugo abbiamo realizzato potature e innesti di cacao perfezionando tecniche di gestione dei frutteti, la parte di formazione è fondamentale per garantire una buona produzione e qualità dei frutti. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Charity, l’estate che lascia il segno

ateneo Charity, l’estate che lascia il segno Nei racconti degli studenti che hanno partecipato al programma di volontariato nei Paesi in via di sviluppo, promosso dal Cesi , la conferma che fare esperienza della solidarietà cambia il modo di vedere il mondo ma può cambiare anche il curriculum. ottobre 2016 Più borse di studio, più destinazioni e un network di partner più ampio. Senza contare che ha allargato la platea dei destinatari: oltre gli studenti dell’Ateneo - dal 2009 a oggi se ne contano ben 214 – ha compreso anche neolaureati e iscritti a master, dottorati e scuole di specializzazione . Nell’edizione di quest’anno è aumentato il numero delle destinazioni: 15 diversi progetti in 13 Paesi hanno ospitato gli studenti, comprendendo nuove mete come Madagascar e Senegal (la prima volta in assoluto), Brasile , Bolivia, Camerun, Etiopia, India, Messico, Perù, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Terra Santa e Uganda . Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Il Charity, oltre a rappresentare un’esperienza altamente formativa dal punto di vista della crescita personale, è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo».

 

Occhio vede, cuore non dimentica

Charity Work Program Occhio vede, cuore non dimentica Il Madagascar è un posto che non si dimentica facilmente e i 200 bambini dell’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa sono ormai impressi nel cuore di Francesca , studentessa di Scienze linguistiche. ottobre 2018 di Francesca Stella * Torno a casa con un po’ di nostalgia, ma con il cuore pieno di amore e gioia. Sono entrati subito nel mio cuore con i loro sorrisi, le loro vocine, la loro voglia di vivere, di farti vedere che sapevano cantare in italiano. Era uno dei momenti che preferivo della giornata: tutti ti chiamavano dalle loro culle, aspettando solo che andassi lì con loro a cantare una canzoncina o dar loro il bacio della buonanotte. Molti di questi bambini non hanno più nessuno, oppure hanno i genitori in carcere o che non possono più occuparsi di loro economicamente. Il tutto era sempre accompagnato dai balli e canti dei bambini e si concludeva con grandi pranzi degni di un re. Questi momenti ci hanno fatto sentire parte integrante della comunità, di un mondo così lontano dal nostro, ma che in un solo mese ci ha dato veramente tanto. Nel mio cuore c’è spazio per ognuno di loro: Nabine, Feno, Nirina, Angela, Enrico, Meltine, Jean-Marie, Solange, Germaine, Marco, Martine… Una lista infinita di nomi, ognuno con qualcosa che li contraddistingue, che li rende “shpeciali” (come direbbe Suor Pascaline).

 

Uno sguardo sincero sul mondo

Charity Work Program Uno sguardo sincero sul mondo È quello che ha donato l’esperienza del Charity Work Program in Uganda ad Alessandro , studente di Medicina. Un Paese dove la terra è rossa, la gente è povera e ride, soffre ma accoglie coraggiosa la malattia e vede il camice bianco come un dono del cielo. ottobre 2018 di Alessandro Petrecca * In Uganda la terra è rossa, la gente scalza e l’aria piena di polvere. Le ruote sussultano sopra le strade di Kampala e sfilano disordinate tra la folla, troppe auto e tantissime moto, così tante che ti ritrovi circondato ed improvvisamente imbottigliato in un traffico scomposto, che fa a pugni per sbrigliarsi e spingersi in avanti. In Uganda la gente è povera e ride, ti guarda mentre passi, osserva come sei vestito, il mondo diverso dal quale vieni, ma non è invidiosa, anzi ti accetta, ti saluta, ti apprezza. In Uganda la gente è coraggiosa, vive la malattia come una battaglia, la guarigione come una salvezza, il tuo camice bianco come un dono dal cielo. In Uganda mi sono ritrovato spettatore di una realtà che non mi apparteneva, ma che ho imparato a sentire mia, di un popolo sconosciuto, che mi ha amorevolmente accolto, di un’umanità senza interessi, che mi ha regalato uno sguardo più sincero per vedere il mondo.

 

A Gerusalemme, verso il proprio destino

Indubbiamente devi avere coraggio, coraggio di aprire la mente, il cuore e soprattutto coraggio di abbattere stereotipi, strutture mentali e culturali verso una realtà che può solo che far fiorire la tua anima. Fare volontariato vuol dire condividere tutto quello che hai: i tuoi pensieri, i tuoi modi di fare, le tue qualità. Dallo stare con i bambini del Centro San Rachele tutto il giorno, mi sono ritrovato a ridipingere anche le loro aule oppure a cucinare per alcuni di loro che non potevano permettersi il pranzo. Vivendo luoghi ed esperienze di questo tipo aiuta a realizzare quanto sia stato bello nascere in una famiglia europea, italiana e di quanto possiamo essere fortunati di essere studenti di una delle università più prestigiose d’Italia. Ma ancor più, capisci quanto possiamo dare, quanto possiamo fare, quanto possiamo essere parte attiva a livello internazionale. Essere sul posto, chiacchierare con la comunità ebraica in prossimità del Muro del Pianto, ridere e scherzare con i ragazzi dei quartieri palestinesi, fermarsi a riflettere guardando il Sacro Sepolcro sono tutte esperienze che non si possono studiare sui libri di scuola, bisogna viverle. Quei bambini sono carichi di sogni, di voglia di vivere, di sorridere e combattere questa vita che già gli ha dato battaglia a questa tenera età.

 

Un vortice di suoni, voci, colori

Charity Work Program Un vortice di suoni, voci, colori Scuola di vita, scuola di medicina, scuola di umanità: l’Africa per me è stata casa, famiglia e calore ma anche maestra di consapevolezza: una scossa per aprire gli occhi e comprendere la realtà dell’Uganda, provando a condividerla con loro. novembre 2015 di Alice Zucconi * Il mio viaggio in Africa è giunto al termine: tre settimane dense di insegnamenti, di scoperte, ma soprattutto di emozioni. Un vortice di suoni, voci, colori, odori, visi, sguardi, che all’inizio sembrava travolgermi, e che adesso riaffiora alla memoria cercando di trovare il suo posto nella vita di ogni giorno. Nel mio cuore però è rimasto anche tanto altro, tanti racconti e storie su una terra piena di contraddizioni: ricca e tremendamente povera, piena di gioia ma anche di sofferenza. Perché l’Africa è stata proprio questo per me: casa, famiglia e calore ma anche maestra di consapevolezza, uno scossone che mi ha fatto aprire gli occhi e che mi ha aiutata a comprendere e a vivere la realtà dell’Uganda. anni, di Segrate (Milano), quarto anno della laurea in Medicina e Chirurgia, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity2015 #volontariato internazionale #cesi Facebook Twitter Send by mail Print #ALTRAESTATE CON IL CHARITY WORK PROGRAM 2015 Trentasette studenti partiti nell’estate 2015. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Volontari anche d'estate

Ateneo Volontari anche d'estate Sono in aumento quelli che scelgono l’attività turistica come pratica di servizio, che intreccia lo sviluppo delle comunità visitate con la crescita dei soggetti che intraprendono il viaggio. Nel periodo da dedicare al riposo ed al ristoro, un numero sempre maggiore di giovani trova il modo di rigenerarsi con attività di servizio. Che siano rivolte all’ambiente o alla solidarietà, svolte a tutela della natura o per promuovere la cultura oppure ancora per stabilire relazioni, spesso si tratta di esperienze da ricondurre al turismo di volontariato. Il turismo di volontariato, rispetto alle forme tradizionali, insiste sulla dimensione alternativa che offre ai visitatori l’opportunità di sviluppare il loro potenziale creativo, attraverso la partecipazione ad attività ed esperienze di apprendimento caratteristici della destinazione dove essi sono impegnati. Questa forma di turismo sembra attrarre in modo particolare i giovani universitari che, con nuovi stili di viaggio, si mettono in cammino alla ricerca della possibilità di vivere esperienze, in grado di conferire senso e valore alla loro persona, non contaminate o manipolate, ma autentiche ed alternative. Chi si dispone verso questo tipo di volontariato lo fa perché spinto dal desiderio di vivere esperienze che possano aiutarlo a uscire da se stesso, di oltrepassare i confini del contesto in cui vive e dalla voglia di aprire gli occhi sul mondo. MISSION EXPOSURE Il programma , realizzato in collaborazione con il Centro Pastorale e il Pime, ha permesso dal 2010 a oggi a 125 studenti dell’Università Cattolica di vivere un’esperienza in “terra di missione” che tenga insieme la crescita umana (e cristiana) nei soggetti e l’oggetto degli studi accademici.

 

Eco-fashion per l’indipendenza

charity work program Eco-fashion per l’indipendenza Marianna, di Scienze politiche e sociali, ha operato con le donne di Hilando Culturas a La Paz: con il lavoro artigianale nella moda etica, custodiscono la tradizione, proteggono l’ambiente sono liberate dallo sfruttamento e mantengono le loro famiglie. Eppure, la cosa che più mi rimarrà impressa nella mente, oltre alla sua bellezza contornata dal monte Illimani, saranno sicuramente i colori allegri e vivaci delle Cholitas , le tipiche donne boliviane vestite con ampie gonne, bombette e lunghe trecce, che sfilano veloci per la città. Proprio grazie a questo progetto è infatti possibile custodire tutte quelle tecniche antiche di tessitura che queste donne si tramandano di generazione in generazione; tecniche complesse, che richiedono tempo e soprattutto pazienza. L’assenza di sfruttamento della manodopera, prezzi giusti in grado di coprire il costo dei materiali e del lavoratore, la trasparenza della produzione, coloranti naturali e rispettosi dell’ambiente: sono tutti aspetti che rendono speciale un progetto come Hilando Culturas. Durante la permanenza ho avuto modo di osservare da vicino il processo di produzione di tutti i capi che le artigiane producono ogni giorno, all’interno di comunità quasi del tutto gestite da donne. In poco tempo mi sono sentita anch’io parte di quella comunità che ci aveva accolte con tanta semplicità, in un Paese in cui le condizioni economiche e sociali sono tutt’altro che semplici. Ma soprattutto non dimenticherò mai i volti di questo popolo così silenzioso che con un semplice sorriso è in grado di parlare più di chiunque altro.

 

Oh vita, miracolo tra le mani

Il padre ha voluto dargli il nome del babbo della futura dottoressa, che adesso, attraverso quegli occhietti, ha portato un pezzo di Africa nel suo cuore. L’emozione più grande che ho provato è stata far partorire un bellissimo bambino da sola, avere avuto la possibilità di aiutare nel dare alla luce un bambino. Io sono rimasta a bocca aperta, non ci volevo credere, mi si è sciolto il cuore al sentire quelle parole e da allora ogni settimana mi sento con la mamma che mi manda delle foto del piccolo Paulo che cresce, e mi chiamano “auntie Fede”. Questo è ciò che può accadere in Africa, un’emozione speciale e unica che ti rimane nel cuore per sempre. Tra le cose che più mi mancheranno ci sono i bambini con quegli occhietti sempre così genuinamente sorridenti, che con i loro abbracci mi trasmettevano tutto l'affetto del mondo, il loro essere felici semplicemente vedendomi e il loro chiamarmi "muzngu” (uomo europeo). Quello che so è che l'Africa mi ha cambiata profondamente, che mi ha lasciato un segno indelebile, che mi porterò per sempre nel cuore e di cui farò tesoro per migliorare me stessa. Di una cosa sono certa, che ci ritornerò appena potrò, perché le emozioni che ho provato lì non le avevo mai provate prima.

 

Tra l’inferno e il Paradiso

ottobre 2018 di Simone Filomia * Terra rossa, baracche, fumo nero delle vecchie macchine e una povertà che non potevo immaginare: è il mio primo impatto con l’Uganda. La vera ricchezza della gente ugandese non è il denaro, concentrato nelle mani di pochi, ma il sorriso che non abbandona mai le persone, e che porta persino i malati in ospedale a chiedere “come stai?” al medico prima che possa iniziare a parlare. Il mese trascorso in Africa è stato anche un viaggio dentro me stesso, alla ricerca dell’essenziale, di quella semplicità che porta la gente ugandese a vivere serenamente in condizioni inimmaginabili. La cosa più triste è che solo pochi tra loro hanno il privilegio di frequentare una scuola, perché il sistema scolastico è prevalentemente privato. Le persone vivono con estrema semplicità, tra le piantagioni di ananas, caffè, mais e banane, conducono una vita a ritmi lenti, nella beatitudine di chi forse è ignaro di cosa gli manca. Ma la domanda che mi sono posto è: manca davvero loro qualcosa? O siamo noi ad aver perso il senso di questa serenità? Sono solo alcune delle domande che l’esperienza in Uganda mi ha costretto a pormi. Pertanto l’esperienza clinica è diventata esperienza umana, in molti momenti triste e difficile da affrontare, in cui la morte è un evento frequente anche tra persone giovani e viene accettata come un momento purtroppo inevitabile.

 

Felici con una bolla di sapone

charity work program Felici con una bolla di sapone Nel suo Charity Work Program in Etiopia, Marta ha collaborato a un campo estivo con i bambini della missione di Shire e ha sperimentato l’importanza delle piccole cose. Sorrisi, sguardi e saluti di bambini che neanche potevo immaginare quanto mi avrebbero lasciato nel cuore e nel mio essere insegnante. Con il supporto delle “Sisters” della Carità di Santa Giovanna Antida, nel corso del mio Charity Work Program a Shire, in Etiopia , ho avuto l’opportunità non solo di entrare in contatto con i bambini ma anche di intraprendere un percorso di formazione per le insegnanti della scuola della missione. È stata una sfida davvero molto dura ma allo stesso tempo molto gratificante che mi ha lasciato, una volta tornata in Italia, la voglia di formarmi maggiormente per poter tornare e dare ancora di più un contributo per lo sviluppo dell’educazione. Non avrei mai pensato di trovare l’affetto incondizionato di cosi tanti bambini tutti insieme, che non vedevano l’ora anche solo di prenderti per mano e guidarti a giocare con loro. Per me è stata un’emozione unica vedere, anche con gli altri bambini, come bastasse una bolla di sapone, un palloncino, un pallone da calcio o una matita colorata per essere felici e quasi sembrava che tutti i problemi e le difficoltà riuscissero a sparire all’improvviso. So che un giorno tornerò alla missione di Shire ma parto, senza dubbio triste di lasciare un posto che mi dato così tanto, ma allo stesso tempo serena nel lasciare bambini così motivati e incuriositi verso il mondo.

 

Le mie lezioni con i piccoli indiani

Prima di fare lezione di inglese, il nostro primo giorno, ci capita di vederli pranzare, quello per loro è un “brunch” per così dire, perché non fanno colazione, mangiano pranzo e colazione lì a scuola, a volte fa anche da cena. I bambini mangiano in un corridoio all’aperto, parte della scuola: mangiano su dei tappetini blu stretti e lunghi, i piatti sono quelli tipici indiani, dall’aspetto di vassoi d’alluminio ai nostri occhi, contenenti riso basmati, un chapati, un mix di verdure condite da una salsa al curry di colore giallastro. Io sono seduta accanto a loro e li osservo, mentre contenti consumano il loro pasto, uno accanto all’altro, sul pavimento, decine di mosche attorno, mentre con le mani impastano il riso col resto dei condimenti e lo mangiano. Ci viene assegnata la classe dei più piccoli, un’età che si aggira tra i 4 e i 5 anni, con l’eccezione di alcuni bambini che potrebbero averne 8 perché sono indietro con l’apprendimento. Non è facile tenerli attenti tutto il tempo, per loro ripetere lettere e numeri è pesante, ma sono felicissimi quando li premiamo con gli adesivi colorati se hanno fatto bene il loro lavoro e ne vorrebbero sempre di più ma non possiamo viziarli, dobbiamo disciplinarli. Verso la fine della lezione iniziano ad andare alla lavagna, mi prendono la mano, “Didì! Didì!”, mi fanno vedere come scrivono il loro nome, tra una sbavatura e l’altra, a volte si sfidano perfino tra di loro; qualcuno ha raccolto dei fiori e me li porge sorridente. Spero davvero che in qualche modo, il lavoro di noi volontari, riesca a dar loro qualche possibilità futura, a quell’età si assorbono tanti nuovi concetti e tante informazioni, chissà, magari un giorno qualcuno di loro crescendo troverà la sua strada e ricorderà quei giorni di luglio.

 

La forza di una carezza

ottobre 2018 di Maria Cristina Vicario * Tanga, terza città per ordine di importanza della Tanzania, è stata la mia casa per quasi un mese. Tanga è come un grande villaggio, pieno di persone che vendono per strada il loro cibo e i loro indumenti. Io e la mia compagna di avventura, Federica, abbiamo passato tre settimane alla Casa famiglia Rosetta, struttura che ospita trentadue bambini di cui otto con disabilità e ventiquattro affetti dal virus dell’Hiv. Durante la nostra permanenza abbiamo avuto la possibilità di visitare alcuni villaggi e alcune famiglie di bambini che erano seguiti dal centro di riabilitazione neuropsicomotorio presente nella struttura. Con loro ho capito l’importanza di uno sguardo e di una carezza piuttosto che di una parola, perché la difficoltà di parlare due lingue diverse, italiano e swahili, rendeva difficile la comunicazione. Ho visto la loro gioia la prima volta che li abbiamo portati al mare e la loro voglia di imparare a nuotare. Ho anche visto la loro tristezza e le loro lacrime nel momento dei saluti e lì, ho capito quanto la nostra presenza sia stata per loro importante nonostante il poco tempo e la poca comunicazione.

 

A Gerusalemme c’è tutto

Charity Work program A Gerusalemme c’è tutto Sotto il sole d’Israele , avvolte dall’odore intenso che emana la vita in questa terra, è partita per un viaggio al centro dell’umanità, sotto lo sguardo dei bambini. Sofia , studentessa di Scienze linguistiche a Brescia, racconta il suo Charity Work Program 25 settembre 2018 di Sofia Chignola * È una frase che ho sentito pronunciare pochi giorni prima del mio rientro in Italia ed esprime la mia esperienza di Charity Work Program in Terra Santa: «A Gerusalemme c’è tutto». Una terra dove i miracoli si realizzano nel sì quotidiano delle persone, quello dei tanti volontari, suore, sacerdoti, genitori, che di fronte a una realtà faticosa, coltivano il futuro che hanno tra le mani quando prendono in braccio, mettono a dormire, danno da mangiare ai piccoli bambini dell’asilo nido. Il centro , ospitato nel complesso del convento dei Cappuccini e gestito dal Patriarcato latino dei cattolici di lingua ebraica, è dedicato alle famiglie di migranti. Intrecciare relazioni con i bambini e con gli altri volontari ha rappresentato una splendida occasione per rinfrescare le nostre conoscenze linguistiche, oltre che per aggiungere uno scarno ma utile vocabolario di lingua ebraica. È stato bello approfittare dei giorni liberi cercando di andare al di là dei sentieri prettamente turistici, e in alcuni casi sfidare l’ignoto andando nei Territori palestinesi, con tutte le incognite che essi presentano. I bambini crescono in ambienti familiari difficili, con famiglie numerose dove in molti casi è presente un solo genitore e lo stile educativo è più propenso a un laissez-faire che a un ruolo attivo nella loro crescita.

 

Quando il volontariato fa Cv

Pensai che come giardiniere/contadino, con una zappa in mano a lavorare nell’orto del convento, me la sarei cavata bene o quantomeno avrei evitato di fare danni: non avevo considerato che la suora potesse aver detto “garten” invece di “garden”. Parlavo con le maestre dell’asilo, simpatiche e sempre con qualcosa da far mangiare ai bambini, e mi chiedevano come fosse l’Italia o mi raccontavano che un loro familiare era riuscito ad arrivarci e che ora viveva molto meglio. Ho poi guardato un gruppetto di bambini che giocava con le costruzioni e in particolare uno in mezzo a loro, di nome Jalaal: aveva costruito un mitra con i lego e così tutti gli altri con lui. Giocavano a spararsi, si inseguivano, cadevano poi ricominciavano. La sensazione che ebbi in quel momento l’avrei avvertita spesso in seguito: circondato dalla tranquillità, dalla bellezza di una terra ricca di storia e abitata da persone stupende, vedere qualcosa di fuori posto e intrinsecamente sbagliato. Nel pomeriggio aiutavamo le Suore di Madre Teresa di Calcutta ad assistere persone con scompensi psico-fisici: cercavamo di parlare con loro, giocavamo e cercavamo di stimolarli facendoli ascoltare musica (come le mie compagne di viaggio mi avevano fatto notare, James Blunt non era il cantante migliore per questo). Dovevamo allontanarli dai loro problemi, sia quelli interiori sia quelli dovuti a ciò che li circondava, e portare loro la nostra banalità: un sorriso, un trucco di carte, un gioco nuovo o una canzone di James Blunt (forse era troppo melanconico ma sono ancora convinto fosse il genere azzeccato). Le persone che ho incontrato e che hanno sorriso con me, il caldo incessante di Gerico e le oasi nel deserto, i monumenti storici di Gerusalemme e i vicoli pieni del profumo dei falafel: tutto questo, nella sua banale straordinarietà resterà con me, sempre.

 

Camerun, differenze da abbracciare

La primissima cosa che capisci (e a cui devi necessariamente fare l’abitudine) è che passare del tempo in Africa vuol dire vedere i tuoi schemi mentali, alcuni dei quali frutto di pregiudizi, completamente ribaltati “a tuo sfavore”. Mentre la strada scorreva sotto al nostro pick-up e il buio ci avvolgeva, tutto ciò che riuscivamo a distinguere erano i primi odori d’Africa: solo il mattino del giorno dopo ci avrebbe regalato colori intensi e vivaci, capaci di dare una personalità frizzante e pittoresca al paesaggio. L’impatto con questo Paese non è stato semplice: ci siamo subito scontrate con le diversità e con la sensazione di sentirci estranee. È la legge del contrappasso che colpisce ogni bianco, in queste situazioni: diventa egli stesso minoranza in una società di “uguali”, oggetto di mille occhi puntati addosso. Nei supermercati, per le strade, nei comportamenti delle persone: in noi prevaleva più la consapevolezza delle differenze che delle somiglianze rispetto alla nostra realtà. Bisogna sapere che per delle persone costrette in luoghi chiusi tutto il giorno, avere dei contatti con delle persone diverse e poterci parlare sono una bellissima opportunità oltre che un momento di svago. Nel nostro Charity Work Progra m abbiamo cercato di metterci in gioco completamente e, un po’ alla volta, la realtà, che ci sembrava così distante, è diventata familiare.

 

Integrare, voce del verbo abbracciare

Michele Senici (a sinistra nella foto) lavora presso Mazì ( insieme , in greco), una scuola che accoglie i bambini rifugiati del campo profughi dell’isola, che non hanno accesso al sistema dell’istruzione pubblica. Ogni giorno circa 150 studenti tra i 12 e i 17 anni trovano tra le aule di Mazì un rifugio sicuro che offre loro un pasto caldo, l’opportunità di imparare e crescere insieme e il supporto psico-sociale necessario per affrontare la vita difficile che vivono ogni giorno nell’hotspot. È una non-banalità che dovremmo imparare a riconoscere: dietro le scelte politiche della nostra Unione Europea, ci sono le storie di vita di Mahdi, Fateme, Mobina, Mohammed, Ibrahim che troppe volte soccombono dietro alle scelte, alle propagande, ai discorsi e alla parole. Qual è il primo aiuto che si può dare ai migranti più giovani nel loro passaggio dalla fuga da una casa che non hanno più al tentativo di integrazione in Europa? «Sono convinto che la vera necessità sia la formazione. Dire loro che l’Europa che sognano non è quella che hanno intorno in questo presente, perché nemmeno noi europei vorremmo che le cose stessero così, spiegare loro quanto sia importante imparare l’inglese o il greco, perché solo così potrai capire i tuoi doveri e lottare per i tuoi diritti. Mi piacerebbe un’Europa che abbraccia e che si lascia abbracciare, tutto qui. Un abbraccio di prossimità, libertà, equità, un abbraccio che instilli resilienza. Per concludere, raccontaci tre piccole cose che ti hanno sorpreso… «La prima è la normalizzazione, cioè capire che probabilmente l’essere umano è talmente forte da sapersi adattare ad ogni condizione di vita.

 

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