Continua il dibattito aperto dall’articolo intitolato Scuola paritaria, non chiamatela privilegio, un percorso di approfondimento per sfatare molti luoghi comuni, comparare la situazione italiana con quella degli altri Stati europei, conoscere un mondo vitale e inclusivo, trovare soluzioni per dare vita a un sistema scolastico integrato e plurale


L’anno scolastico 2019-2020 è terminato. Si lasciano alle spalle mesi difficili, mesi di didattica online, di distanziamento e isolamento sociale, per guardare con misurata fiducia e ottimismo all’anno scolastico 2020-2021. Un ottimismo, però, che non è così diffuso tra le scuole paritarie. Quando parliamo di questo tipo di scuole, in Italia, parliamo di oltre 12 mila istituti, di cui quasi 9 mila scuole dell’infanzia; degli oltre 866mila alunni di questi istituti, 524mila frequentano la scuola dell’infanzia paritaria. A questi numeri, nell’ambito dello 0-3, vanno aggiunti i servizi educativi che riguardano 354mila bambini. Il progetto 0-6 vede una presenza di realtà non statali con 878mila bimbi. In questo contesto complessivo le scuole dell’infanzia Fism (Federazione Italiana Scuole Materne) sono 6.700, a cui si aggiungono 2.300 servizi educativi, per un totale di circa 500mila bambini.

Secondo Luigi Morgano, Segretario nazionale della Fism, i problemi sono due: la chiusura dell’anno scolastico e l’apertura del prossimo. E le domande a cui si attende risposta sono sostanzialmente tre: quando, come e per quanto tempo si prevede duri questa transitorietà dovuta al Covid-19. 

La data di riapertura di tutto il sistema scolastico nazionale è stata indicata per il 14 settembre ed è in fase di definizione con la mediazione delle regioni, tenendo conto delle elezioni regionali che si terranno in alcune di queste, per evitare il rischio di un’ulteriore temporanea chiusura dovuta al fatto che molte scuole sono sede di seggio.

Il secondo quesito riguarda le modalità con le quali si intende riaprire a settembre. «La discussione in atto riguarda fondamentalmente il “come”» spiega il segretario della Fism. «La volontà diffusa è che a settembre si riaprano le scuole in presenza. Le soluzioni possibili sono legate al pronunciamento delle istituzioni che hanno la responsabilità del contrasto alla pandemia per tutelare la salute pubblica, quindi anche di alunni, personale docente e non docente e famiglie, che devono definire le prescrizioni per la riapertura. Molto è legato a questo». 

Le modalità e le condizioni con le quali si rincomincerà, infatti, condizioneranno le soluzioni che anche le scuole paritarie devono rispettare per riaprire. La ipotizzata riduzione degli alunni per la scuola dell’infanzia comporta un aumento di sezioni o una selezione degli alunni che possono frequentare, un aumento del personale e anche possibili interventi strutturali agli istituti, nonché un prevedibile e tutt’altro che ridotto incremento di spesa. 

«La differenza tra entrate e costi fissi che una scuola dovrà sostenere, da chi va coperta?» si chiede Morgano. «Da Stato, regioni, enti locali, con riferimento alle rispettive competenze, ma anche da scelte politiche che riguardano il sostegno di tutto il sistema scolastico italiano. Per quanto concerne le associazioni di scuole paritarie no profit, a partire dalla Fism, hanno già dichiarato e comunicato a livello istituzionale che non procederemo caricando costi aggiuntivi su genitori e famiglie che vi mandano i loro figli». 

La richiesta di sostegno economico alle pubbliche istituzioni per la riapertura di settembre è dovuta alla consapevolezza che non è immaginabile un aumento delle rette per le famiglie, colpite anch’esse dalla crisi economica determinata dal Coronavirus. Diversamente, «se le condizioni dovessero diventare non sostenibili la questione della non riapertura è oggettiva e reale. Il problema va quindi tempestivamente affrontato».

La terza questione al momento è ancora tutta da definire e riguarda per quanto tempo si immagina che l’attuale situazione “transitoria” cessi e si possa ritornare alla “normalità”. «Tra le questioni importanti che, invero, non hanno avuto rilievo, vi è quella dell’attenzione che riguarda i vissuti dei bimbi che rientrano nella scuola dell’infanzia e nei servizi educativi e le attenzioni da prestare a chi inizia la frequenza, dati i vincoli attuali legati alla presenza dei genitori nella scuola e una socialità “ridotta”: quindi gli aspetti più propriamente educativi, psicologici, pedagogici e didattici».

A tale riguardo la Fism ha attivato proprie commissioni pedagogiche a livello nazionale e regionale che hanno, non solo messo a punto la questione, ma avanzato alle realtà istituzionali competenti, precise proposte e indicazioni. «Non va dimenticato che la scuola è in primo luogo per l’alunno» chiosa Luigi Morgano.

«Quando si parla di parità scolastica, si parla di libertà. Se non ci fossero le scuole paritarie non ci sarebbe libertà di scelta per le famiglie, come anche per il personale che intende insegnarvisi. Nell’ambito dell’unico sistema nazionale italiano di istruzione, costituito di scuole statali e paritarie, le difficoltà delle une si riflettono sulle altre. Se un certo numero di scuole paritarie non dovesse riaprire, dove troverebbero posto migliaia di alunni? È noto che in molte realtà italiane, se la presenza delle scuole dell’infanzia venisse meno cesserebbe il servizio scolastico tout court e sparirebbe una realtà di inclusione e coesione sociale che ha alle spalle una lunghissima tradizione di presenza, con una qualità alta dell’educazione. Vanno quindi adottate scelte di riapertura e funzionamento realistiche, flessibili, praticabile e sostenibili sul versante organizzativo, economico e gestionale».

Che cosa dire delle ultime decisioni di governo e parlamento? «Dopo quanto causato dal Covid-19 a vent’anni dalla legge 62/2000 (nota come “legge della parità scolastica” nel nostro Paese) si sono compiuti alcuni passi importanti. Innanzitutto la scuola ha recuperato la sua collocazione strategica e primaria, quindi il sostegno economico alla scuola è un investimento e non una spesa. Faccio riferimento agli ammortizzatori sociali adottati e, nell’ambito dell’approvazione del decreto Rilancio, l’esito di un finanziamento di 300 milioni di euro complessivamente per l’età dall’infanzia alla maturità (di cui 180 per lo 0-6 e 120 per alunni e studenti dalla scuola primaria alla secondaria superiore). Un esito per cui la Fism, e non da sola, si è battuta».

Ma questo non basta. Secondo Morgano «non si può ancora parlare di parità di intervento con la scuola statale. Una scelta che, inoltre, non può essere una tantum, ma deve diventare strutturale. Perché 300 milioni sono una cifra rilevante ma vanno calcolati quanti sono gli utenti cui è destinata. Come già detto, 524mila frequentano la scuola dell’infanzia paritaria, 354 mila i servizi educativi, quindi la cifra di 180 milioni va divisa per 878mila, che significa una media di 205 euro a testa, riferiti ai quattro mesi di forzata chiusura del 2019-2020, perciò 51 euro pro capite».

C’è ancora molta strada da fare. «L’impegno per il raggiungimento di una piena parità scolastica nel nostro Paese va continuato perché l’Italia è ancora tra i fanalini di coda rispetto ai Paesi dell’Unione europea che da anni hanno risolto adeguatamente la questione. Senza dimenticare che le regioni italiane ricevono direttamente dall’Ue un rilevantissimo contributo per la coesione sociale che può essere destinato anche a questo scopo. Inoltre è bene ricordare che l’Ocse definisce il sistema delle scuole dell’infanzia italiano parametro di eccellenza a livello internazionale. Se consideriamo che oltre un terzo degli alunni frequentanti questo tipo di istituzione in Italia è rappresentato dalle scuole paritarie, a chi gioverebbe non operare per realizzare la piena parità scolastica?».


Quinto di una serie di articoli dedicati al sistema delle scuole paritarie in Italia