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Atenei europei uniti per politiche, ricerca e educazione

Università Atenei europei uniti per politiche, ricerca e educazione Le 150 università europee associate a UnILiON hanno dibattuto sulle proprie modalità di confronto con la pandemia e la crisi in atto. L’evento ufficiale è stato aperto dal Segretario Generale di UnILiON Alexandru Marchis, rappresentante dell’Università Cattolica a Bruxelles, che ha ricordato il ruolo delle università come pilastro dell'identità politica dell'UE e la loro importanza nel dare un contributo alla crisi in corso. Cristian Silviu Busoi, Chair del Comitato ITRE del Parlamento Europeo e Milan Zver, rapporteur del Programma Erasmus+ per il Parlamento Europeo, hanno poi evidenziato la dimensione politica della ricerca e il suo ruolo nell’ambito delle politiche europee messe in campo per la ripresa dalla crisi del Covid-19. Insieme a rettori e prorettori delle università rappresentate da UnILiON, Jean Pierre Bourguignon, presidente dell’ERC (Consiglio Europeo della Ricerca), Mrs. Anna Panagopoulou e Mrs. Vanessa Debias-Santon della Commissione europea, hanno proseguito l’incontro con un dibattito di rilievo sviluppato in due panel. È stata inoltre considerata una strada percorribile l’introduzione di nuovi curricula che rispecchino maggiormente le esigenze della modernità e siano più compatibili con i vari percorsi di rieducazione dei lavoratori che andranno portati avanti. La seconda sessione, invece, si è concentrata sulla cooperazione universitaria nell’ambito della ricerca per una risposta rapida alle future emergenze globali, a partire dal ruolo rafforzato che ricerca e innovazione hanno guadagnato dalla pandemia. Ricevere adeguati finanziamenti è una delle premesse essenziali per la realizzazione di queste novità, insieme alla regolamentazione di alcune questioni legali, e alla disponibilità di tutti gli attori coinvolti a partecipare in modo proattivo.

 

Approccio innovativo della gestione del suolo nel panorama della viticoltura

Piacenza Approccio innovativo della gestione del suolo nel panorama della viticoltura Da Bruxelles alla sede di Piacenza: in visita ai vigneti del Parco del Ducato di Piacenza e Parma. luglio 2019 Ancora un deciso passo in avanti per la ricerca Life SOIL4Wine finanziata dall’Unione Europea e coordinata dal prof. Poni del Dipartimento di Produzioni vegetali sostenibili (Di.Pro.Ve.S.). della sede di Piacenza, che è stata oggetto nei giorni scorsi di una visita di monitoraggio da parte del funzionario della Commissione Europea dr. M. Quicheron. (Regione Emilia Romagna), Ente di Gestione dei Parchi e della Biodiversità dell'Emilia Occidentale e la Società di servizi Vinidea, è stato avviato il 1 gennaio 2017 e terminerà il 31 dicembre 2019. I principali risultati attesi dal progetto interessano primariamente due tematiche: il supporto alle decisioni dei viticoltori per la gestione del suolo e la valorizzazione e remunerazione dei servizi ecosistemici forniti dall'ecosistema vigneto. Grande la curiosità e l’attenzione da parte dei viticoltori che, in futuro, potrebbero beneficiare di strumenti di remunerazione in caso di adozione di comportamenti virtuosi a favore del mantenimento della salute del suolo. Gli ultimi mesi di progetto permetteranno di validare i risultati ottenuti e avviare le attività di divulgazione lungo la filiera vitivinicola locale e non. #viticoltura #dss #sostenibilitaeconomica #suolo #progettolife #unioneeuropea Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Dopo le elezioni, le sfide per l’Europa

Parlano i professori Alessandro Rosina, Andrea Boitani e Rony Hamaui by Simone Gervasio | 04 giugno 2019 Stiamo vivendo un punto di svolta in cui populisti ed euroscettici ottengono consensi e risultati difficilmente immaginabili pochi anni fa. Le recenti elezioni europee ne sono una prova evidente. Secondo il demografo dell’Università Cattolica Alessandro Rosina le spiegazioni dell’ascesa del populismo sono da ricercare nei cambiamenti demografici, nell’invecchiamento dell’Europa, che va di pari passo però con l’innovazione tecnologica e con la sempre più centrale attenzione che si dà al fenomeno dell’immigrazione. Un’Europa che è sempre più vecchia ha un rapporto complicato con le nuove generazioni: migliorarlo è condizione imprescindibile per un futuro in cui l’Italia possa giocare un ruolo diverso, più attivo, nelle sorti europee». Analizzando i dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo si intuisce come gran parte di loro riconosca nell’Unione Europea un’istituzione forte che negli anni ha saputo tenere fede al suo compito principale, ossia quello di non avere più i conflitti del secolo scorso. Il sentimento europeo, che è forte nei giovani, inizia però ad attecchire meno in una parte di essi che fa fatica a vedere nell’Europa unita una soluzione, anzi prova sfiducia nelle sue effettive possibilità. Come sottolinea Boitani, «i populisti hanno bisogno di nemici da combattere, spesso infatti trovano terreno fertile negli errori delle classi dirigenziali che li hanno preceduti, e sfruttano spesso delle percezioni sbagliate, l’elemento paura che costantemente alimentano, per creare consensi. Di questo fenomeno si è parlato in Libreria Vita e Pensiero con Andrea Boitani , docente di economia politica dell’Università Cattolica di Milano, e Rony Hamaui , presidente di Intesa San Paolo ForValue e professore di Economia monetaria, autori del libro “ Scusi prof, cos’è il populismo ?” (Vita e Pensiero).

 

Ue, le strategie dei sovranisti

elezioni europee Ue, le strategie dei sovranisti Per la prima volta i due gruppi storici del Parlamento europeo dovranno contare necessariamente sull’appoggio dei liberali. Resta da capire cosa faranno le forze euroscettiche. Il banco di prova sarà il 2 luglio. Anche se questi due gruppi rimangono i più numerosi, dovranno necessariamente poter contare sull’appoggio dei liberali, e non è nemmeno escluso un ulteriore allargamento di questa maggioranza trasversale ai verdi. Per altro verso, sarà importante vedere che assetto si darà il variegato fronte delle forze sovraniste, o comunque euroscettiche: resteranno divise in più gruppi politici oppure ne formeranno uno solo? Le settimane che ci separano dalla prima seduta del nuovo Parlamento, il 2 luglio, saranno fondamentali per comprendere i nuovi equilibri, così come lo sarà il primo atto di grande rilievo politico-istituzionale al quale il Parlamento europeo sarà chiamato nei prossimi mesi: l’elezione del nuovo Presidente della Commissione. docente di Diritto dell’Unione Europea nella facoltà di Scienze politiche e sociali #elezionieuropee #unioneeuropea #europa Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Ecco come cambia l’Europa, le analisi dei docenti dell'Università Cattolica

ELEZIONI EUROPEE Ecco come cambia l’Europa, le analisi dei docenti dell'Università Cattolica Le urne hanno mostrato una sostanziale affermazione delle forze europeiste ma le spinte alla frammentazione e il ruolo che giocheranno i governi sovranisti nel Consiglio d’Europa rendono il quadro incerto. I commenti a caldo di alcuni professori. maggio 2019 Quale sarà il futuro dell’Europa? Dopo gli esiti delle Elezioni europee, Cattolicanews ha chiesto un commento a caldo ad alcuni docenti dell’ateneo. Italia a rischio isolamento di Paolo Balduzzi Rispetto agli altri Paesi, soprattutto per via del numero di seggi della Lega nel nuovo Parlamento europeo, l’Italia rischia di rimanere in posizione defilata. Una costruzione di successo, un’invenzione storica che sta reggendo agli urti della globalizzazione e ai nazionalismi Ue, le strategie dei sovranisti di Andrea Santini Per la prima volta i due gruppi storici del Parlamento europeo dovranno contare necessariamente sull’appoggio dei liberali. Nel 2021-2027 partiranno altri 12 milioni di giovani e il Programma Horizon Europe destinerà 120 mld di euro per la ricerca. Parla il professor Pier Sandro Cocconcelli #europa #elezioni #unioneeuropea #ue Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Erasmus e ricerca alla prova del voto

Eppure se c’è un collante che lega i Paesi dell’Unione europea è il network della comunità scientifica e la rete degli scambi studenteschi che, a partire dal lontano 1987, ha visto crescere la cosiddetta “ generazione Erasmus ”. Da allora, 9 milioni di studenti, di cui 843.000 italiani , hanno studiato in università di altri Stati, accolti in 5.000 istituti di 33 Paesi diversi. Se si è parlato poco di università è anche perché in certe aree politiche si sta diffondendo una ridotta fiducia su come ricerca, scienza, cultura possano contribuire allo sviluppo» afferma il professor Pier Sandro Cocconcelli , delegato del rettore per il coordinamento dei progetti di internazionalizzazione. Questo interesse però è ben presente nelle nuove generazioni che sono sempre più aperte a investire nel loro futuro, impegnandosi in periodi di studio e di ricerca all’estero, che considerano un passo fondamentale per costruirsi un curriculum di alto livello». Un network di ricerca sovranazionale di alto livello… «Tutto questo assume ancora più importanza perché si sono ridotti i finanziamenti nazionali, mentre sono aumentati quelli europei che hanno indotto i ricercatori delle scienze umano-sociali, delle scienze esatte, della biologia, a spostarsi su una ricerca multinazionale all’interno dell’Unione Europea. Per accedere ai fondi di ricerca bisogna passare da un sistema di ricerca nazionale a quello della ricerca europea, che sarà sempre più aperto a nuove collaborazioni con altri grandi partner come Cina, Stati Uniti o Paesi emergenti. È stato già così con il progetto Horizon 2020, il framework della ricerca che sta finendo adesso, e ancor di più sarà così con Horizon Europe , il prossimo framework della ricerca che partirà dal 2021, a cui sarà destinato un investimento di 120 miliardi di euro».

 

Un’Europa sorda con i perdenti

milano Un’Europa sorda con i perdenti L’Unione europea, secondo il vicedirettore del Corriere Federico Fubini , negli ultimi 30 anni ha cavalcato gli aspetti positivi dell’integrazione lasciando agli stati membri il compito di affrontare quelli negativi. La caduta del muro, con l’ingresso in Europa di centinaia di migliaia di lavoratori dai Paesi ex comunisti dell’Europa orientale, l’entrata in scena della Cina, l’avvento dell’euro e la globalizzazione. Oggi tra lo stipendio mensile di un appartenente al ceto medio italiano e quello del suo omologo olandese non ci sono più un centinaio di euro di differenza, come negli anni ’70, ma più di mille. Quando non si fa parte dello stesso ceto sociale andare d’accordo è molto più difficile: sia quando gli interessi sono comuni, sia ancor più quando gli interessi sono diversi». Ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide. Gli stessi Paesi di Visegrad, da quando sono entrati, non hanno avuto un giorno di recessione e sono cresciuti a un ritmo doppio rispetto al resto dell’Europa. Inoltre, più che il calo dei salari, ciò che alimenta la rabbia sociale è la mancanza di prospettive.

 

Idee per una nuova Europa

milano Idee per una nuova Europa In vista delle prossime elezioni la facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative ha promosso un incontro sul futuro dell’Unione Europea con l’intento di discutere di un europeismo che possa essere una valida alternativa al sovranismo dilagante. È il messaggio forte emerso dal dibattito sul futuro dell’Unione Europea promosso mercoledì 17 aprile dalla facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica in vista delle elezioni del 26 maggio e dal titolo rappresentativo “ Idee per l’Europa ”. Già perché, ha chiarito sin dall’inizio Andrea Boitani , docente di Economia politica e coordinatore dell’iniziativa, «l’intento dell’incontro non è tanto discutere “sull’idea di Europa”, quanto proporre “idee per l’Europa”». Ma anche in questo caso ci sono elementi di forza ed elementi di debolezza, come per esempio, l’idea di un’Europa che sia la replica in grande di uno stato nazionalista da costruire». Il punto essenziale, invece, è che «l’Europa politica sia organizzata non in uno stato federale, ma in un’unione federale di stati, senza fusione né confusione di livelli e competenze. Ben distante, insomma, dall’Unione come la conosciamo oggi: con un deficit democratico profondo, accentuatosi negli ultimi anni di crisi, di fatto appesa alle decisioni non della Commissione o del Parlamento di Strasburgo ma del Consiglio europeo dei capi di governo, cioè dei governi nazionali», ha aggiunto Fabbrini. Anche Roberto Tamborini , dell’Università di Trento, è ritornato sul tema dei sovranismi che dilagano nel Vecchio Continente, differenziando quelli europeisti da quelli anti europeisti.

 

L’Europa vista al femminile

milano L’Europa vista al femminile Come interpretano le donne il momento di crisi attuale dell’Unione europea, un progetto politico che rischia di sgretolarsi? Parla Beatrice Covassi , Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. È il tema alla base dell’incontro organizzato all’Università Cattolica di Milano “ Donne ed Europa, Donne in Europa ”, per capire quale strada abbia intrapreso e se sia il caso di cambiare il progetto politico europeo. Un progetto politico, nato dopo le atrocità della seconda guerra mondiale, che doveva aprire una nuova era fatta di pace e collaborazione ma che oggi, colpita da nazionalismi e sovranismi, rischia di iniziare a sgretolarsi. La Brexit britannica è stato il primo segnale d’allarme che qualcosa non stava più andando nella giusta direzione, come spiega Beatrice Covassi , Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea: «È stata la sveglia, da lì abbiamo capito che non si poteva andare più avanti. Una soluzione che però non è quella corretta: «Adesso serve, forse come mai prima, un’Europa che torni a parlare alle persone, anche se ovviamente questo è molto più difficile rispetto a chi porta avanti retoriche di distruzione. Una qualità che riguarda anche le imprese: fare impresa in Europa vuol dire non mettere mai da parte l’aspetto umano, il rispetto per l’uomo e per l’ambienta, anche al netto di tutti i limiti che le dinamiche continentali impongono». Una ricetta che deve cambiare il modo di guardare alla politica e che è riassunta così da Beatrice Covassi: «La paura è un sintomo, non una risposta ai problemi.

 

L’Europa alla prova dei giovani

Si tratta di una generazione dalle incredibili potenzialità, che ha a disposizione strumenti di comunicazione e possibilità di movimento impensabili fino a pochi anni fa. Eppure, le prospettive di crescita, di realizzazione e di miglioramento delle proprie condizioni di vita appaiono, secondo tantissimi indicatori socio-economici, estremamente difficoltose. Concentrandosi qui sulle prime, al di là di pochi elementi comuni a tutti, ognuno dei 27 paesi dell’Unione ha una certa libertà di scelta sulla propria legge elettorale. Per esempio, rispetto alle elezioni del 2009, Cipro e la Francia hanno fatto scendere l’età di elettorato passivo di ben 4 e 5 anni, a 21 e 18 anni rispettivamente; l’Italia, invece, resta il paese dove i giovani hanno barriere più alte all’ingresso nelle istituzioni. E ciò diventa più grave se si pensa che la stessa barriera persiste per l’accesso al Parlamento nazionale: con l’aggravante che, in un contesto di bicameralismo perfetto, il procedimento legislativo in Italia è di fatto condizionato dal Senato (elettorato attivo a 25 anni e passivo a 40). Il secondo è invece di tipo demografico: l’Italia è il paese dell’Unione europea dove è più bassa la quota di under 40 sul totale della popolazione (nel 2017, il 40 per cento contro, per esempio, il 54 per cento dell’Irlanda, che è il paese più giovane, secondo i dati Eurostat). Cosicché, unendo le barriere all’ingresso alle istituzioni con l’inconsistenza numeraria dei giovani stessi, è possibile concludere che l’Italia è di gran lunga il paese dell’Unione dove i giovani hanno meno potere politico potenziale. Certo, non ci si aspetta che cambi nulla nel breve periodo: ma il breve periodo è una preoccupazione della politica dalla visione limitata e dal fiato corto, della politica che è solo ricerca del consenso elettorale e non di strategia di crescita.

 

Quale futuro per l’Unione Europea

milano Quale futuro per l’Unione Europea Secondo uno studio di École Polytechnique, Università Cattolica e ZEW Mannheim i parlamentari italiani, francesi e tedeschi sono disposti a dare più competenze all’Ue per la difesa e per le politiche migratorie. febbraio 2019 C’è un largo consenso nell’attribuire una maggiore iniziativa legislativa al Parlamento europeo e nell’incrementare la spesa di investimento nazionale per stimolare la crescita economica. Ma non sembra esserci accordo su alcune proposte di riforma dell’eurozona: i parlamentari di Francia e Italia sono favorevoli a nuovi strumenti dell’Unione monetaria europea (UME), come un bilancio unico europeo e gli Eurobond. Come pure, emerge un forte sostegno franco-italiano al completamento dell’Unione bancaria attraverso il sistema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS) , rispetto a una sostanziale neutralità dei parlamentari tedeschi. I parlamentari dei tre paesi fondatori dell’Unione Europea concordano sulla necessità di trasferire maggiori responsabilità a livello europeo in materia di immigrazione e difesa», dice Pierre Boyer , professore all’École Polytechnique (CREST) e coautore dello studio. Massimo Bordignon , professore di Scienza delle finanze all’Università Cattolica e coautore della ricerca, sottolinea che «Italia, Francia e Germania dovrebbero focalizzarsi su ciò che unisce piuttosto che su ciò che li divide. La divisione tra i partiti populisti nell’Europa settentrionale e meridionale indebolirà gravemente il loro impatto politico nel Parlamento europeo dopo le elezioni», conclude il professor Friedrich Heinemann , coautore dello studio e capo del Dipartimento di ricerca ZEW “Research Department Corporation Taxation and Public Finance”.

 

Quadrio Curzio: finalmente arrivano gli “eurobond”

Secondo l’economista adesso bisogna camminare con abilità e velocità verso la sponda della sicurezza che significa sviluppo e occupazione, innovazione e convergenza. È chiaro adesso che il CE ha evitato alla Ue di cadere in un precipizio e lo ha fatto gettando, con notevole innovazione, un “ponte snodabile” e come tale oscillante tra le due sponde. Adesso bisogna camminare con abilità e velocità verso la sponda della sicurezza ma anche per passare su un “ponte robusto” per approdare poi alla sponda sicura che significa sviluppo e occupazione, innovazione e convergenza. Il ponte per la sponda sicura è il programma di mandato della presidente von der Leyen, poi integrato con il programma Merkel-Macron di maggio e quindi con il “Next Generation EU”. Si va così dal Green Deal alla euro-sovranità digitale e sanitaria alle quali dovrà allinearsi il Recovery Fund sperando anche che si possano recuperare i ridimensionamenti posti in essere nel bilancio comunitario. Siamo solo agli inizi perché il progetto di integrare i fondi del recovery con il bilancio comunitario va definito, è soggetto ai rischi della politica con orizzonti brevi, trova già ora contraddizioni. continua a leggere su Huffingtonpost ] * professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica, fondatore e attualmente presidente del Consiglio scientifico del Cranec (Centro di ricerche in Analisi economica), presidente emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei #europa #recovery fund #accordo #unioneeuropea Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Europa, la partita è aperta

milano Europa, la partita è aperta L’appassionata lezione di Enrico Letta sul futuro di un’Unione europea, che deve riscrivere le sue ragioni, lontana dai tecnicismi e vicina alla vita dei cittadini. È il caso di Enrico Letta , protagonista del secondo appuntamento dei “ Colloqui sull’Europa ”, il ciclo di incontri organizzato dal dipartimento di Economia e finanza dell’Università Cattolica. L’ex premier fa notare come in entrambi i casi, gli slogan, che hanno accompagnato la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione e la corsa alla casa bianca di Trump, siano fortemente in antitesi con le idee di inclusione e globalizzazione tipiche del sogno europeo. Secondo Enrico Letta è necessario cambiare al più presto il discorso sull’Europa, allontanandolo dai tecnicismi per renderlo attuale e più vicino alla vita dei cittadini: «Gli argomenti vanno ripensati, perché rispetto al passato sono mutate le ragioni per cui facciamo l’Europa». Il ragionamento tocca diversi punti: dal fondo salva Stati all’idea di un’Europa più competitiva con una fiscalità comune a tutti gli Stati; dalla gestione dei migranti fino ad arrivare a parlare del ruolo dell’Italia all’interno delle istituzioni europee. Particolarmente interessanti le osservazioni sulla demografia, con una popolazione mondiale che continua a crescere, in particolare in Asia, e un’Europa ferma al palo, con gli stessi indici demografici di 40 anni fa. Non può mancare un pensiero dedicato all’Italia e agli italiani. Insomma, per dirla con Letta «la partita è ancora aperta», ma è essenziale che la politica riesca a trasmettere un’idea di Europa nuova e meno distante dalla nostra quotidianità.

 

L’economista: «Un accordo storico»

Lo speciale «Siamo di fronte a un accordo storico e nonostante la fatica che ha segnato le giornate dell’ultimo Consiglio europeo gli elementi di fondo della proposta della Commissione Ue restano tutti». Angelo Baglioni , docente di Economia monetaria nella facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative nonché direttore dell' Osservatorio monetario giudica positivamente l’accordo sul Recovery Fund e sul bilancio europeo 2021-2027, giunto alla fine del secondo vertice più lungo nella storia dell’Unione europea. Il fatto che questi fondi saranno finanziati dalla Commissione emettendo titoli sul mercato, i bond che rispondono sostanzialmente a una forma di Eurobond, di debito comunitario garantito dal bilancio Ue e in prospettiva anche da risorse proprie, quindi da alcune tasse e risorse proprie dell’Unione. Penso che un controllo forte da parte del governo ci voglia, di modo che le procedure non si perdano in tutti i livelli, in tutti gli strati e negli enti vari della pubblica amministrazione. Al di là di tutto e dopo una lunga trattativa l’accordo è stato raggiunto… «Indubbiamente c’è una certa frattura in Europa tra i paesi cosiddetti Frugali e gli altri. Però con il modo di decidere attuale del Consiglio europeo questi paesi, per quanto piccoli, finiscono per avere un ruolo di veto o quasi di veto ancora molto pesante e siccome si fidano poco dei paesi ad alto debito, come Italia e Spagna, questo è un grosso problema. Il problema è quando la trattativa avviene a livello di capi di stato e di governo oppure a livello di ministri dove prevale una logica nazionale e intergovernativa dove ciascuno guarda all’elettorato di casa sua».

 

Il giurista: «Attenti ai facili entusiasmi»

È un’Europa unita quella che emerge da questo accordo? «Le sembra coesa un’Europa che ha dato questo spettacolo per quattro giorni? È chiaro che ciascuno dei partecipanti a questo Consiglio ha bisogno di un evento favorevole da rivendere in chiave di competizione politica interna. Quale sarebbe la parte del mondo che viene gestita in questo modo? E guardi che non è un discorso a priori euroscettico: è questione semplicemente di riconoscere la disfunzionalità di questo sistema. In sé non è né negativa né positiva: è semplicemente un veicolo istituzionale che qualcuno sa usare e che noi abbiamo usato molto male». Da allora continua a sopravvivere e cerca una ragione di esistenza, Se fosse un ente di diritto interno sarebbe tranquillamente definito un ente inutile, visto che le funzioni del MES sono oggi svolte dalla BCE e, probabilmente, lo saranno dal Recovery Fund che sarà approntato nei prossimi mesi. Si figuri che, nei giorni scorsi, qualcuno aveva persino ipotizzato di fare un quarto fondo per aggirare le difficoltà di questa trattativa: ideare, cioè fare un quarto veicolo finanziario, dopo il FESF, il MESF e il MES. Il tutto in deroga al TFUE che in realtà, nei suoi artt. Il che spinge alla ricerca di trovate estemporanee che si esprimono in una sequenza di comunicati stampa che riempiono le pagine dei giornali, hanno un significato politico, ma che hanno valore normativo pari a zero. Se a questo aggiunge che il funzionariato europeo che si trova in Commissione non è affatto quel regno della tecnocrazia competente e illuminata che, per qualche ragione, piace dipingere qui in Italia, può farsi un’idea della situazione in cui ci muoviamo».

 

L’Europa che non c’è

Milano L’Europa che non c’è Secondo il professor Mario Baldassarri , in Cattolica per presentare il suo libro The European roots of the Eurozone crisis , l’Unione aveva tutte le potenzialità per essere l’area più prospera del mondo ma ha commesso troppi errori. by Chiara Martinoli | 16 novembre 2018 Individuare gli errori commessi dall’Unione europea per renderla più solida in futuro: secondo Mario Baldassarri , già docente di Economia all’Università di Bologna e alla Sapienza di Roma, è questa la ricetta per arginare il rischio di una disgregazione dell’Europa. Una tesi che è al centro di The European roots of the Eurozone crisis (Springer International Publishing Ag, 2017), presentato lo scorso 14 novembre all’Università Cattolica. Il tema che affronta questo libro fa parte dei temi di ricerca che il Centro di Ricerche in Analisi economica e sviluppo economico internazionale (Cranec) porta avanti ormai da molti anni» ha spiegato la professoressa Floriana Cerniglia , direttore del Centro. L’obiettivo di questo volume è quello di stabilire una connessione tra la ricerca economica e le sfide cui l’Europa è stata chiamata negli ultimi anni». Su questo Baldassarri è molto chiaro: la risoluzione della crisi europea «non è un’aspirazione, ma un’esigenza». Può suscitare sorpresa, ma la crisi europea, assicura Baldassarri, non dipende dalla crisi mondiale, così come la crisi italiana non dipende dalla crisi europea: «A ciascuno il suo», ha concluso il professore.

 
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