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Terzo settore, riforma sotto la lente

piacenza Terzo settore, riforma sotto la lente Il sottosegretario al ministero del Lavoro Luigi Bobba lunedì 6 marzo a Piacenza chiuderà la giornata di studi sulla legge delega 6 giugno 2016/106. Intervengono, tra gli altri il rettore Franco Anelli e il professor Stefano Zamagni 01 marzo 2017 Mettere ordine e semplificare il terzo settore , definendone il quadro di azione, armonizzandone le norme con un Codice specifico, prevedendo un unico Registro nazionale, rivedendo la normativa sull’impresa sociale, istituendo il servizio civile universale. La legge delega del terzo settore approvata nel maggio scorso da tempo al governo fino al giugno di quest’anno per dare attuazione effettiva a questi principi attraverso i decreti legislativi delegati. Verrà inoltre esposto il punto di vista dell’Ordine Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (tramite un rappresentante del Consiglio Nazionale). La sessione pomeridiana, coordinata dal professor Pier Antonio Varesi, mira a esaminare le problematiche e le prospettive della riforma del terzo settore dal punto di vista degli attori del sistema. Stefano Zamagni , già docente di economia politica all’Università di Bologna; Elena Zuffada , docente di economia aziendale alla sede di Piacenza dell’Università Cattolica di Piacenza; Giorgio Fiorentini , docente Senior di economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche all’Università Bocconi. Luigi Bobba , Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ha promosso la riforma ed è attualmente il punto di riferimento del Governo per la sua attuazione.

 

Taglio parlamentari, vistosa asimmetria

il commento Taglio parlamentari, vistosa asimmetria La riduzione del numero di senatori e deputati senza tutta una serie di aggiustamenti per ora solo nebulosi è preoccupante. Più precisamente, la Camera ha approvato in seconda lettura la proposta di legge costituzionale, che anche il Senato ha già approvato due volte, in materia di riduzione del numero dei parlamentari. riduce i deputati da 630 a 400 (di cui non più 12, ma solo 8 eletti nella circoscrizione estero) e i senatori da 315 a 200 (di cui non più 6, ma solo 4 eletti nella circoscrizione estero). Inoltre, diminuisce da 7 a 3 il numero minimo di senatori eletti nel territorio di ciascuna Regione (o Provincia autonoma, si aggiunge); e chiarisce che i senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica possono essere al massimo cinque in ciascun momento. Inizierà così a decorrere il termine di tre mesi entro il quale un quinto dei componenti di ciascuna Camera, cinque Consigli regionali o 500 mila elettori potranno chiedere il referendum di cui all’art. All’interno dei partiti, difficile dire se la riforma favorirà i singoli parlamentari, resi più autorevoli dalla maggiore ampiezza dei loro collegi elettorali; oppure le segreterie, che gestiranno un numero più ristretto di candidature da distribuire. Di sicuro oggi si compie un passaggio senza precedenti nella storia della Repubblica: tagli di simili proporzioni non sono mai stati realizzati; sono stati bensì proposti, ma senza successo e comunque nel contesto di riforme più ampie.

 

Ius soli, la legge imperfetta

Ogni legge in questa materia è per definizione imperfetta, e imperfetta non potrà che essere anche la legge che esiterà dal dibattito parlamentare. Già oggi, circa 4 su 10 degli stranieri che diventano cittadini (oltre 200mila nel 2016) sono giovani fino ai 19 anni, divenuti italiani per scelta al raggiungimento della maggiore età o, più spesso, per trasmissione dai genitori che hanno maturato i requisiti per richiedere la naturalizzazione. Fomentare la paura che “regalando” la cittadinanza si finirà con l’immettere nel corpo della nazione persone di dubbia lealtà può essere un argomento seducente, ma che diventa insostenibile quando lo si indichi come probabile effetto della riforma in discussione. A calamitare gli immigrati, specie quelli irregolari, è semmai, da sempre, l’ampia e radicata economia sommersa, con la sua insaziabile domanda di lavoro iper-adattabile, insieme alla nostra “tolleranza” verso l’immigrazione irregolare e le pratiche d’aggiramento della legge (che vedono gli immigrati perfettamente “integrati” al mal costume italico). Poiché un mutamento di status non avrà alcuna efficacia nel riequilibrare la composizione di una popolazione che registra - nonostante il contributo di un’immigrazione concentrata nelle età riproduttive - un numero di nascite annuali più che dimezzato rispetto a quello dei mitici anni del baby boom. Tanto da renderci sconcertati di fronte a un paese che tollera, nei confronti degli immigrati per i quali s’invoca l’uguaglianza, situazioni di sistematica violazione dei diritti più basilari, e condizioni di sfruttamento che rasentano lo schiavismo. Ma il suo significato potrebbe essere ancor più rilevante per le molte giovani vittime della condizione di disagio strutturale che segna l’esperienza dei figli di un’immigrazione concentrata nei gradini più bassi della stratificazione sociale.

 

Fisco, tra nuovo ordine e minipatrimoniale

Una giornata di studi in largo Gemelli by Katia Biondi | 03 dicembre 2019 Un sistema tributario che penalizza i redditi da lavoro dipendente e un alto tasso di evasione fiscale. Sono le due maggiori criticità che secondo il docente di Political and Public Economics, esponente dell’ European Fiscal Board Massimo Bordignon , caratterizzano il fisco del nostro Paese, che da quasi quarant’anni non viene rivisto nella sua complessità e nella sua generalità. La mia risposta a questa domanda è che dovremmo tassare in un luogo di relativa “immobilità”, che è poi il luogo dove si trova il cliente. Ci sono problemi tecnici, che si sta tentando di risolvere, ma ci sono anche seri problemi politici che magari possono essere occasione di negoziazione tra Europa e America». Questo perché uno dei problemi principali del nostro sistema fiscale è che mentre i redditi da lavoro sono tassati più o meno pienamente i redditi da capitale sono tassati poco e male». È importante, però, che l’opinione pubblica si renda conto dei benefici e dei costi di questa soluzione: «Oggi la soluzione attuale penalizza soprattutto le classi meno abbienti perché tutti pagano un’aliquota del 26% anche su un deposito di poche migliaia di euro. Secondo Visco «sul piano tecnico l’introduzione della patrimoniale è banale ma dobbiamo vedere se a livello politico si trova la forza di portare avanti una tale misura dal momento che siamo in balìa di governi che da una parte sono molto divisi dall’altra sono incapaci».

 

Referendum costituzionale, uno strumento con molti limiti

Speciale Referendum Referendum costituzionale, uno strumento con molti limiti Secondo lo storico Agostino Giovagnoli la vicenda di questo istituto non è molto felice nella sua applicazione. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Questo tipo di referendum può scattare solo quando una legge di riforma costituzionale non è approvata da entrambi i rami del parlamento con una maggioranza di due terzi. In pratica, quando è approvata solo dallo schieramento politico di maggioranza e respinta dalla/e minoranza/e. E questo è già, di per sé, un problema. Il referendum è stato richiesto da più di un quinto dei membri di una Camera, da più di cinquecentomila elettori e da più di cinque Consigli regionali. Il taglio dei parlamentari su cui siamo chiamati a votare, infatti, è stato approvato dal parlamento a seguito di un accordo politico che è stato all’origine del Secondo Governo Conte.

 

Referendum, le ragioni del sì e del no

Speciale Referendum Referendum, le ragioni del sì e del no Riduzione dei costi della politica e maggiore efficienza nei lavori parlamentari contro riduzione di rappresentatività e perdita di autorevolezza del Parlamento. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Il nostro Speciale referendum di Giuseppe Monaco * La riforma su cui si voterà il 20 e 21 settembre, diversamente dalle precedenti oggetto di referendum costituzionale, riguarda un tema specifico, la riduzione del numero dei parlamentari. È questo un punto di forza, ma forse anche un punto di debolezza, perché la riduzione del numero dei parlamentari non si accompagna ad altro, neppure al tentativo di superamento del bicameralismo paritario, da tempo auspicato in dottrina. I principali argomenti a supporto della riforma sono due : la riduzione dei costi della politica e una maggiore efficienza nei lavori parlamentari, con possibile riduzione dei tempi di discussione e delle polemiche sterili e con una partecipazione più attiva da parte di ciascun parlamentare. Quanto all'efficienza, si tratta di un auspicio: la riduzione dei parlamentari potrebbe avere qualche risvolto positivo, ma nulla è scontato e comunque si dovrà poi mettere mano ai regolamenti parlamentari, che sono in grado di incidere in modo più evidente sul funzionamento dell'organo.

 

Una riforma (troppo) semplice per problemi complicati

Speciale Referendum Una riforma (troppo) semplice per problemi complicati Il referendum confermativo per la riduzione del numero dei parlamentari ha un quesito fin troppo chiaro ma forse non mette a tema le questioni cruciali per il futuro del Paese. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Il nostro Speciale referendum di Damiano Palano * Il 20 e 21 settembre gli elettori italiani saranno chiamati a esprimersi sulla legge di riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, portando i deputati a 400 (dagli attuali 630) e quello dei senatori a 200 (invece dei 315 di oggi). Oltre che dalle dimensioni delle assemblee, il rapporto con gli elettori dipende infatti dal modo in cui i rappresentanti sono eletti, ossia dal sistema elettorale adottato (e, nel caso di un sistema proporzionale, dall’ampiezza delle circoscrizioni). E, più in generale, la “rappresentatività” è il risultato di interazioni che chiamano in gioco anche i livelli di governo locali e subnazionali, oltre che quei “corpi intermedi” di cui spesso negli ultimi anni si è messa in discussione la funzione. Ma è anche riconoscere che, da una riforma “semplice” (e forse “troppo semplice”), sarebbe ingenuo attendersi un contributo anche parziale per la soluzione di problemi complicati come quelli che ci attendono.

 

Pizzolato: «Sì, per ridare senso alla rappresentanza parlamentare»

Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. La mia idea è che questo referendum, al di là delle intenzioni di alcune parti che l’hanno promosso, possa innescare trasformazioni positive che potranno riflettersi in un’assunzione di maggiore responsabilità da parte dei partiti nella selezione della classe politica». Com’è arrivato a questo ragionamento? «La prima premessa è che considero il dibattito male impostato: c’è una drammatizzazione eccessiva che trovo incomprensibile, come se questa riforma fosse lo stravolgimento del Parlamento o la sua umiliazione. Ma questa è un’impostazione sbagliata perché chi vota No, in realtà, non difende la Costituzione, poiché l’idea di rappresentanza politica che la nostra Costituzione contiene e veicola non è in alcun modo – e lo sottolineo – oggi inverata e realizzata dalla mediazione dei partiti. Ora, credo che questo dato debba allarmare tutti perché significa che il Parlamento è l’istituzione che soffre più di tutte del discredito di cui “godono” i partiti». Mi auguro, ma su questo non ho evidentemente certezze - ma nessuno ne ha! - che si possa arrivare a un modello di Senato di tipo federale e cioè di differenziare il principio rappresentativo espresso dal Senato in modo che questo rifletta la vitalità dei territori. Mi rendo conto che la mia visione è piuttosto pessimistica: siamo in una fase in cui è necessario che arrivi un segnale forte di riforma che un provvedimento di questo tipo, depurato dalle ambiguità, può trasmettere».

 

«Non basta riscrivere pezzi di Costituzione per rifondare la politica»

Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Se la prendiamo larga, e diciamo che i milioni risparmiati sono 60 all’anno, ci accorgiamo che per ciascuno dei 60 milioni di italiani il risparmio sarà di un euro all’anno. La verità è che è da allora, e cioè dai tempi di Tangentopoli, che si cerca di volgere la forma di governo italiana in senso francese, facendone una democrazia di investitura, in stile V Repubblica, che marginalizzi definitivamente il Parlamento». Quel che non si dice sui giornali è che il taglio dei parlamentari fa parte di un pacchetto che comprende anche referendum approvativo e modifiche al divieto di mandato imperativo». Che cosa intende? «Questo è soltanto il primo passo per comporre un triangolo fatto di taglio dei parlamentari, referendum approvativo e ridefinizione dello status del parlamentare, nel senso di assoggettarlo alle direttive politiche del gruppo di appartenenza. Lei capisce che la logica del divieto di mandato imperativo, che garantisce libertà e indipendenza al parlamentare eletto, è incompatibile con il caciquismo , che vive di sottoposti e fedeltà personale. Capisce che il problema, enorme, che abbiamo di fronte sono i meccanismi di selezione della classe politica, e il processo di sfaldamento dei partiti, che ormai è arrivato a un punto di non ritorno.

 

«Un sì per uscire dallo stallo»

Speciale Referendum «Un sì per uscire dallo stallo» Il professor Pier Antonio Varesi spiega come ha elaborato la decisione di confermare la riforma costituzionale che prevede il taglio dei parlamentari. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. In primo luogo i risparmi sono modestissimi (vi è, tra i promotori della riforma, chi calcola circa 100 milioni annui e vi è chi, tra gli avversari, sostiene che il risparmio si aggirerà attorno ai 50 milioni annui; cifre da rapportare a circa 800 miliardi annui di spesa pubblica). Inoltre coloro che hanno a cuore la democrazia sanno che essa ha dei costi e quindi sono disposti a farsene carico pur di vivere in uno Stato democratico. Chissà che questa piccola riforma non dia ai partiti la scossa per avviare un processo più ampio ed organico di revisione delle nostre istituzioni politiche (ad es. mediante l’adozione di una nuova legge elettorale, la modifica delle circoscrizioni elettorali, la revisione dei regolamenti parlamentari). In sintesi: pur senza particolare entusiasmo per la (piccola) modifica costituzionale che viene sottoposta al nostro giudizio, nutro la speranza che votando Sì possa essere innescato un processo virtuoso che faccia uscire il Paese dalla condizione di stallo in cui caduto da ormi alcuni decenni.

 

Referendum costituzionale, la posta in gioco. Parlano i nostri docenti

Parlano i nostri docenti Il 20 e il 21 settembre saremo chiamati a votare per decidere se confermare o meno la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. In Italia non è la prima volta che se ne parla con l’obiettivo di ridurre i costi della politica e di rendere più efficiente il processo decisionale. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Uno strumento con molti limiti di Agostino Giovagnoli La vicenda di questo istituto non è molto felice nella sua applicazione. Una breve rassegna del suo utilizzo nel 2001, nel 2006 e nel 2016 e l’invito a ripensarlo Referendum, le ragioni del sì e quelle del no di Giuseppe Monaco Riduzione dei costi della politica e maggiore efficienza nei lavori parlamentari contro riduzione di rappresentatività e perdita di autorevolezza del Parlamento. Un Sì o un No al referendum non cambierà il futuro del nostro Paese «Un sì per uscire dallo stallo» di Pier Antonio Varesi Come ho elaborato la decisione di confermare la riforma costituzionale che prevede il taglio dei parlamentari.

 

«Ridurre i parlamentari non aumenterà la qualità del Parlamento»

Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Il nostro speciale referendum «Il problema che abbiamo avuto in questi anni è la progressiva perdita di incidenza e di autorevolezza territoriale da parte dei parlamentari, connessa naturalmente al declino dei partiti. Renato Balduzzi , docente di Diritto costituzionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, entra nel merito del dibattito in vista del referendum costituzionale, in programma domenica 20 settembre , da molti semplicemente ridotto alla mera questione di taglio dei costi della politica. Ancora una volta, dobbiamo constatare che si auspicano cambiamenti costituzionali invece di affrontare i veri nodi, cioè i cambiamenti dei comportamenti del ceto politico, delle relazioni tra i partiti e dentro di essi, e, su queste basi, delle regole del “gioco” politico, cioè legge elettorale e regolamenti parlamentari. Vale a dire? «Una così incisiva riduzione comporterà la difficoltà, per i gruppi parlamentari meno numerosi, di assicurare una presenza adeguata nel lavoro di commissione, che è quello dove la discussione è maggiormente proficua e il pluralismo politico-culturale, che è il cuore della democrazia, può meglio esprimersi. Se a ciò aggiungiamo che la discussione sulla legge elettorale fa registrare convergenza su un unico punto, quello relativo a una formula elettorale proporzionale neanche troppo, sembra di capire, selettiva, la contraddizione diventa palese: avremo un numero maggiore di gruppi parlamentari e al tempo stesso meno parlamentari».

 
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